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Le tappe dell'Unità d'Italia e la Seconda Guerra d'Indipendenza











La situazione dopo il '48 e l'ascesa del Piemonte
Dopo le rivoluzioni fallite del 1848, l'Italia precipitò in quella che venne chiamata seconda restaurazione. I sovrani abolirono tutte le costituzioni e le libertà concesse, riportando il governo assolutistico ovunque tranne che in un posto.
L'Austria applicò una vera politica del terrore nel lombardo-Veneto con migliaia di arresti. I martiri di Belfiore a Mantova (1852) divennero il simbolo della repressione austriaca, mentre altri tentativi insurrezionali come quello di Milano del 1853 finirono con altre condanne a morte.
L'unica eccezione fu il Regno di Sardegna, dove Vittorio Emanuele II mantenne lo Statuto del 1848 e il Parlamento. Il re capì che per sopravvivere politicamente doveva allearsi con la borghesia liberale, chiamando Massimo d'Azeglio come primo ministro.
💡 Ricorda: Il Piemonte diventa l'unico stato costituzionale d'Italia, attirando circa 30.000 esuli politici che lo trasformano nel centro del patriottismo italiano.

L'ascesa di Cavour e le riforme
Con le leggi Siccardi del 1850, il governo D'Azeglio abolì i privilegi della Chiesa, modernizzando lo Stato. In questo scontro emerse Camillo Benso conte di Cavour, che creò il famoso "connubio" - un'alleanza tra centro-destra e centro-sinistra che gli garantì una maggioranza parlamentare solida.
Nel novembre 1852 iniziò il "grande ministero" di Cavour, destinato a durare quasi un decennio. Il suo programma era ambizioso: fare del Piemonte uno stato moderno ispirato al liberismo che aveva studiato in Inghilterra.
Cavour rivoluzionò l'economia piemontese: modernizzò l'agricoltura, sviluppò l'industria tessile, rinnovò il porto di Genova e ampliò la rete ferroviaria. Creò la Banca Nazionale per favorire prestiti e riformò il sistema fiscale per penalizzare le rendite improduttive.
La legge dei conventi del 1855 soppresse gli ordini religiosi contemplativi, incamerando i loro beni per finanziare lo Stato. Era chiaro: Cavour stava preparando il Piemonte per qualcosa di grande.
💡 Nota bene: Il "connubio" di Cavour è un esempio perfetto di come in politica le alleanze strategiche possano essere più efficaci delle maggioranze assolute.

La strategia estera di Cavour
Cavour aveva un piano preciso: espandere il Piemonte verso l'alta Italia includendo il lombardo-Veneto, ma questo significava scontro con l'Austria. La sua strategia escludeva rivoluzioni popolari, puntando tutto su diplomazia ed esercito.
Il Piemonte divenne la meta di un esilio politico di massa: 30.000 perseguitati dagli altri stati italiani trovarono rifugio nel regno sabaudo, trasformandolo nel simbolo delle speranze patriottiche.
L'opportunità arrivò con la guerra di Crimea (1853). Mentre l'Austria rimaneva neutrale, Cavour decise di schierare il Piemonte con Francia e Gran Bretagna contro la Russia. Era un rischio enorme: mandare 20.000 uomini guidati da Alfonso La Marmora in una guerra lontana.
La mossa si rivelò geniale. Il contributo piemontese alla caduta di Sebastopoli (1855) permise a Cavour di partecipare al Congresso di Parigi del 1856, dove poté denunciare pubblicamente la presenza austriaca in Italia come fonte di instabilità europea.
💡 Strategia vincente: Cavour trasforma una guerra regionale in un trampolino per portare la questione italiana sul tavolo delle grandi potenze europee.

La crisi del movimento democratico
Nonostante il prestigio acquisito a Parigi, Cavour non ottenne risultati concreti, ma rafforzò la posizione del Piemonte. Intanto il movimento democratico si stava dividendo. Mazzini continuava a sognare una rivoluzione popolare repubblicana, ma nacquero nuove correnti socialiste.
Carlo Pisacane, ex-mazziniano, teorizzò un socialismo che legava l'indipendenza nazionale al riscatto delle classi popolari. La rivoluzione doveva mobilitare i contadini, non solo la borghesia.
Il 25 giugno 1857 Pisacane tentò la sua spedizione: partì da Genova, liberò i detenuti politici dall'isola di Ponza e sbarcò a Sapri sperando di scatenare una rivolta antiborbonica. Fu un disastro totale: la popolazione locale li scambiò per briganti e li attaccò. Pisacane si suicidò per non essere catturato.
Questi fallimenti spaccarono il fronte democratico. Daniele Manin fondò la Società Nazionale Italiana (1857), che univa democratici e moderati attorno alla monarchia sabauda. Anche Garibaldi, rientrato dall'esilio nel 1855, aderì all'iniziativa.
💡 Punto di svolta: Il fallimento di Pisacane convince molti democratici che solo la monarchia sabauda può realizzare l'unità italiana.

L'alleanza con Napoleone III
L'evento che cambiò tutto fu l'attentato di Felice Orsini del 14 gennaio 1858. Il mazziniano romagnolo lanciò bombe contro la carrozza di Napoleone III a Parigi. L'imperatore rimase illeso, ma l'attentato ebbe conseguenze inaspettate.
Prima dell'esecuzione, Orsini scrisse una lettera a Napoleone perorando l'indipendenza italiana. L'imperatore la rese pubblica, colpendo l'opinione europea. Cavour capì l'opportunità e sei mesi dopo, il 21 luglio 1858, incontrò segretamente Napoleone a Plombières.
L'accordo prevedeva l'intervento francese solo se l'Austria avesse aggredito il Piemonte. In caso di vittoria, l'Italia sarebbe stata divisa in quattro stati confederati sotto la presidenza del Papa: Regno dell'alta Italia , Regno dell'Italia centrale , Regno del Sud (ex Regno delle Due Sicilie) e Stato Pontificio ridotto.
Il prezzo dell'alleanza era alto: Nizza e Savoia alla Francia. Era un progetto egemonico, non unitario: Cavour voleva dominare il Nord Italia, Napoleone voleva sostituire l'Austria come controllore della penisola.
💡 Realpolitik: L'accordo di Plombières non prevede l'unità d'Italia, ma l'egemonia piemontese al Nord e francese al Centro-Sud.

La Seconda Guerra d'Indipendenza
Dalla fine del 1858 Cavour provocò sistematicamente l'Austria: manovre militari al confine, spostamenti di truppe, fortificazioni. Emise un prestito pubblico sottoscritto con entusiasmo dai cittadini e affidò a Garibaldi l'organizzazione dei Cacciatori delle Alpi.
Il 23 aprile 1859 l'Austria cadde nella trappola: lanciò un ultimatum intimando al Piemonte di disarmarsi entro tre giorni. Cavour rifiutò e il 29 aprile gli austriaci invasero il Piemonte attraverso il Ticino.
L'intervento francese fu immediato. Le vittorie di Montebello (20 maggio) e Magenta (4 giugno) aprirono la strada verso Milano. La città fu liberata insieme a tutta la Lombardia, mentre i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi liberavano il Nord.
Contemporaneamente scoppiarono insurrezioni in Toscana, Emilia e Romagna. I sovrani furono cacciati e sostituiti da governi provvisori che, a differenza del 1848, furono controllati dalle forze moderate in attesa dell'annessione al Piemonte.
💡 Effetto domino: La guerra innesca insurrezioni spontanee in tutta l'Italia centrale, superando i piani originari di Cavour.

Da Solferino all'armistizio di Villafranca
Il 24 giugno 1859 si combatté la battaglia decisiva tra Solferino e San Martino. Gli austriaci tentarono il contrattacco ma furono respinti dall'esercito franco-piemontese. La strada per Venezia era aperta e l'entusiasmo italiano alle stelle.
Fu durante questa strage che Henry Dunant ebbe l'idea di creare un'organizzazione internazionale per l'assistenza ai feriti di guerra: nasceva così l'idea della Croce Rossa.
Ma l'11 luglio arrivò la doccia fredda: Napoleone III firmò l'armistizio di Villafranca senza consultare i piemontesi. L'imperatore temeva l'intervento prussiano, i costi della guerra e le pressioni dei cattolici francesi per lo Stato Pontificio.
L'Austria cedeva la Lombardia al Piemonte ma manteneva il Veneto, mentre nel resto d'Italia dovevano tornare i vecchi governi. Cavour, furioso per il "tradimento", si dimise il 13 luglio. Il re affidò il governo al generale Alfonso La Marmora.
💡 Colpo di scena: Proprio quando la vittoria sembrava completa, Napoleone III abbandona l'alleato italiano per calcoli di politica internazionale.

La resistenza popolare e il ritorno di Cavour
L'armistizio prevedeva la restaurazione in Toscana ed Emilia, ma le popolazioni si ribellarono. Dopo il ritiro dei commissari piemontesi, affidarono poteri dittatoriali a personalità prestigiose: Bettino Ricasoli a Firenze, Luigi Carlo Farini a Modena, Leonetto Cipriani a Bologna.
Unirono le forze militari in un esercito volontario comandato da Garibaldi per impedire il ritorno dei vecchi sovrani. Era una resistenza popolare organizzata che sfidava gli accordi internazionali.
Il 21 gennaio 1860 Vittorio Emanuele richiamò Cavour, che raggiunse un compromesso con Napoleone: confermava la cessione di Nizza e Savoia alla Francia in cambio del riconoscimento dei risultati dei plebisciti in Italia centrale.
I plebisciti del marzo 1860 furono trionfali per l'annessione al Regno sabaudo. Nasceva così il nuovo regno composto da Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Il prezzo pagato fu la perdita di Nizza e Savoia alla Francia.
💡 Volontà popolare: I plebisciti dimostrano che l'unificazione non è solo un progetto delle élite, ma ha consenso popolare nelle regioni coinvolte.

Verso la spedizione dei Mille
Le forze democratiche non si accontentavano dei risultati di Cavour: volevano completare l'unità con una rivoluzione popolare che includesse l'Italia meridionale. Gli occhi erano puntati sulla Sicilia, che dal 1848 aspirava alla separazione da Napoli.
I democratici si rivolgevano a Garibaldi, visto come alternativa rivoluzionaria a Cavour. Ma il generale era prudente: temeva un fallimento come quello di Pisacane e dichiarò che sarebbe intervenuto solo dopo un'insurrezione popolare spontanea.
Nell'aprile 1860, dopo le annessioni in Italia centrale, i comitati rivoluzionari siciliani passarono all'azione. Rosolino Pilo e Francesco Crispi fecero insorgere Palermo. Il moto urbano fu soffocato, ma nelle campagne continuava a espandersi.
Crispi convinse Garibaldi che il momento era arrivato. Nella notte tra il 5 e 6 maggio, nei pressi dello scoglio di Quarto a Genova, Nino Bixio e altri volontari si impadronirono delle navi "Piemonte" e "Lombardo" della società Rubattino, salpando verso la Sicilia con circa mille volontari dalle camicie rosse.
💡 Momento epico: La spedizione dei Mille parte come iniziativa privata, ma cambierà il corso della storia italiana in pochi mesi.

I Mille alla conquista del Sud
La posizione del governo piemontese era ambigua: Cavour inizialmente contrario temeva la rivoluzione, ma scelse di non opporsi. In caso di fallimento avrebbe negato responsabilità, in caso di successo avrebbe potuto intervenire per "fermare i pericolosi rivoluzionari".
L'11 maggio i Mille sbarcarono a Marsala. Tre giorni dopo Garibaldi proclamò la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II da Salemi. La prima vittoria a Calatafimi (15 maggio) scatenò l'insurrezione in tutta la Sicilia, culminata con la conquista di Palermo il 27 maggio.
Garibaldi formò un governo provvisorio con Crispi, abolendo la tassa sul macinato e promettendo la distribuzione delle terre comunali ai contadini. Ma presto emersero tensioni sociali: i contadini sostenevano Garibaldi sperando in riforme radicali, ma i garibaldini avevano bisogno del consenso della borghesia proprietaria.
Era il dilemma di ogni rivoluzione: come conciliare le aspettative popolari con le necessità politiche dell'unificazione nazionale.
💡 Contraddizione rivoluzionaria: Garibaldi deve bilanciare le speranze dei contadini siciliani con l'appoggio della borghesia, necessario per il successo dell'impresa.
Pensavamo che non l'avreste mai chiesto....
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La situazione dopo il '48 e l'ascesa del Piemonte
Dopo le rivoluzioni fallite del 1848, l'Italia precipitò in quella che venne chiamata seconda restaurazione. I sovrani abolirono tutte le costituzioni e le libertà concesse, riportando il governo assolutistico ovunque tranne che in un posto.
L'Austria applicò una vera politica del terrore nel lombardo-Veneto con migliaia di arresti. I martiri di Belfiore a Mantova (1852) divennero il simbolo della repressione austriaca, mentre altri tentativi insurrezionali come quello di Milano del 1853 finirono con altre condanne a morte.
L'unica eccezione fu il Regno di Sardegna, dove Vittorio Emanuele II mantenne lo Statuto del 1848 e il Parlamento. Il re capì che per sopravvivere politicamente doveva allearsi con la borghesia liberale, chiamando Massimo d'Azeglio come primo ministro.
💡 Ricorda: Il Piemonte diventa l'unico stato costituzionale d'Italia, attirando circa 30.000 esuli politici che lo trasformano nel centro del patriottismo italiano.

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L'ascesa di Cavour e le riforme
Con le leggi Siccardi del 1850, il governo D'Azeglio abolì i privilegi della Chiesa, modernizzando lo Stato. In questo scontro emerse Camillo Benso conte di Cavour, che creò il famoso "connubio" - un'alleanza tra centro-destra e centro-sinistra che gli garantì una maggioranza parlamentare solida.
Nel novembre 1852 iniziò il "grande ministero" di Cavour, destinato a durare quasi un decennio. Il suo programma era ambizioso: fare del Piemonte uno stato moderno ispirato al liberismo che aveva studiato in Inghilterra.
Cavour rivoluzionò l'economia piemontese: modernizzò l'agricoltura, sviluppò l'industria tessile, rinnovò il porto di Genova e ampliò la rete ferroviaria. Creò la Banca Nazionale per favorire prestiti e riformò il sistema fiscale per penalizzare le rendite improduttive.
La legge dei conventi del 1855 soppresse gli ordini religiosi contemplativi, incamerando i loro beni per finanziare lo Stato. Era chiaro: Cavour stava preparando il Piemonte per qualcosa di grande.
💡 Nota bene: Il "connubio" di Cavour è un esempio perfetto di come in politica le alleanze strategiche possano essere più efficaci delle maggioranze assolute.

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La strategia estera di Cavour
Cavour aveva un piano preciso: espandere il Piemonte verso l'alta Italia includendo il lombardo-Veneto, ma questo significava scontro con l'Austria. La sua strategia escludeva rivoluzioni popolari, puntando tutto su diplomazia ed esercito.
Il Piemonte divenne la meta di un esilio politico di massa: 30.000 perseguitati dagli altri stati italiani trovarono rifugio nel regno sabaudo, trasformandolo nel simbolo delle speranze patriottiche.
L'opportunità arrivò con la guerra di Crimea (1853). Mentre l'Austria rimaneva neutrale, Cavour decise di schierare il Piemonte con Francia e Gran Bretagna contro la Russia. Era un rischio enorme: mandare 20.000 uomini guidati da Alfonso La Marmora in una guerra lontana.
La mossa si rivelò geniale. Il contributo piemontese alla caduta di Sebastopoli (1855) permise a Cavour di partecipare al Congresso di Parigi del 1856, dove poté denunciare pubblicamente la presenza austriaca in Italia come fonte di instabilità europea.
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La crisi del movimento democratico
Nonostante il prestigio acquisito a Parigi, Cavour non ottenne risultati concreti, ma rafforzò la posizione del Piemonte. Intanto il movimento democratico si stava dividendo. Mazzini continuava a sognare una rivoluzione popolare repubblicana, ma nacquero nuove correnti socialiste.
Carlo Pisacane, ex-mazziniano, teorizzò un socialismo che legava l'indipendenza nazionale al riscatto delle classi popolari. La rivoluzione doveva mobilitare i contadini, non solo la borghesia.
Il 25 giugno 1857 Pisacane tentò la sua spedizione: partì da Genova, liberò i detenuti politici dall'isola di Ponza e sbarcò a Sapri sperando di scatenare una rivolta antiborbonica. Fu un disastro totale: la popolazione locale li scambiò per briganti e li attaccò. Pisacane si suicidò per non essere catturato.
Questi fallimenti spaccarono il fronte democratico. Daniele Manin fondò la Società Nazionale Italiana (1857), che univa democratici e moderati attorno alla monarchia sabauda. Anche Garibaldi, rientrato dall'esilio nel 1855, aderì all'iniziativa.
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L'alleanza con Napoleone III
L'evento che cambiò tutto fu l'attentato di Felice Orsini del 14 gennaio 1858. Il mazziniano romagnolo lanciò bombe contro la carrozza di Napoleone III a Parigi. L'imperatore rimase illeso, ma l'attentato ebbe conseguenze inaspettate.
Prima dell'esecuzione, Orsini scrisse una lettera a Napoleone perorando l'indipendenza italiana. L'imperatore la rese pubblica, colpendo l'opinione europea. Cavour capì l'opportunità e sei mesi dopo, il 21 luglio 1858, incontrò segretamente Napoleone a Plombières.
L'accordo prevedeva l'intervento francese solo se l'Austria avesse aggredito il Piemonte. In caso di vittoria, l'Italia sarebbe stata divisa in quattro stati confederati sotto la presidenza del Papa: Regno dell'alta Italia , Regno dell'Italia centrale , Regno del Sud (ex Regno delle Due Sicilie) e Stato Pontificio ridotto.
Il prezzo dell'alleanza era alto: Nizza e Savoia alla Francia. Era un progetto egemonico, non unitario: Cavour voleva dominare il Nord Italia, Napoleone voleva sostituire l'Austria come controllore della penisola.
💡 Realpolitik: L'accordo di Plombières non prevede l'unità d'Italia, ma l'egemonia piemontese al Nord e francese al Centro-Sud.

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La Seconda Guerra d'Indipendenza
Dalla fine del 1858 Cavour provocò sistematicamente l'Austria: manovre militari al confine, spostamenti di truppe, fortificazioni. Emise un prestito pubblico sottoscritto con entusiasmo dai cittadini e affidò a Garibaldi l'organizzazione dei Cacciatori delle Alpi.
Il 23 aprile 1859 l'Austria cadde nella trappola: lanciò un ultimatum intimando al Piemonte di disarmarsi entro tre giorni. Cavour rifiutò e il 29 aprile gli austriaci invasero il Piemonte attraverso il Ticino.
L'intervento francese fu immediato. Le vittorie di Montebello (20 maggio) e Magenta (4 giugno) aprirono la strada verso Milano. La città fu liberata insieme a tutta la Lombardia, mentre i Cacciatori delle Alpi di Garibaldi liberavano il Nord.
Contemporaneamente scoppiarono insurrezioni in Toscana, Emilia e Romagna. I sovrani furono cacciati e sostituiti da governi provvisori che, a differenza del 1848, furono controllati dalle forze moderate in attesa dell'annessione al Piemonte.
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Da Solferino all'armistizio di Villafranca
Il 24 giugno 1859 si combatté la battaglia decisiva tra Solferino e San Martino. Gli austriaci tentarono il contrattacco ma furono respinti dall'esercito franco-piemontese. La strada per Venezia era aperta e l'entusiasmo italiano alle stelle.
Fu durante questa strage che Henry Dunant ebbe l'idea di creare un'organizzazione internazionale per l'assistenza ai feriti di guerra: nasceva così l'idea della Croce Rossa.
Ma l'11 luglio arrivò la doccia fredda: Napoleone III firmò l'armistizio di Villafranca senza consultare i piemontesi. L'imperatore temeva l'intervento prussiano, i costi della guerra e le pressioni dei cattolici francesi per lo Stato Pontificio.
L'Austria cedeva la Lombardia al Piemonte ma manteneva il Veneto, mentre nel resto d'Italia dovevano tornare i vecchi governi. Cavour, furioso per il "tradimento", si dimise il 13 luglio. Il re affidò il governo al generale Alfonso La Marmora.
💡 Colpo di scena: Proprio quando la vittoria sembrava completa, Napoleone III abbandona l'alleato italiano per calcoli di politica internazionale.

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La resistenza popolare e il ritorno di Cavour
L'armistizio prevedeva la restaurazione in Toscana ed Emilia, ma le popolazioni si ribellarono. Dopo il ritiro dei commissari piemontesi, affidarono poteri dittatoriali a personalità prestigiose: Bettino Ricasoli a Firenze, Luigi Carlo Farini a Modena, Leonetto Cipriani a Bologna.
Unirono le forze militari in un esercito volontario comandato da Garibaldi per impedire il ritorno dei vecchi sovrani. Era una resistenza popolare organizzata che sfidava gli accordi internazionali.
Il 21 gennaio 1860 Vittorio Emanuele richiamò Cavour, che raggiunse un compromesso con Napoleone: confermava la cessione di Nizza e Savoia alla Francia in cambio del riconoscimento dei risultati dei plebisciti in Italia centrale.
I plebisciti del marzo 1860 furono trionfali per l'annessione al Regno sabaudo. Nasceva così il nuovo regno composto da Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna. Il prezzo pagato fu la perdita di Nizza e Savoia alla Francia.
💡 Volontà popolare: I plebisciti dimostrano che l'unificazione non è solo un progetto delle élite, ma ha consenso popolare nelle regioni coinvolte.

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Verso la spedizione dei Mille
Le forze democratiche non si accontentavano dei risultati di Cavour: volevano completare l'unità con una rivoluzione popolare che includesse l'Italia meridionale. Gli occhi erano puntati sulla Sicilia, che dal 1848 aspirava alla separazione da Napoli.
I democratici si rivolgevano a Garibaldi, visto come alternativa rivoluzionaria a Cavour. Ma il generale era prudente: temeva un fallimento come quello di Pisacane e dichiarò che sarebbe intervenuto solo dopo un'insurrezione popolare spontanea.
Nell'aprile 1860, dopo le annessioni in Italia centrale, i comitati rivoluzionari siciliani passarono all'azione. Rosolino Pilo e Francesco Crispi fecero insorgere Palermo. Il moto urbano fu soffocato, ma nelle campagne continuava a espandersi.
Crispi convinse Garibaldi che il momento era arrivato. Nella notte tra il 5 e 6 maggio, nei pressi dello scoglio di Quarto a Genova, Nino Bixio e altri volontari si impadronirono delle navi "Piemonte" e "Lombardo" della società Rubattino, salpando verso la Sicilia con circa mille volontari dalle camicie rosse.
💡 Momento epico: La spedizione dei Mille parte come iniziativa privata, ma cambierà il corso della storia italiana in pochi mesi.

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I Mille alla conquista del Sud
La posizione del governo piemontese era ambigua: Cavour inizialmente contrario temeva la rivoluzione, ma scelse di non opporsi. In caso di fallimento avrebbe negato responsabilità, in caso di successo avrebbe potuto intervenire per "fermare i pericolosi rivoluzionari".
L'11 maggio i Mille sbarcarono a Marsala. Tre giorni dopo Garibaldi proclamò la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II da Salemi. La prima vittoria a Calatafimi (15 maggio) scatenò l'insurrezione in tutta la Sicilia, culminata con la conquista di Palermo il 27 maggio.
Garibaldi formò un governo provvisorio con Crispi, abolendo la tassa sul macinato e promettendo la distribuzione delle terre comunali ai contadini. Ma presto emersero tensioni sociali: i contadini sostenevano Garibaldi sperando in riforme radicali, ma i garibaldini avevano bisogno del consenso della borghesia proprietaria.
Era il dilemma di ogni rivoluzione: come conciliare le aspettative popolari con le necessità politiche dell'unificazione nazionale.
💡 Contraddizione rivoluzionaria: Garibaldi deve bilanciare le speranze dei contadini siciliani con l'appoggio della borghesia, necessario per il successo dell'impresa.
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