L'Italia post-unitaria e la questione linguistica
Il primo censimento del 1861 rivelò una situazione linguistica drammatica: il 90% degli italiani era analfabeta e solo lo 0,8% sapeva parlare e scrivere correttamente l'italiano. Questo creava un ostacolo enorme all'unificazione non solo politica ma anche culturale del paese.
Il dibattito su quale italiano diffondere divideva gli intellettuali. Alessandro Manzoni propose di adottare il fiorentino colto come modello nazionale, soluzione inizialmente accolta dal governo e implementata nelle scuole elementari. Il linguista Ascoli si oppose, sostenendo che una lingua nazionale potesse nascere solo dalla circolazione naturale delle idee in una società civile ricca di scambi.
La diffusione dell'italiano fu graduale e favorita da diversi fattori sociali: il servizio militare obbligatorio, l'espansione del mercato nazionale, la burocrazia, l'emigrazione, l'industrializzazione e i nuovi mezzi di comunicazione. Si sviluppò però una situazione di bilinguismo: l'italiano per le occasioni formali e il dialetto per la vita quotidiana, creando così varianti regionali dell'italiano.
💡 Curiosità: Anche quando l'italiano iniziò a diffondersi, la maggior parte degli italiani viveva in una condizione di bilinguismo, alternando italiano e dialetto a seconda delle situazioni sociali.
Questi cambiamenti influenzarono anche la lingua letteraria, che iniziò ad avvicinarsi alla lingua parlata. La prosa abbandonò gradualmente la sintassi classica per un modello più agile, mentre nella poesia si mescolavano termini quotidiani con recuperi di aulicità classica, come nelle opere di Carducci e D'Annunzio.



