L'industrializzazione forzata dell'URSS
Stalin sapeva che doveva modernizzare rapidamente l'URSS per affrontare i nemici internazionali. Nel 1928 abolì la NEP e lanciò i piani quinquennali, che pianificavano tutta l'economia per 5 anni eliminando qualsiasi iniziativa privata.
Il Gosplan controllava tutto, puntando soprattutto sull'industria pesante e le infrastrutture. Gli operai erano sottoposti a una disciplina militare durissima - praticamente come soldati in fabbrica.
Il primo piano quinquennale fallì miseramente, ma Stalin mentì sui risultati per giustificare lo sfruttamento dei lavoratori. Il secondo piano andò molto meglio: la produzione industriale aumentò del 120% e la disoccupazione sparì quasi del tutto.
Questo successo creò però nuovi problemi. Milioni di persone si trasferirono nelle città (fenomeno dell'inurbamento), ma non c'erano abbastanza case. Le famiglie erano costrette a vivere ammassate nei kommunalki, dormitori collettivi con condizioni di vita pessime.
Ricorda: I piani quinquennali trasformarono l'URSS in una potenza industriale, ma a costo di enormi sacrifici umani.
La collettivizzazione delle campagne
Le campagne pagarono il prezzo più alto della modernizzazione staliniana. La crisi cerealicola del 1927 lasciò le città senza cibo, spingendo Stalin a lanciare nel 1930 la collettivizzazione forzata.
Tutte le terre private furono espropriate e trasformate in aziende collettive. I kolchoz permettevano ai contadini di tenere piccoli appezzamenti privati, ma li obbligavano a lavorare insieme la terra statale. I sovchoz erano invece aziende completamente statali dove i contadini lavoravano come dipendenti.
Il vero problema erano i kulaki, i contadini benestanti nati con la NEP. Loro si rifiutavano di condividere i frutti del loro lavoro e spesso bruciavano i raccolti pur di non consegnarli allo Stato.
La risposta di Stalin fu feroce: nel 1930 ordinò l'eliminazione dei "kulaki in quanto classe" attraverso la dekulakizzazione.




