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27 dic 2025

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Giacomo Leopardi: Vita e Opere Letterarie

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BOB

@bob.boscaiolo

Giacomo Leopardi, uno dei più grandi poeti italiani dell'Ottocento, nacque... Mostra di più

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Giacomo
Leopardit
-1) La vita
Recanati
Nacque il 29 giugno 1798 a
Recanati, nelle Marche.
Recanati era un borgo di uno degli
stati a quel te

Vita e formazione

Nato il 29 giugno 1798 a Recanati, borgo delle Marche nello Stato Pontificio, Giacomo Leopardi crebbe in un ambiente familiare nobile ma economicamente in declino. La sua famiglia, pur essendo tra le più importanti della nobiltà terriera marchigiana, viveva in ristrettezze economiche per mantenere le apparenze del proprio status.

I genitori influenzarono profondamente la sua formazione: il padre, il conte Monaldo, uomo colto ma di idee reazionarie, possedeva una ricca biblioteca; la madre Adelaide Antici era una donna severa e fredda, concentrata esclusivamente sulla gestione del patrimonio familiare. L'atmosfera domestica era priva di affetto e caratterizzata da un rigido bigottismo.

Dotato di un'intelligenza prodigiosa, Giacomo ricevette un'istruzione iniziale da precettori ecclesiastici, ma già verso i dieci anni continuò da solo i suoi studi. Si immerse in quelli che lui stesso definì "sette anni di studio matto e disperatissimo" nella biblioteca paterna, imparando rapidamente il latino, il greco e l'ebraico. In questi anni produsse numerosi lavori filologici, traduzioni di classici e componimenti poetici.

💡 La precocità intellettuale di Leopardi fu straordinaria: a soli quindici anni compose opere erudite come la "Storia dell'astronomia" e il "Saggio sopra gli errori popolari degli antichi".

La sua formazione iniziale rifletteva una cultura arcaica e accademica, influenzata dagli ideali reazionari paterni, ma presto avrebbe sviluppato un pensiero autonomo e rivoluzionario.

Giacomo
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-1) La vita
Recanati
Nacque il 29 giugno 1798 a
Recanati, nelle Marche.
Recanati era un borgo di uno degli
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L'evoluzione intellettuale e le prime esperienze

Tra il 1815 e il 1816, Leopardi visse una fondamentale "conversione dall'erudizione al bello": abbandonò gli aridi studi filologici per appassionarsi ai grandi poeti come Omero, Virgilio e Dante, scoprendo anche autori moderni come Rousseau e Goethe.

Un'importante svolta intellettuale avvenne grazie all'amicizia con Pietro Giordani, intellettuale di fama con idee democratiche e laiche, con cui intraprese una fitta corrispondenza. In Giordani, Leopardi trovò quella guida intellettuale e quel confidente affettuoso che gli mancavano nell'ambiente familiare.

La crescente insofferenza per l'atmosfera soffocante di Recanati lo portò, nell'estate del 1819, a tentare una fuga dalla casa paterna, ma il piano venne scoperto e impedito. Questo fallimento, unito a un'infermità agli occhi che gli impediva persino la lettura, provocò in lui una profonda crisi esistenziale.

Fu proprio in questo periodo di prostrazione che Leopardi maturò la percezione della "nullità di tutte le cose", fondamento del suo futuro pessimismo filosofico. Questo momento segnò anche il passaggio dal "bello" al "vero", dalla poesia d'immaginazione alla filosofia e a una poesia nutrita di pensiero.

Il 1819 fu anche un anno di intense sperimentazioni letterarie, in cui compose "L'infinito", primo dei suoi celebri idilli e punto d'inizio della sua poesia più originale. Contemporaneamente iniziò a scrivere lo "Zibaldone", il suo straordinario diario intellettuale.

Giacomo
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I viaggi e le esperienze fuori Recanati

Nel 1822 Leopardi riuscì finalmente a lasciare Recanati, recandosi a Roma ospite dello zio Carlo Antici. L'esperienza romana si rivelò però deludente: gli ambienti letterari gli apparvero vuoti e mediocri, e persino la grandiosità monumentale della città lo infastidiva.

Tornato a Recanati nel 1823, si dedicò alla composizione delle "Operette morali", opera in cui espresse il suo pensiero pessimistico in forma di prosa. In questo periodo attraversò una fase di "aridità interiore" che gli impedì di scrivere versi, concentrandosi invece sull'investigazione dell'"acerbo vero" attraverso la filosofia.

Nel 1825 riuscì nuovamente a lasciare la famiglia grazie al lavoro offertogli dall'editore milanese Stella, che gli permise di soggiornare a Milano e Bologna. Nel 1827 si trasferì a Firenze, dove entrò in contatto con il gruppo di intellettuali che facevano capo a Gian Pietro Vieusseux.

L'inverno tra il 1827 e il 1828 lo trascorse a Pisa, dove la dolcezza del clima e un miglioramento della salute favorirono un "risorgimento" della sua capacità di sentire e immaginare. In questo periodo compose "A Silvia", che apre la serie dei "grandi idilli".

Nell'autunno del 1828, aggravate le sue condizioni di salute e sospeso l'assegno dell'editore, dovette tornare a Recanati, dove visse sedici mesi in totale isolamento e profonda malinconia.

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Gli ultimi anni e l'eredità intellettuale

Nell'aprile 1830 Leopardi accettò un assegno mensile offertogli dagli amici fiorentini, che gli permise di lasciare definitivamente Recanati. A Firenze ampliò i suoi rapporti sociali e partecipò al dibattito culturale e politico dell'epoca, pur mantenendo posizioni critiche contro l'ottimismo progressista dei liberali.

In questo periodo visse anche l'esperienza della passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti. La delusione per non essere ricambiato ispirò un nuovo ciclo di canti, noti come "Ciclo di Aspasia", caratterizzati da soluzioni poetiche innovative.

Durante questi anni strinse una profonda amicizia con Antonio Ranieri, giovane napoletano con cui convisse fino alla morte. Dal 1833 si stabilì a Napoli, dove entrò in polemica con l'ambiente culturale dominato da tendenze idealistiche e neo-cattoliche, opposte al suo materialismo ateo.

L'ultima grande opera di Leopardi fu "La ginestra", un canto in cui la sua filosofia pessimistica si apre a una visione di solidarietà umana come risposta alla comune condizione di sofferenza.

💡 "La ginestra" rappresenta il testamento spirituale di Leopardi: qui il pessimismo non nega più il progresso, ma diventa base per un'etica della solidarietà tra gli uomini contro la natura ostile.

La morte, "attesa e invocata da anni", lo colse a Napoli il 14 giugno 1837, all'età di soli 38 anni, lasciando alla cultura italiana un'eredità di straordinaria profondità filosofica e poetica.

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Lettere, scritti autobiografici e pensiero filosofico

Le lettere di Leopardi costituiscono un corpus di grande valore umano e letterario. Particolarmente significative sono quelle a Pietro Giordani, in cui confessa i propri tormenti interiori e le proprie idee letterarie. Diversamente intensi sono gli scambi epistolari con i familiari: con il fratello Carlo condivide esperienze spesso con toni ironici, con la sorella Paolina trova un'anima affine, mentre con il padre Monaldo mantiene una distanza dovuta alle divergenze ideologiche.

Nel 1819 Leopardi concepì anche l'idea di un romanzo autobiografico, provvisoriamente intitolato "Storia di un'anima" o "Vita di Silvio Sarno", sul modello del Werther di Goethe. Avrebbe dovuto trattare principalmente dello sviluppo di una vicenda intima più che di fatti esteriori, con annotazioni di ricordi infantili e sensazioni in una prosa che anticipa il "flusso di coscienza".

Il pensiero filosofico di Leopardi è fondato sul pessimismo, che attraversa diverse fasi. Inizialmente sviluppa un "pessimismo storico": l'infelicità umana è vista come conseguenza dell'allontanamento dalla natura benigna e dalla felicità originaria degli antichi, causato dal progresso della ragione che ha spento le illusioni.

Intorno al 1824 giunge al "pessimismo cosmico": l'infelicità non è più una condizione storica e relativa, ma un dato eterno e immutabile, intrinseco alla natura stessa. La natura non è più vista come madre benigna ma come meccanismo cieco, indifferente o addirittura ostile alle creature. Da questo deriva l'abbandono iniziale della poesia civile e del titanismo in favore di un atteggiamento contemplativo e distaccato, che caratterizza le "Operette morali".

Nell'ultima fase della sua vita, Leopardi torna a un atteggiamento di protesta e di sfida, culminante ne "La ginestra", dove la concezione pessimistica della natura diventa base per una nuova visione della solidarietà umana.

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L'evoluzione del pessimismo leopardiano

Il pessimismo di Leopardi si fonda sull'infelicità umana, le cui cause vengono analizzate e sviluppate nello "Zibaldone". Secondo la sua teoria del piacere, elaborata nel luglio 1820, l'uomo aspira a un piacere infinito per estensione e durata, ma poiché nessun piacere concreto può soddisfare questa esigenza, nasce un senso di perpetua insoddisfazione.

Nella sua prima fase di pensiero, Leopardi concepisce la natura come benigna: pur avendo creato l'uomo inevitabilmente infelice, gli ha offerto il rimedio dell'immaginazione e delle illusioni. Gli uomini primitivi e gli antichi, più vicini alla natura come i fanciulli, erano felici perché capaci di illudersi e ignorare la loro reale infelicità. Il progresso della civiltà, opera della ragione, ha allontanato l'uomo da questa condizione privilegiata.

Da qui deriva il suo "pessimismo storico": gli antichi, nutriti di generose illusioni, erano capaci di azioni eroiche e magnanime; il progresso ha spento queste illusioni, rendendo i moderni incapaci di slanci nobili, corrompendo i costumi e generando viltà ed egoismo. La colpa dell'infelicità è attribuita all'uomo stesso, che si è allontanato dalla via tracciata dalla natura.

💡 Nel pessimismo storico, Leopardi vede l'Italia del suo tempo come massimo esempio di decadenza: da questa visione scaturisce la tematica patriottica delle sue prime canzoni e il suo atteggiamento titanico contro il destino.

Il passaggio al "pessimismo cosmico" avviene quando Leopardi comprende che la natura non è benigna ma indifferente o addirittura crudele verso le sue creature. La sofferenza e la distruzione degli esseri diventa legge essenziale di un meccanismo cieco e privo di finalità. L'uomo è vittima innocente, non più responsabile della propria infelicità.

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La poetica del "vago e indefinito"

Leopardi elabora nello "Zibaldone", il suo diario intellettuale tenuto dal 1817 al 1832, una teoria poetica basata sul "vago e indefinito". Questo vasto quaderno di appunti, pubblicato postumo grazie a Giosuè Carducci, raccoglie riflessioni, osservazioni e note su temi filosofici, linguistici e letterari.

Secondo la sua "teoria del piacere", se nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, l'uomo può figurarselo mediante l'immaginazione, stimolata da ciò che è "vago e indefinito". Leopardi elenca una serie di elementi che suscitano questo effetto: la vista impedita da un ostacolo (come una siepe), i suoni che si allontanano, il canto che echeggia in lontananza, lo stormire del vento.

Il bello poetico consiste proprio in questo "vago e indefinito" che stimola l'immaginazione. Alcune parole sono per lui eminentemente poetiche (lontano, antico, notte, ultimo, eterno) proprio per le idee indefinite che suscitano. Queste immagini sono suggestive perché evocano sensazioni che ci hanno affascinato durante l'infanzia.

La "rimembranza" diviene quindi essenziale al sentimento poetico: la poesia non è che il recupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso la memoria.

Per Leopardi, i maestri della poesia vaga e indefinita erano gli antichi, più vicini alla natura e quindi immaginosi come fanciulli. I moderni, allontanatisi dalla natura per colpa della ragione, possono accedere solo a una "poesia sentimentale", nutrita di idee e consapevolezza dell'infelicità.

Pur consapevole di appartenere all'età moderna a cui è preclusa la poesia d'immaginazione, Leopardi non rinuncia al carattere immaginoso nei suoi versi, continuando a nutrirli di illusioni attraverso la memoria.

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Leopardi e il Romanticismo

Il rapporto di Leopardi con il Romanticismo è complesso e originale. Nonostante la sua formazione rigorosamente classicistica, consolidata dall'amicizia con Giordani, e la sua opposizione alle tesi romantiche espresse in scritti come la "Lettera ai compilatori della Biblioteca italiana", le sue posizioni sono molto più articolate di quelle dei classicisti tradizionali.

Leopardi concepisce la poesia come espressione di una spontaneità originaria, di un mondo interiore immaginoso. Concorda con i romantici nella critica al classicismo accademico, all'imitazione pedissequa, alle regole rigide dei generi letterari e all'abuso della mitologia, ma rimprovera loro l'artificiosa ricerca dello strano e dell'orrido, e il predominio della logica sulla fantasia.

Si può parlare quindi di un "classicismo romantico" di Leopardi: ripropone i classici antichi come modelli di poesia spontanea e immaginosa, con uno spirito che è in realtà profondamente romantico.

Rispetto al Romanticismo italiano, Leopardi privilegia la poesia lirica come espressione immediata dell'io e dei sentimenti, contrapponendosi alla scuola romantica lombarda che predilige forme narrative con intenti civili e morali. In questo, appare più vicino allo spirito della poesia romantica europea.

💡 Leopardi condivide con il Romanticismo europeo temi fondamentali come la tensione verso l'infinito, l'esaltazione della soggettività, il titanismo e il conflitto tra illusione e realtà, pur mantenendo una visione filosofica materialista.

Si distingue però dal Romanticismo europeo per l'assenza di elementi tipici come l'esotismo orientaleggiante, il culto del medioevo, la tematica magico-fantastica e il fascino del mistero. Il suo linguaggio rimane fedele alla nitidezza classica, coerentemente con la sua visione filosofica sensista e materialista.

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I Canti: struttura e evoluzione

Dopo la "conversione al bello" del 1816, Leopardi attraversa un periodo ricco di sperimentazioni letterarie. Tra il 1818 e il 1823 compone dieci canzoni, pubblicate a Bologna nel 1824. Nel 1826 stampa una raccolta che comprende componimenti riuniti sotto il titolo di "Idilli". Nel 1831 a Firenze raccoglie questi e altri testi sotto il titolo complessivo di "Canti".

La scelta del titolo "Canti" è significativa: rimanda al carattere squisitamente lirico di queste poesie, che traggono alimento dall'intima soggettività dell'autore, e al tempo stesso raccoglie sotto una denominazione comune generi poetici diversi, alcuni tradizionali (canzoni, elegie), altri più liberi e originali.

L'opera si articola in diverse fasi creative:

  • 1818-23: le "canzoni"
  • 1819-21: i "piccoli idilli"
  • 1823-28: periodo di silenzio poetico (composizione delle "Operette morali")
  • 1828-30: i "grandi idilli"
  • 1833-35: il "Ciclo di Aspasia"
  • 1836: "La Ginestra"

Le canzoni sono componimenti di impianto classicistico, che utilizzano uno schema metrico tradizionale e un linguaggio aulico. Le prime cinque (1818-1821) affrontano una tematica civile, animate da aspra polemica contro l'età presente e nostalgia dell'antichità. Particolarmente significativa è "Ad Angelo Mai", vera summa dei temi leopardiani di questo periodo.

Diversa struttura hanno "Il Bruto minore" e "L'ultimo canto di Saffo", dove il poeta delega il discorso a due personaggi dell'antichità, entrambi suicidi. Qui si delinea già un pessimismo che va oltre le ragioni storiche, con un'affermazione del titanismo eroico che caratterizza la sua prima fase.

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Gli idilli e i grandi idilli

Gli idilli rappresentano una svolta rispetto alle canzoni, sia nelle tematiche (intime e autobiografiche) sia nel linguaggio (più colloquiale e semplice). Il termine "idillio" deriva dal greco e significa "quadretto". Originariamente indicava componimenti brevi, ma per l'influenza del poeta greco Teocrito, divenne associato alla poesia bucolica.

Gli idilli di Leopardi (1819-1821) non hanno però nulla a che fare con la tradizione pastorale classica: sono espressione di "sentimenti, affezioni, avventure storiche del suo animo". La rappresentazione della natura è tutta in funzione soggettiva, per esprimere momenti essenziali della vita interiore del poeta.

"L'infinito" presenta una situazione apparentemente bucolica (la siepe, il vento), ma è in realtà lo spunto per una vertiginosa meditazione sull'infinito creato dall'immaginazione. "La sera del dì di festa" parte da un notturno lunare per arrivare a una confessione dell'infelicità e a una meditazione sul tempo che cancella ogni traccia umana.

Dopo un periodo di silenzio poetico, nella primavera del 1828 Leopardi ritrova ispirazione grazie al soggiorno pisano e compone "A Silvia", aprendo la stagione dei "grandi idilli" o "canti pisano-recanatesi". Questa nuova fase comprende anche "Le ricordanze", "La quiete dopo la tempesta", "Il sabato del villaggio", "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia" e "Il passero solitario".

💡 I "grandi idilli" non sono la semplice ripresa dei primi: tra loro si collocano esperienze decisive come la fine delle illusioni giovanili e la costruzione di un sistema filosofico pessimistico. Le immagini liete evocate dalla memoria sono ora accompagnate dalla consapevolezza del "vero".

Il linguaggio è più misurato e la forma metrica si evolve nell'originale "canzone libera leopardiana", una strofa di endecasillabi e settenari che si succedono senza uno schema fisso, assecondando la vaghezza delle immagini.



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Giacomo Leopardi, uno dei più grandi poeti italiani dell'Ottocento, nacque a Recanati nel 1798. La sua vita fu segnata da un intenso percorso intellettuale, dal pessimismo filosofico e da una straordinaria capacità poetica che ha rivoluzionato la letteratura italiana.

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💡 La precocità intellettuale di Leopardi fu straordinaria: a soli quindici anni compose opere erudite come la "Storia dell'astronomia" e il "Saggio sopra gli errori popolari degli antichi".

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Nel 1822 Leopardi riuscì finalmente a lasciare Recanati, recandosi a Roma ospite dello zio Carlo Antici. L'esperienza romana si rivelò però deludente: gli ambienti letterari gli apparvero vuoti e mediocri, e persino la grandiosità monumentale della città lo infastidiva.

Tornato a Recanati nel 1823, si dedicò alla composizione delle "Operette morali", opera in cui espresse il suo pensiero pessimistico in forma di prosa. In questo periodo attraversò una fase di "aridità interiore" che gli impedì di scrivere versi, concentrandosi invece sull'investigazione dell'"acerbo vero" attraverso la filosofia.

Nel 1825 riuscì nuovamente a lasciare la famiglia grazie al lavoro offertogli dall'editore milanese Stella, che gli permise di soggiornare a Milano e Bologna. Nel 1827 si trasferì a Firenze, dove entrò in contatto con il gruppo di intellettuali che facevano capo a Gian Pietro Vieusseux.

L'inverno tra il 1827 e il 1828 lo trascorse a Pisa, dove la dolcezza del clima e un miglioramento della salute favorirono un "risorgimento" della sua capacità di sentire e immaginare. In questo periodo compose "A Silvia", che apre la serie dei "grandi idilli".

Nell'autunno del 1828, aggravate le sue condizioni di salute e sospeso l'assegno dell'editore, dovette tornare a Recanati, dove visse sedici mesi in totale isolamento e profonda malinconia.

Giacomo
Leopardit
-1) La vita
Recanati
Nacque il 29 giugno 1798 a
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Gli ultimi anni e l'eredità intellettuale

Nell'aprile 1830 Leopardi accettò un assegno mensile offertogli dagli amici fiorentini, che gli permise di lasciare definitivamente Recanati. A Firenze ampliò i suoi rapporti sociali e partecipò al dibattito culturale e politico dell'epoca, pur mantenendo posizioni critiche contro l'ottimismo progressista dei liberali.

In questo periodo visse anche l'esperienza della passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti. La delusione per non essere ricambiato ispirò un nuovo ciclo di canti, noti come "Ciclo di Aspasia", caratterizzati da soluzioni poetiche innovative.

Durante questi anni strinse una profonda amicizia con Antonio Ranieri, giovane napoletano con cui convisse fino alla morte. Dal 1833 si stabilì a Napoli, dove entrò in polemica con l'ambiente culturale dominato da tendenze idealistiche e neo-cattoliche, opposte al suo materialismo ateo.

L'ultima grande opera di Leopardi fu "La ginestra", un canto in cui la sua filosofia pessimistica si apre a una visione di solidarietà umana come risposta alla comune condizione di sofferenza.

💡 "La ginestra" rappresenta il testamento spirituale di Leopardi: qui il pessimismo non nega più il progresso, ma diventa base per un'etica della solidarietà tra gli uomini contro la natura ostile.

La morte, "attesa e invocata da anni", lo colse a Napoli il 14 giugno 1837, all'età di soli 38 anni, lasciando alla cultura italiana un'eredità di straordinaria profondità filosofica e poetica.

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Lettere, scritti autobiografici e pensiero filosofico

Le lettere di Leopardi costituiscono un corpus di grande valore umano e letterario. Particolarmente significative sono quelle a Pietro Giordani, in cui confessa i propri tormenti interiori e le proprie idee letterarie. Diversamente intensi sono gli scambi epistolari con i familiari: con il fratello Carlo condivide esperienze spesso con toni ironici, con la sorella Paolina trova un'anima affine, mentre con il padre Monaldo mantiene una distanza dovuta alle divergenze ideologiche.

Nel 1819 Leopardi concepì anche l'idea di un romanzo autobiografico, provvisoriamente intitolato "Storia di un'anima" o "Vita di Silvio Sarno", sul modello del Werther di Goethe. Avrebbe dovuto trattare principalmente dello sviluppo di una vicenda intima più che di fatti esteriori, con annotazioni di ricordi infantili e sensazioni in una prosa che anticipa il "flusso di coscienza".

Il pensiero filosofico di Leopardi è fondato sul pessimismo, che attraversa diverse fasi. Inizialmente sviluppa un "pessimismo storico": l'infelicità umana è vista come conseguenza dell'allontanamento dalla natura benigna e dalla felicità originaria degli antichi, causato dal progresso della ragione che ha spento le illusioni.

Intorno al 1824 giunge al "pessimismo cosmico": l'infelicità non è più una condizione storica e relativa, ma un dato eterno e immutabile, intrinseco alla natura stessa. La natura non è più vista come madre benigna ma come meccanismo cieco, indifferente o addirittura ostile alle creature. Da questo deriva l'abbandono iniziale della poesia civile e del titanismo in favore di un atteggiamento contemplativo e distaccato, che caratterizza le "Operette morali".

Nell'ultima fase della sua vita, Leopardi torna a un atteggiamento di protesta e di sfida, culminante ne "La ginestra", dove la concezione pessimistica della natura diventa base per una nuova visione della solidarietà umana.

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L'evoluzione del pessimismo leopardiano

Il pessimismo di Leopardi si fonda sull'infelicità umana, le cui cause vengono analizzate e sviluppate nello "Zibaldone". Secondo la sua teoria del piacere, elaborata nel luglio 1820, l'uomo aspira a un piacere infinito per estensione e durata, ma poiché nessun piacere concreto può soddisfare questa esigenza, nasce un senso di perpetua insoddisfazione.

Nella sua prima fase di pensiero, Leopardi concepisce la natura come benigna: pur avendo creato l'uomo inevitabilmente infelice, gli ha offerto il rimedio dell'immaginazione e delle illusioni. Gli uomini primitivi e gli antichi, più vicini alla natura come i fanciulli, erano felici perché capaci di illudersi e ignorare la loro reale infelicità. Il progresso della civiltà, opera della ragione, ha allontanato l'uomo da questa condizione privilegiata.

Da qui deriva il suo "pessimismo storico": gli antichi, nutriti di generose illusioni, erano capaci di azioni eroiche e magnanime; il progresso ha spento queste illusioni, rendendo i moderni incapaci di slanci nobili, corrompendo i costumi e generando viltà ed egoismo. La colpa dell'infelicità è attribuita all'uomo stesso, che si è allontanato dalla via tracciata dalla natura.

💡 Nel pessimismo storico, Leopardi vede l'Italia del suo tempo come massimo esempio di decadenza: da questa visione scaturisce la tematica patriottica delle sue prime canzoni e il suo atteggiamento titanico contro il destino.

Il passaggio al "pessimismo cosmico" avviene quando Leopardi comprende che la natura non è benigna ma indifferente o addirittura crudele verso le sue creature. La sofferenza e la distruzione degli esseri diventa legge essenziale di un meccanismo cieco e privo di finalità. L'uomo è vittima innocente, non più responsabile della propria infelicità.

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La poetica del "vago e indefinito"

Leopardi elabora nello "Zibaldone", il suo diario intellettuale tenuto dal 1817 al 1832, una teoria poetica basata sul "vago e indefinito". Questo vasto quaderno di appunti, pubblicato postumo grazie a Giosuè Carducci, raccoglie riflessioni, osservazioni e note su temi filosofici, linguistici e letterari.

Secondo la sua "teoria del piacere", se nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, l'uomo può figurarselo mediante l'immaginazione, stimolata da ciò che è "vago e indefinito". Leopardi elenca una serie di elementi che suscitano questo effetto: la vista impedita da un ostacolo (come una siepe), i suoni che si allontanano, il canto che echeggia in lontananza, lo stormire del vento.

Il bello poetico consiste proprio in questo "vago e indefinito" che stimola l'immaginazione. Alcune parole sono per lui eminentemente poetiche (lontano, antico, notte, ultimo, eterno) proprio per le idee indefinite che suscitano. Queste immagini sono suggestive perché evocano sensazioni che ci hanno affascinato durante l'infanzia.

La "rimembranza" diviene quindi essenziale al sentimento poetico: la poesia non è che il recupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso la memoria.

Per Leopardi, i maestri della poesia vaga e indefinita erano gli antichi, più vicini alla natura e quindi immaginosi come fanciulli. I moderni, allontanatisi dalla natura per colpa della ragione, possono accedere solo a una "poesia sentimentale", nutrita di idee e consapevolezza dell'infelicità.

Pur consapevole di appartenere all'età moderna a cui è preclusa la poesia d'immaginazione, Leopardi non rinuncia al carattere immaginoso nei suoi versi, continuando a nutrirli di illusioni attraverso la memoria.

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Leopardi e il Romanticismo

Il rapporto di Leopardi con il Romanticismo è complesso e originale. Nonostante la sua formazione rigorosamente classicistica, consolidata dall'amicizia con Giordani, e la sua opposizione alle tesi romantiche espresse in scritti come la "Lettera ai compilatori della Biblioteca italiana", le sue posizioni sono molto più articolate di quelle dei classicisti tradizionali.

Leopardi concepisce la poesia come espressione di una spontaneità originaria, di un mondo interiore immaginoso. Concorda con i romantici nella critica al classicismo accademico, all'imitazione pedissequa, alle regole rigide dei generi letterari e all'abuso della mitologia, ma rimprovera loro l'artificiosa ricerca dello strano e dell'orrido, e il predominio della logica sulla fantasia.

Si può parlare quindi di un "classicismo romantico" di Leopardi: ripropone i classici antichi come modelli di poesia spontanea e immaginosa, con uno spirito che è in realtà profondamente romantico.

Rispetto al Romanticismo italiano, Leopardi privilegia la poesia lirica come espressione immediata dell'io e dei sentimenti, contrapponendosi alla scuola romantica lombarda che predilige forme narrative con intenti civili e morali. In questo, appare più vicino allo spirito della poesia romantica europea.

💡 Leopardi condivide con il Romanticismo europeo temi fondamentali come la tensione verso l'infinito, l'esaltazione della soggettività, il titanismo e il conflitto tra illusione e realtà, pur mantenendo una visione filosofica materialista.

Si distingue però dal Romanticismo europeo per l'assenza di elementi tipici come l'esotismo orientaleggiante, il culto del medioevo, la tematica magico-fantastica e il fascino del mistero. Il suo linguaggio rimane fedele alla nitidezza classica, coerentemente con la sua visione filosofica sensista e materialista.

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I Canti: struttura e evoluzione

Dopo la "conversione al bello" del 1816, Leopardi attraversa un periodo ricco di sperimentazioni letterarie. Tra il 1818 e il 1823 compone dieci canzoni, pubblicate a Bologna nel 1824. Nel 1826 stampa una raccolta che comprende componimenti riuniti sotto il titolo di "Idilli". Nel 1831 a Firenze raccoglie questi e altri testi sotto il titolo complessivo di "Canti".

La scelta del titolo "Canti" è significativa: rimanda al carattere squisitamente lirico di queste poesie, che traggono alimento dall'intima soggettività dell'autore, e al tempo stesso raccoglie sotto una denominazione comune generi poetici diversi, alcuni tradizionali (canzoni, elegie), altri più liberi e originali.

L'opera si articola in diverse fasi creative:

  • 1818-23: le "canzoni"
  • 1819-21: i "piccoli idilli"
  • 1823-28: periodo di silenzio poetico (composizione delle "Operette morali")
  • 1828-30: i "grandi idilli"
  • 1833-35: il "Ciclo di Aspasia"
  • 1836: "La Ginestra"

Le canzoni sono componimenti di impianto classicistico, che utilizzano uno schema metrico tradizionale e un linguaggio aulico. Le prime cinque (1818-1821) affrontano una tematica civile, animate da aspra polemica contro l'età presente e nostalgia dell'antichità. Particolarmente significativa è "Ad Angelo Mai", vera summa dei temi leopardiani di questo periodo.

Diversa struttura hanno "Il Bruto minore" e "L'ultimo canto di Saffo", dove il poeta delega il discorso a due personaggi dell'antichità, entrambi suicidi. Qui si delinea già un pessimismo che va oltre le ragioni storiche, con un'affermazione del titanismo eroico che caratterizza la sua prima fase.

Giacomo
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Gli idilli e i grandi idilli

Gli idilli rappresentano una svolta rispetto alle canzoni, sia nelle tematiche (intime e autobiografiche) sia nel linguaggio (più colloquiale e semplice). Il termine "idillio" deriva dal greco e significa "quadretto". Originariamente indicava componimenti brevi, ma per l'influenza del poeta greco Teocrito, divenne associato alla poesia bucolica.

Gli idilli di Leopardi (1819-1821) non hanno però nulla a che fare con la tradizione pastorale classica: sono espressione di "sentimenti, affezioni, avventure storiche del suo animo". La rappresentazione della natura è tutta in funzione soggettiva, per esprimere momenti essenziali della vita interiore del poeta.

"L'infinito" presenta una situazione apparentemente bucolica (la siepe, il vento), ma è in realtà lo spunto per una vertiginosa meditazione sull'infinito creato dall'immaginazione. "La sera del dì di festa" parte da un notturno lunare per arrivare a una confessione dell'infelicità e a una meditazione sul tempo che cancella ogni traccia umana.

Dopo un periodo di silenzio poetico, nella primavera del 1828 Leopardi ritrova ispirazione grazie al soggiorno pisano e compone "A Silvia", aprendo la stagione dei "grandi idilli" o "canti pisano-recanatesi". Questa nuova fase comprende anche "Le ricordanze", "La quiete dopo la tempesta", "Il sabato del villaggio", "Canto notturno di un pastore errante dell'Asia" e "Il passero solitario".

💡 I "grandi idilli" non sono la semplice ripresa dei primi: tra loro si collocano esperienze decisive come la fine delle illusioni giovanili e la costruzione di un sistema filosofico pessimistico. Le immagini liete evocate dalla memoria sono ora accompagnate dalla consapevolezza del "vero".

Il linguaggio è più misurato e la forma metrica si evolve nell'originale "canzone libera leopardiana", una strofa di endecasillabi e settenari che si succedono senza uno schema fisso, assecondando la vaghezza delle immagini.

Pensavamo che non l'avreste mai chiesto....

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