Le Condizioni Socio-Economiche e la Questione Meridionale
L'Italia del 1861 conta 22 milioni di abitanti ma presenta un quadro socio-economico drammatico: altissimo tasso di analfabetismo (90% della popolazione), economia prevalentemente agricola e enormi squilibri territoriali tra un Nord in via di industrializzazione e un Sud ancora feudale.
Le città più sviluppate sono Torino, Milano e Genova, centri industriali del triangolo settentrionale, mentre il Sud rimane legato ad agricoltura e allevamento con strutture arretrate. Questa disparità genera la "Questione Meridionale", problema che segnerà profondamente la storia italiana.
Le gravi difficoltà economiche del Meridione portano al fenomeno del brigantaggio: contadini costretti a rubare per sopravvivere e pagare le tasse sempre più pesanti diventano una piaga sociale che il governo deve affrontare con urgenza.
La classe dirigente si divide in Destra Storica (conservativa, eredita gli ideali di Cavour) e Sinistra Storica (progressista, si ispira a Mazzini e Minghetti). Entrambe rappresentano però solo l'élite aristocratica, mentre il popolo rimane escluso dalla vita politica.
Questo periodo vede nascere i concetti di progresso e capitalismo come motori del benessere futuro. La borghesia emerge come classe dominante, divisa in grande borghesia (banchieri), media borghesia (professionisti) e piccola borghesia (commercianti e artigiani).
Contraddizione fondamentale: L'unità politica è raggiunta, ma l'Italia deve ancora costruire una vera identità nazionale e affrontare profondi squilibri socio-economici.