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6,465
•
Aggiornato Apr 7, 2026
•
Stella Lunare
@stellalunare
Alessandro Manzoni rappresenta una delle figure più influenti della letteratura... Mostra di più











Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785, nipote dell'illuminista Cesare Beccaria. I primi anni di collegio gli lasciano un ricordo negativo, ma gli permettono di conoscere autori come Alfieri e Parini, oltre alle idee dei pensatori illuministi francesi. Questa formazione eclettica sarà fondamentale nel suo sviluppo intellettuale.
Nel 1805 si trasferisce a Parigi dove la madre vive con Carlo Imbonati, che però muore prima dell'arrivo del giovane. Nel 1808 sposa Enrichetta Blondel, che lo accompagna nel processo di conversione al cattolicesimo dopo il "miracolo di San Rocco". Questo evento segna il distacco definitivo dalla poesia classica e neoclassica.
Rientrato a Milano nel 1820, inizia una vita appartata ma creativa, dedicandosi alla stesura de "I Promessi Sposi", capolavoro in cui predilige una lingua fiorentina semplice e popolare. La sua conversione non cancella gli orientamenti teorici precedenti ma li reinterpreta: nel Vangelo Manzoni vede un messaggio rivoluzionario che dà senso più profondo agli ideali patriottici.
Curiosità: Manzoni visse le sue convinzioni religiose con un certo rigorismo morale tipico del calvinismo e del giansenismo, pur restando fedele alla dottrina cattolica ortodossa. Questo apparente paradosso si riflette in molte delle sue opere!
La fede non gli impedisce di guardare con occhio critico all'operato del Vaticano. Sviluppa infatti una forte avversità al potere temporale del papa, posizione condivisa da diversi cattolici liberali dell'epoca. Nel 1861 diventa senatore del neonato Regno d'Italia e muore nel 1873, occasione di solenni cerimonie nazionali.

Le opere giovanili di Manzoni riflettono influenze classiche e illuministe. "Del trionfo e della Libertà" (1801-02) e "In morte di Carlo Imbonati" (1805-06) mostrano un giovane autore già attento a temi morali e civili, non disposto a tradire "il santo vero". Con la conversione, passa alla poesia religiosa degli Inni Sacri (1812-47), dove pone al centro non tanto la dottrina, quanto gli effetti sui fedeli.
Le tragedie rappresentano un momento fondamentale della sua produzione. "Il Conte di Carmagnola" (1816) e soprattutto "Adelchi" (1820-22), capolavoro del teatro romantico italiano, mostrano il pessimismo cristiano di Manzoni. In esse ottiene una sintesi perfetta tra "vero storico" e "vero poetico", rivolgendo l'attenzione ai vinti della storia.
Le odi civili testimoniano il suo impegno patriottico. "Marzo 1821", scritta durante i moti carbonari, incita all'azione contro gli austriaci in nome di un'Italia indipendente. "Il Cinque Maggio" (1821), composta alla notizia della morte di Napoleone, è forse la sua lirica più celebre.
Attenzione: Manzoni fu anche un importante teorico della lingua italiana! Nei suoi saggi, come "Della lingua italiana" (1830-59) e "Sentir messa" (1835-36), promuove una concezione della lingua scritta il più possibile vicina a quella parlata, anticipando questioni linguistiche che sarebbero diventate centrali nell'Italia unita.
Completano la sua produzione i saggi storici come "Osservazioni sulla morale cattolica" (1819) e "Storia della colonna infame" (1840), dove condanna la tortura e le responsabilità dei giudici, mostrando un'attenzione costante ai temi della giustizia e della responsabilità morale.

La meditazione sulla storia ha un ruolo fondamentale nelle opere di Manzoni. Egli mira a una ricostruzione che non si limiti alle gesta di principi e generali, ma tenga conto anche delle classi più umili. È ossessionato dalla presenza del male nella storia, a causa del quale l'uomo non può compiere azioni nobili o disinteressate.
Per Manzoni, la Grazia divina si presenta agli eroi manzoniani sotto forma di "provvida sventura", ovvero una disgrazia terrena che li colloca tra gli oppressi. La Provvidenza agisce in modo imperscrutabile, ma non diminuisce la responsabilità dell'uomo, che risponde pienamente delle sue azioni: essa trasforma il male in prove che verificano e temprano la fede.
Il suo pessimismo è influenzato dal giansenismo, secondo cui l'umanità è irrimediabilmente corrotta dal peccato originale e incapace di salvarsi senza l'intervento della Grazia divina. L'uomo deve lottare costantemente contro le passioni e gli istinti, che se prevalgono sulla ragione portano all'errore.
Ricorda: Gli "umili" in Manzoni non sono solo una categoria economico-sociale, ma soprattutto etico-religiosa. Sono coloro che accettano la propria condizione di miseria in quanto li rende più simili a Cristo e apre loro il regno dei cieli!
Come intellettuale, Manzoni prende le distanze dalle regole fondate sull'autorità degli antichi. Rifiuta le unità drammatiche di tempo e luogo nelle tragedie, considerandole un errore estetico e morale. Il suo ideale è una perfetta fusione di "vero storico" e "vero poetico": il soggetto va attinto dalla storia, ma è la sensibilità dello scrittore a completare l'accertamento dei fatti.

Per Manzoni, il poeta assume il ruolo di educatore, motivo per cui prenderà il nome di poeta "vate", diventando guida e punto di riferimento per la società. Deve diffondere il vero basandosi sulla storia, ma in maniera interessante, integrando le parti creative costruite dalla fantasia, come la psiche dei personaggi. Rifiuta il patetismo, considerato inutile ed esasperato.
La poetica del vero si trova a fondamento della composizione delle tragedie e del suo unico romanzo. Secondo Manzoni, "la poesia e la letteratura in genere deve porsi l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo". Questa formula racchiude la sua concezione dell'arte:
Interessante: Il "miracolo di San Rocco" è considerato un momento fondamentale nella vita di Manzoni. Il 2 aprile 1810, durante i festeggiamenti per la morte di Napoleone a Parigi, Manzoni perse di vista la moglie Enrichetta e, in preda al panico, si rifugiò nella chiesa di San Rocco dove pregò. All'uscita, ritrovò l'amata sana e salva.
Il giansenismo ha profondamente influenzato il pensiero di Manzoni. Questo movimento religioso modifica le basi del cattolicesimo: l'uomo nasce tendenzialmente corrotto e per natura commette azioni maligne. Tale visione, contrassegnata da una prospettiva alquanto pessimistica, si inseriva nella crisi della guerra dei Trent'anni, segnata da ingiustizie e violenze, dove crollano le illusioni umanistiche sulla possibilità di un controllo razionale del mondo.

Come Alessandro Manzoni fa notare all'inizio de "La relazione al ministro Broglio", la questione della lingua ha rappresentato per anni un problema ampiamente discusso nella storia della letteratura italiana ma non ancora risolto. Dante Alighieri propose un "volgare-modello" utilizzabile anche in ambito istituzionale, mentre Machiavelli sostenne che il linguaggio dovesse variare in base alle innovazioni del tempo e ai bisogni del popolo.
Manzoni, fervido sostenitore di un'Italia unita, ritiene che questa unità debba passare anche attraverso l'ostacolo del divario linguistico tra le regioni. È necessaria una lingua unica che accomuni tutti i cittadini, di tutte le classi sociali, dalle Alpi alla Sicilia.
Per risolvere tale questione, propone il dialetto toscano parlato. Già nel Trecento, grazie a Dante, Petrarca e Boccaccio, e poi con Machiavelli e Galilei, il fiorentino scritto è stato reso illustre in ambito letterario. Persino scrittori non toscani, quali Ariosto e Tasso, hanno preso in prestito il dialetto fiorentino come modello.
Da ricordare: Manzoni non si accontenta di indicare come lingua unica un linguaggio pieno di termini aulici e complessi. Opta per il dialetto toscano parlato dalle persone acculturate, considerando troppo artificiale il fiorentino colto, appartenente a una lingua dei libri e non a una lingua viva e quotidiana.
La scelta linguistica di Manzoni ha avuto un'importanza fondamentale nella storia della letteratura e della cultura italiana, poiché ha contribuito alla definizione di un italiano moderno, accessibile a un pubblico più ampio e non limitato alle élite intellettuali.

Il carme "In morte di Carlo Imbonati", scritto nel 1805, rappresenta un momento significativo nella formazione poetica del giovane Manzoni. Lo compose a consolazione della madre, che da poco aveva perso il compagno Carlo Imbonati, con cui conviveva a Parigi e che Manzoni non fece in tempo a conoscere. Nonostante ciò, ne fece un modello di virtù laica al quale rivolgersi per farsi indicare il giusto cammino per l'eccellenza poetica.
L'espediente del dialogo con i defunti è ricorrente nella cultura classica (Omero, Virgilio, Dante) e preromantica. Imbonati appare in sogno a Manzoni e, al deludente bilancio dell'educazione ricevuta nei collegi religiosi, il conte contrappone un programma per il futuro. Il conte è chiamato a denunciare la corruzione dei tempi, disgustato dal mondo appena abbandonato.
La via indicata da Carlo Imbonati è quella dell'impegno, della riflessione, del riserbo e del disprezzo di ogni servilismo. Il conte non disprezzava la poesia in quanto tale, ma coloro che la esercitano senza tener conto dell'utile morale e del "santo vero".
Stile: La scrittura è molto elaborata, tipica del modello classicista. Troviamo richiami al patrimonio letterario, mitologico e geografico greco. Il tono è solenne e impostato, con forme verbali auliche, latinismi e un impianto retorico complesso. Le costruzioni sintattiche sono spesso latineggianti, influenzate dall'esempio di Parini.
Successivamente, Manzoni rifiuterà questi versi come anche altri componimenti giovanili di stampo classicista, mostrando l'evoluzione del suo gusto e della sua poetica verso forme più vicine alla sensibilità romantica e alla sua personale concezione del "vero" poetico.

La "Lettera sul Romanticismo" è una missiva privata, pubblicata nel 1846 contro il consenso di Manzoni, dal marchese Cesare Taparelli d'Azeglio. È divisa in due parti fondamentali: una "pars destruens" e una "pars costruens".
Nella prima parte, Manzoni affronta uno dei principali punti di scontro tra classicisti e romanticisti: la mitologia. Per le sue convinzioni religiose, rifiuta la mitologia come espressione della religione pagana. Continuare ad usarla significa, per lui, favorire la diffusione della visione del mondo dei pagani. Attraverso il linguaggio mitologico si esaltano le passioni e gli amori terreni, avversi all'insegnamento di Cristo.
Nella "pars costruens", invece, Manzoni dichiara alcuni principi a cui la letteratura dovrebbe attenersi: "l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo". Il vero è ciò che è interessante e piacevole, ma è una piacevolezza solo per l'intelletto, non dei sensi o dell'immaginazione.
Per approfondire: Manzoni chiede allo scrittore di restare aderente ai fatti così come la storia li tramanda, narrandoli in maniera che chi li legga impari qualcosa e concentrandosi sui temi attuali per i lettori contemporanei.
Va notata l'attenzione verso un pubblico molto vasto: si uniscono l'interesse per il popolo, tipico del romanticismo, a quello cristiano per gli umili. Lo scrittore deve interpretare i gusti che la massa avrà man mano che diventerà più colta. Solo da ciò che è vero dal punto di vista sia storico che morale nasce la bellezza; ciò che è falso può dare piacere e interessare, ma scoprendone la falsità questi sentimenti vengono meno.

"Marzo 1821" fu scritta quando si diffuse la notizia (poi rivelatasi infondata) del passaggio del Ticino da parte dei patrioti piemontesi durante i moti del 1821, per liberare la Lombardia dall'Austria. Manzoni la dedica al poeta Teodoro Koerner, morto sul campo di battaglia per riconquistare la patria, affermando così che la guerra contro l'Austria per la riconquista dell'Italia è giusta e santa.
Il motivo dell'ode è patriottico ed oratorio con un saldo fondamento religioso: Manzoni vuole incitare gli italiani a lottare per l'indipendenza e l'unità della patria. In conformità al suo spirito cattolico liberale, crede che Dio, nei suoi disegni imperscrutabili, abbia assegnato ad ogni popolo una patria ed una missione da svolgere nella storia.
Secondo questa visione, se un popolo perde la libertà cadendo sotto il dominio straniero, quest'ultimo è stato scelto da Dio come punizione per il popolo corrotto. Ma trascorso il periodo di espiazione, il popolo oppresso, purificatosi dalle sue colpe, sentirà il bisogno di riscattarsi e trova in Dio la forza di rivendicare la propria libertà.
Contrasto: Nei "Promessi Sposi" la guerra è considerata, come ogni altra forma di violenza, una follia fratricida che disonora la natura umana. Questa apparente contraddizione si risolve considerando che Manzoni non insegna la rassegnazione passiva ma quella attiva, che attinge dalla fede nella Provvidenza.
La scelta dei decasillabi dà un ritmo martellante, quasi marziale al componimento. L'aggettivazione tende ad evidenziare il contrasto tra la visione provvidenziale e la realtà di soggezione sopportata dal paese fino a quel momento, creando così una tensione dinamica che attraversa l'intero testo.

"Il Cinque Maggio" viene scritta di getto nel luglio 1821, alla notizia della morte di Napoleone, accompagnata da voci riguardo la sua conversione negli ultimi momenti. Quest'orazione funebre, composta in pochi giorni, ricapitola la vicenda umana dell'imperatore, dimostrando la precarietà delle glorie umane. Nonostante la censura austriaca, l'opera si diffuse ampiamente tramite copie manoscritte.
L'ode si può dividere in diverse parti. Inizia con la notizia scandalosa della morte di Napoleone, causa di stupore per il mondo. Prosegue con la narrazione della vicenda altalenante della sua storia. Manzoni decide di rompere il rigoroso riserbo, non schierandosi né a favore né contro Napoleone, ma commuovendosi alla notizia della sua morte e presunta conversione.
Nella terza parte, Manzoni immagina Napoleone che, ripercorrendo la sua storia, cede al dolore di un passato così importante. Infine, descrive la conversione dell'imperatore, immaginando che si abbandoni a Dio nei suoi ultimi momenti, mettendo in evidenza la grandezza della provvidenza, che riduce ad inchinarsi anche un personaggio così grande.
Interpretazione: Napoleone incarna il prototipo dell'eroe romantico che tenta di costruirsi da solo il destino. La pietà e l'ammirazione di Manzoni non sono suscitate dalle vittorie di Napoleone, ma dal momento in cui egli mette da parte la superbia con cui aveva cercato di sostituirsi a Dio.
L'ode è scritta con un registro solenne, in cui Manzoni descrive la condizione di Napoleone per opposizioni, come ad esempio la fulminea azione in contrasto con l'incapacità di muoversi del protagonista. Questo contrasto stilistico enfatizza il messaggio centrale: la gloria terrena conta infinitamente meno del giudizio di Dio.

"Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti" è il primo dei due cori dell'Adelchi, posto alla fine del III atto. I Franchi invadono la pianura padana mettendo in fuga i Longobardi, mentre gli italici sperano che la sconfitta degli oppressori si tramuti nella loro emancipazione. Ma la voce del coro dissipa queste illusioni: un padrone sostituisce l'altro e la libertà non può arrivare da mano straniera.
Il coro si divide in due parti principali. La parte descrittiva vede il conflitto tra Franchi e Longobardi, con un motivo prettamente epico. Presenta una struttura forte che offre la descrizione dettagliata di ciascun popolo: italico, longobardo e franco, a cui è dedicato il maggior numero di versi per esaltare i barbari.
La parte narrativa e riflessiva, di motivo romantico-medievale e patriottico, espone l'ideologia manzoniana: l'autore allude a una similitudine tra passato e presente, chiedendo implicitamente ai suoi concittadini contemporanei di uscire dalla situazione di "volgo disperso", senza aspettare l'aiuto straniero.
Innovazione: Nonostante il genere tragico imponga la trattazione esclusiva dei grandi della storia, Manzoni nel suo coro mostra la vicenda dal punto di vista del volgo. Ciò è conforme al suo spirito fedele al Vangelo, che lo spinge a parlare degli "umili" e delle loro condizioni di vita.
I doppi senari parisillabi conferiscono ai versi una cadenza regolare ed incalzante, quasi militare, molto adatta alle scene belliche. Questo ritmo, tipico di una poesia popolare, ricalca i caratteri di una ballata romantica. Il lessico è elevato, con abbondanti aulicismi, ma si trova un registro semplice nella metrica e nella sintassi.
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Le tragedie rappresentano un momento fondamentale della sua produzione. "Il Conte di Carmagnola" (1816) e soprattutto "Adelchi" (1820-22), capolavoro del teatro romantico italiano, mostrano il pessimismo cristiano di Manzoni. In esse ottiene una sintesi perfetta tra "vero storico" e "vero poetico", rivolgendo l'attenzione ai vinti della storia.
Le odi civili testimoniano il suo impegno patriottico. "Marzo 1821", scritta durante i moti carbonari, incita all'azione contro gli austriaci in nome di un'Italia indipendente. "Il Cinque Maggio" (1821), composta alla notizia della morte di Napoleone, è forse la sua lirica più celebre.
Attenzione: Manzoni fu anche un importante teorico della lingua italiana! Nei suoi saggi, come "Della lingua italiana" (1830-59) e "Sentir messa" (1835-36), promuove una concezione della lingua scritta il più possibile vicina a quella parlata, anticipando questioni linguistiche che sarebbero diventate centrali nell'Italia unita.
Completano la sua produzione i saggi storici come "Osservazioni sulla morale cattolica" (1819) e "Storia della colonna infame" (1840), dove condanna la tortura e le responsabilità dei giudici, mostrando un'attenzione costante ai temi della giustizia e della responsabilità morale.

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La meditazione sulla storia ha un ruolo fondamentale nelle opere di Manzoni. Egli mira a una ricostruzione che non si limiti alle gesta di principi e generali, ma tenga conto anche delle classi più umili. È ossessionato dalla presenza del male nella storia, a causa del quale l'uomo non può compiere azioni nobili o disinteressate.
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Il suo pessimismo è influenzato dal giansenismo, secondo cui l'umanità è irrimediabilmente corrotta dal peccato originale e incapace di salvarsi senza l'intervento della Grazia divina. L'uomo deve lottare costantemente contro le passioni e gli istinti, che se prevalgono sulla ragione portano all'errore.
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Interessante: Il "miracolo di San Rocco" è considerato un momento fondamentale nella vita di Manzoni. Il 2 aprile 1810, durante i festeggiamenti per la morte di Napoleone a Parigi, Manzoni perse di vista la moglie Enrichetta e, in preda al panico, si rifugiò nella chiesa di San Rocco dove pregò. All'uscita, ritrovò l'amata sana e salva.
Il giansenismo ha profondamente influenzato il pensiero di Manzoni. Questo movimento religioso modifica le basi del cattolicesimo: l'uomo nasce tendenzialmente corrotto e per natura commette azioni maligne. Tale visione, contrassegnata da una prospettiva alquanto pessimistica, si inseriva nella crisi della guerra dei Trent'anni, segnata da ingiustizie e violenze, dove crollano le illusioni umanistiche sulla possibilità di un controllo razionale del mondo.

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Manzoni, fervido sostenitore di un'Italia unita, ritiene che questa unità debba passare anche attraverso l'ostacolo del divario linguistico tra le regioni. È necessaria una lingua unica che accomuni tutti i cittadini, di tutte le classi sociali, dalle Alpi alla Sicilia.
Per risolvere tale questione, propone il dialetto toscano parlato. Già nel Trecento, grazie a Dante, Petrarca e Boccaccio, e poi con Machiavelli e Galilei, il fiorentino scritto è stato reso illustre in ambito letterario. Persino scrittori non toscani, quali Ariosto e Tasso, hanno preso in prestito il dialetto fiorentino come modello.
Da ricordare: Manzoni non si accontenta di indicare come lingua unica un linguaggio pieno di termini aulici e complessi. Opta per il dialetto toscano parlato dalle persone acculturate, considerando troppo artificiale il fiorentino colto, appartenente a una lingua dei libri e non a una lingua viva e quotidiana.
La scelta linguistica di Manzoni ha avuto un'importanza fondamentale nella storia della letteratura e della cultura italiana, poiché ha contribuito alla definizione di un italiano moderno, accessibile a un pubblico più ampio e non limitato alle élite intellettuali.

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Il carme "In morte di Carlo Imbonati", scritto nel 1805, rappresenta un momento significativo nella formazione poetica del giovane Manzoni. Lo compose a consolazione della madre, che da poco aveva perso il compagno Carlo Imbonati, con cui conviveva a Parigi e che Manzoni non fece in tempo a conoscere. Nonostante ciò, ne fece un modello di virtù laica al quale rivolgersi per farsi indicare il giusto cammino per l'eccellenza poetica.
L'espediente del dialogo con i defunti è ricorrente nella cultura classica (Omero, Virgilio, Dante) e preromantica. Imbonati appare in sogno a Manzoni e, al deludente bilancio dell'educazione ricevuta nei collegi religiosi, il conte contrappone un programma per il futuro. Il conte è chiamato a denunciare la corruzione dei tempi, disgustato dal mondo appena abbandonato.
La via indicata da Carlo Imbonati è quella dell'impegno, della riflessione, del riserbo e del disprezzo di ogni servilismo. Il conte non disprezzava la poesia in quanto tale, ma coloro che la esercitano senza tener conto dell'utile morale e del "santo vero".
Stile: La scrittura è molto elaborata, tipica del modello classicista. Troviamo richiami al patrimonio letterario, mitologico e geografico greco. Il tono è solenne e impostato, con forme verbali auliche, latinismi e un impianto retorico complesso. Le costruzioni sintattiche sono spesso latineggianti, influenzate dall'esempio di Parini.
Successivamente, Manzoni rifiuterà questi versi come anche altri componimenti giovanili di stampo classicista, mostrando l'evoluzione del suo gusto e della sua poetica verso forme più vicine alla sensibilità romantica e alla sua personale concezione del "vero" poetico.

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La "Lettera sul Romanticismo" è una missiva privata, pubblicata nel 1846 contro il consenso di Manzoni, dal marchese Cesare Taparelli d'Azeglio. È divisa in due parti fondamentali: una "pars destruens" e una "pars costruens".
Nella prima parte, Manzoni affronta uno dei principali punti di scontro tra classicisti e romanticisti: la mitologia. Per le sue convinzioni religiose, rifiuta la mitologia come espressione della religione pagana. Continuare ad usarla significa, per lui, favorire la diffusione della visione del mondo dei pagani. Attraverso il linguaggio mitologico si esaltano le passioni e gli amori terreni, avversi all'insegnamento di Cristo.
Nella "pars costruens", invece, Manzoni dichiara alcuni principi a cui la letteratura dovrebbe attenersi: "l'utile per iscopo, il vero per soggetto e l'interessante per mezzo". Il vero è ciò che è interessante e piacevole, ma è una piacevolezza solo per l'intelletto, non dei sensi o dell'immaginazione.
Per approfondire: Manzoni chiede allo scrittore di restare aderente ai fatti così come la storia li tramanda, narrandoli in maniera che chi li legga impari qualcosa e concentrandosi sui temi attuali per i lettori contemporanei.
Va notata l'attenzione verso un pubblico molto vasto: si uniscono l'interesse per il popolo, tipico del romanticismo, a quello cristiano per gli umili. Lo scrittore deve interpretare i gusti che la massa avrà man mano che diventerà più colta. Solo da ciò che è vero dal punto di vista sia storico che morale nasce la bellezza; ciò che è falso può dare piacere e interessare, ma scoprendone la falsità questi sentimenti vengono meno.

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"Marzo 1821" fu scritta quando si diffuse la notizia (poi rivelatasi infondata) del passaggio del Ticino da parte dei patrioti piemontesi durante i moti del 1821, per liberare la Lombardia dall'Austria. Manzoni la dedica al poeta Teodoro Koerner, morto sul campo di battaglia per riconquistare la patria, affermando così che la guerra contro l'Austria per la riconquista dell'Italia è giusta e santa.
Il motivo dell'ode è patriottico ed oratorio con un saldo fondamento religioso: Manzoni vuole incitare gli italiani a lottare per l'indipendenza e l'unità della patria. In conformità al suo spirito cattolico liberale, crede che Dio, nei suoi disegni imperscrutabili, abbia assegnato ad ogni popolo una patria ed una missione da svolgere nella storia.
Secondo questa visione, se un popolo perde la libertà cadendo sotto il dominio straniero, quest'ultimo è stato scelto da Dio come punizione per il popolo corrotto. Ma trascorso il periodo di espiazione, il popolo oppresso, purificatosi dalle sue colpe, sentirà il bisogno di riscattarsi e trova in Dio la forza di rivendicare la propria libertà.
Contrasto: Nei "Promessi Sposi" la guerra è considerata, come ogni altra forma di violenza, una follia fratricida che disonora la natura umana. Questa apparente contraddizione si risolve considerando che Manzoni non insegna la rassegnazione passiva ma quella attiva, che attinge dalla fede nella Provvidenza.
La scelta dei decasillabi dà un ritmo martellante, quasi marziale al componimento. L'aggettivazione tende ad evidenziare il contrasto tra la visione provvidenziale e la realtà di soggezione sopportata dal paese fino a quel momento, creando così una tensione dinamica che attraversa l'intero testo.

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"Il Cinque Maggio" viene scritta di getto nel luglio 1821, alla notizia della morte di Napoleone, accompagnata da voci riguardo la sua conversione negli ultimi momenti. Quest'orazione funebre, composta in pochi giorni, ricapitola la vicenda umana dell'imperatore, dimostrando la precarietà delle glorie umane. Nonostante la censura austriaca, l'opera si diffuse ampiamente tramite copie manoscritte.
L'ode si può dividere in diverse parti. Inizia con la notizia scandalosa della morte di Napoleone, causa di stupore per il mondo. Prosegue con la narrazione della vicenda altalenante della sua storia. Manzoni decide di rompere il rigoroso riserbo, non schierandosi né a favore né contro Napoleone, ma commuovendosi alla notizia della sua morte e presunta conversione.
Nella terza parte, Manzoni immagina Napoleone che, ripercorrendo la sua storia, cede al dolore di un passato così importante. Infine, descrive la conversione dell'imperatore, immaginando che si abbandoni a Dio nei suoi ultimi momenti, mettendo in evidenza la grandezza della provvidenza, che riduce ad inchinarsi anche un personaggio così grande.
Interpretazione: Napoleone incarna il prototipo dell'eroe romantico che tenta di costruirsi da solo il destino. La pietà e l'ammirazione di Manzoni non sono suscitate dalle vittorie di Napoleone, ma dal momento in cui egli mette da parte la superbia con cui aveva cercato di sostituirsi a Dio.
L'ode è scritta con un registro solenne, in cui Manzoni descrive la condizione di Napoleone per opposizioni, come ad esempio la fulminea azione in contrasto con l'incapacità di muoversi del protagonista. Questo contrasto stilistico enfatizza il messaggio centrale: la gloria terrena conta infinitamente meno del giudizio di Dio.

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"Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti" è il primo dei due cori dell'Adelchi, posto alla fine del III atto. I Franchi invadono la pianura padana mettendo in fuga i Longobardi, mentre gli italici sperano che la sconfitta degli oppressori si tramuti nella loro emancipazione. Ma la voce del coro dissipa queste illusioni: un padrone sostituisce l'altro e la libertà non può arrivare da mano straniera.
Il coro si divide in due parti principali. La parte descrittiva vede il conflitto tra Franchi e Longobardi, con un motivo prettamente epico. Presenta una struttura forte che offre la descrizione dettagliata di ciascun popolo: italico, longobardo e franco, a cui è dedicato il maggior numero di versi per esaltare i barbari.
La parte narrativa e riflessiva, di motivo romantico-medievale e patriottico, espone l'ideologia manzoniana: l'autore allude a una similitudine tra passato e presente, chiedendo implicitamente ai suoi concittadini contemporanei di uscire dalla situazione di "volgo disperso", senza aspettare l'aiuto straniero.
Innovazione: Nonostante il genere tragico imponga la trattazione esclusiva dei grandi della storia, Manzoni nel suo coro mostra la vicenda dal punto di vista del volgo. Ciò è conforme al suo spirito fedele al Vangelo, che lo spinge a parlare degli "umili" e delle loro condizioni di vita.
I doppi senari parisillabi conferiscono ai versi una cadenza regolare ed incalzante, quasi militare, molto adatta alle scene belliche. Questo ritmo, tipico di una poesia popolare, ricalca i caratteri di una ballata romantica. Il lessico è elevato, con abbondanti aulicismi, ma si trova un registro semplice nella metrica e nella sintassi.
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relazione sul libro il buio oltre la siepe
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Schemi opera il Principe
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