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L'Italia tra il Dopoguerra e il Fascismo: Riassunto











Le trasformazioni politiche del dopoguerra
Dopo la Grande Guerra, l'Italia politica è un vero caos. I partiti liberali tradizionali non riescono più a tenere insieme una società spaccata e scontenta. È il momento dei partiti di massa.
Nel gennaio 1919 nasce il Partito Popolare Italiano, fondato dal prete siciliano Luigi Sturzo. Per la prima volta i cattolici entrano ufficialmente in politica, superando il vecchio divieto papale. Il loro programma è rivoluzionario: voto alle donne, riforma agraria, sistema proporzionale.
Il partito è interclassista (vuole unire ricchi e poveri) e si propone come alternativa ai socialisti. Mentre i popolari conquistano le campagne, il Partito Socialista domina nelle fabbriche ma è diviso tra riformisti (guidati da Turati) e massimalisti (con Serrati).
Ricorda: Nel 1919 nascono anche i "Fasci di combattimento" di Mussolini, ma alle elezioni non prendono neanche un seggio!

Il Partito Socialista e la nascita del fascismo
Il Partito Socialista è spaccato in tre: i riformisti di Turati vogliono lavorare con lo Stato, i massimalisti di Serrati parlano di rivoluzione ma senza un piano concreto, e c'è una terza corrente attorno al giornale torinese "L'Ordine Nuovo" con Antonio Gramsci e Togliatti.
Questi giovani intellettuali sognano una rivoluzione come quella russa, con i consigli di fabbrica al posto dei soviet. Vogliono un partito rivoluzionario che guidi la lotta armata del proletariato.
Intanto Benito Mussolini, ex socialista espulso per le sue posizioni interventiste, fonda il 23 marzo 1919 i Fasci di combattimento. Il programma di San Sepolcro è sorprendente: repubblica, voto alle donne, terre ai contadini, partecipazione operaia agli utili.
Attenzione: I primi fascisti sono antiplutocratici (contro i ricchi) e hanno idee quasi di sinistra!
I Fasci si presentano come movimento "elastico", oltre destra e sinistra, ma già mostrano i loro tratti distintivi: nazionalismo, violenza politica e ricorso all'azione diretta.

Il programma di San Sepolcro e i primi segnali di violenza
Il Programma di San Sepolcro rivela un fascismo ancora indefinito ma già pericoloso. Accanto a richieste progressive (suffragio universale, terre ai contadini, riduzione orario di lavoro), emergono elementi inquietanti: nazionalismo esasperato, esaltazione della violenza, antiparlamentarismo.
I fascisti si definiscono antiplutocratici - contro il potere dei ricchi - ma sono soprattutto antisocialisti. Non hanno una dottrina precisa, si adattano alle circostanze con opportunismo.
Il 15 aprile 1919 arriva il primo segnale preoccupante: durante uno sciopero generale a Milano, le squadre fasciste assaltano e incendiano la sede dell'"Avanti!", il giornale socialista. È l'inizio della violenza sistematica contro gli avversari politici.
Punto chiave: Il fascismo nasce come movimento confuso ma già violento, pronto a sfruttare ogni crisi.
Questo episodio dimostra che, nonostante il programma apparentemente democratico, i fascisti puntano fin da subito sull'azione violenta per affermarsi sulla scena politica italiana.

La crisi dello Stato liberale e la "vittoria mutilata"
L'Italia esce dalla guerra vincitrice ma amareggiata. Alla conferenza di pace di Parigi i nostri rappresentanti Orlando e Sonnino fanno una figura pessima: chiedono la Dalmazia (violando il principio di nazionalità) e Fiume (invocando proprio quel principio). Contraddizioni che irritano gli alleati.
Il presidente americano Wilson si oppone alle richieste italiane. Quando Orlando e Sonnino abbandonano sdegnati i lavori, l'Italia viene esclusa dalla spartizione delle colonie tedesche. Un disastro diplomatico completo.
Nasce così il mito della "vittoria mutilata": l'idea che l'Italia, nonostante i sacrifici enormi, sia stata tradita dagli alleati. I nazionalisti parlano di riprendere le armi per "correggere" i trattati di pace.
Nel giugno 1919 cade il governo Orlando, sostituito da Francesco Saverio Nitti. Il nuovo premier raggiunge un accordo per evacuare Fiume, ma questo scatena la reazione dei nazionalisti.
Conseguenza fatale: Il mito della "vittoria mutilata" avvelena la politica italiana e favorisce l'ascesa del fascismo.

L'impresa di Fiume e la riforma elettorale
Gabriele D'Annunzio, il poeta-soldato, non accetta l'accordo su Fiume. Nella notte tra l'11 e 12 settembre 1919 guida un "esercito privato" di volontari e occupa la città senza resistenza. Proclama l'annessione all'Italia e nell'agosto 1920 fonda la "Reggenza italiana del Carnaro".
Nitti non reagisce all'occupazione ma si dimostra più risoluto in politica interna. Fa approvare una riforma elettorale rivoluzionaria: suffragio universale maschile a 21 anni e sistema proporzionale al posto di quello uninominale.
La riforma punta a democratizzare lo Stato, dando rappresentanza ai partiti di massa (socialisti e cattolici) e superando le vecchie alleanze trasformistiche dei liberali.
Le elezioni del 16 novembre 1919 segnano una svolta epocale: i socialisti passano da 52 a 156 seggi, i cattolici (al debutto) ne ottengono 100. Insieme controllano 256 seggi su 508 - la maggioranza assoluta!
Rivoluzione nelle urne: Per la prima volta i liberali perdono la maggioranza. I fascisti prendono zero seggi.

Il Biennio Rosso (1919-1920)
Dal 1919 al 1920 l'Italia vive il "Biennio Rosso", il periodo di maggiore conflittualità sociale della sua storia. Operai e braccianti, sempre più organizzati, chiedono riduzione dell'orario e aumenti salariali. Gli industriali, stretti tra tasse e difficoltà finanziarie, rifiutano ogni concessione.
Nel febbraio 1919 gli operai metalmeccanici ottengono la prima grande vittoria: 8 ore lavorative giornaliere invece delle 70-62 settimanali precedenti. Nascono le commissioni interne e la contrattazione collettiva nazionale.
L'apice arriva tra agosto e settembre 1920: mezzo milione di metallurgici della Fiom occupa oltre 600 fabbriche, organizzando produzione e lavoro in autogestione. Si diffondono i consigli di fabbrica sul modello dei soviet russi.
La lotta si estende alle campagne: al Nord e Centro le leghe rosse (socialiste) e bianche (cattoliche) organizzano scioperi per salari e stabilità. Al Mezzogiorno i contadini, meno organizzati, occupano terre incolte chiedendo la redistribuzione.
Momento cruciale: L'Italia sembra sull'orlo di una rivoluzione sociale.

L'intervento di Giolitti e la fine delle agitazioni
Giovanni Giolitti, richiamato al governo nella primavera 1920, affronta la crisi con la sua vecchia strategia: tiene lo Stato fuori dal conflitto e punta sulla mediazione. Rifiuta le richieste autoritarie degli industriali e ordina alla polizia di non sgomberare le fabbriche.
Tra il 12 e 20 settembre 1920 si raggiunge l'accordo: gli operai finiscono l'occupazione, gli industriali concedono aumenti salariali e forme di controllo operaio sulle aziende. Tutto si conclude pacificamente, ma tutti restano scontenti.
Gli industriali si sentono sconfitti e prendono atto della debolezza governativa. I lavoratori, pur avendo ottenuto risultati importanti, escono indeboliti dalle divisioni interne. Il Partito Socialista si spacca definitivamente.
Il 21 gennaio 1921 nasce il Partito Comunista Italiano guidato da Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga, aderente alla Terza Internazionale di Mosca.
Giolitti risolve anche la questione fiumana: il trattato di Rapallo (12 novembre 1920) dichiara Fiume "città libera". Quando D'Annunzio rifiuta di andarsene, l'esercito italiano lo caccia dopo gli scontri del "Natale di sangue" (26 dicembre 1920).
Paradosso: Giolitti risolve le crisi ma scontenta tutti, preparando involontariamente la strada al fascismo.

L'ascesa del fascismo e lo squadrismo
Dal marzo 1919 il fascismo cambia volto: Mussolini abbandona i progetti repubblicani e trasforma il movimento in senso conservatore, accentuando il carattere antisocialista per trovare l'appoggio dei ceti possidenti.
Sin dal 1919 nascono le "squadre d'azione" o "squadracce": formazioni paramilitari in camicia nera che, usando la violenza sistematica, bloccano scioperi, assaltano cooperative, leghe operaie, sedi di partiti e giornali socialisti.
Il 21 novembre 1920 a Bologna la situazione precipita: i fascisti attaccano Palazzo d'Accursio durante l'insediamento della giunta socialista. La reazione con bombe dalle finestre fa una decina di vittime. Da quel momento lo squadrismo diventa incontenibile.
La violenza fascista si diffonde dal Nord alle regioni centrali, mentre governo e istituzioni locali non reagiscono, favorendo un clima di illegalità sempre più grave.
Escalation fatale: La violenza fascista cresce nell'indifferenza delle istituzioni.

Il successo elettorale fascista e l'instabilità politica
Giolitti, per bloccare socialisti e cattolici, forma il "blocco nazionale" che include nazionalisti e fascisti alle elezioni del maggio 1921. È un errore fatale: i fascisti passano da 4.000 voti del 1919 a 310.000 del 1921, entrando in Parlamento con 35 deputati, incluso Mussolini.
Il piano giolittiano fallisce miseramente: cade il suo governo e inizia un anno di instabilità totale con tre governi successivi (Bonomi e due volte Facta).
Il successo fascista si spiega con l'appoggio della piccola borghesia: non protetta dai sindacati come gli operai, non potente come la grande borghesia, cerca una sponda per rivendicare il proprio spazio sociale.
Anche la grande borghesia agraria e industriale sostiene i fascisti dopo lo spavento dell'occupazione di fabbriche e terre. Crede di poter strumentalizzare il movimento in senso antisocialista e poi liquidarlo facilmente.
Nel novembre 1921 Mussolini fonda il Partito Nazionale Fascista (PNF) con organizzazione centralizzata e strategia del duplice volto: violenza squadrista da un lato, mezzi legali parlamentari dall'altro.
Errore fatale: Tutti pensano di poter usare e controllare Mussolini. Si sbagliano.

La Marcia su Roma e la fine dell'Italia liberale
Davanti alla debolezza del governo Facta, i fascisti intensificano le violenze. Il Partito Socialista, diviso dalle scissioni (nasce il Partito Socialista Unitario di Matteotti), non riesce a opporre resistenza efficace.
Nell'ottobre 1922 Mussolini vede l'occasione per il colpo decisivo: la Marcia su Roma. La notte tra il 27 e 28 ottobre poco più di 25.000 camicie nere convergono sulla capitale.
Facta si prepara a resistere con l'esercito, ma Vittorio Emanuele III commette l'errore decisivo: rifiuta di firmare lo stato d'assedio. Il re, forse per paura o calcolo politico, apre la strada al fascismo.
Facta si dimette, Mussolini (che era rimasto prudentemente a Milano) negozia e ottiene l'incarico di formare il governo. Il 29 ottobre il re glielo conferisce ufficialmente.
Il 30 ottobre 1922 il "Duce" arriva a Roma e presenta un governo di coalizione: non solo fascisti, ma anche liberali, popolari, democratici e militari. Promette di rispettare le libertà dello Statuto albertino.
Fine di un'epoca: L'Italia liberale muore non per una rivoluzione, ma per la debolezza delle istituzioni.
Pensavamo che non l'avreste mai chiesto....
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Il partito è interclassista (vuole unire ricchi e poveri) e si propone come alternativa ai socialisti. Mentre i popolari conquistano le campagne, il Partito Socialista domina nelle fabbriche ma è diviso tra riformisti (guidati da Turati) e massimalisti (con Serrati).
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Il Partito Socialista e la nascita del fascismo
Il Partito Socialista è spaccato in tre: i riformisti di Turati vogliono lavorare con lo Stato, i massimalisti di Serrati parlano di rivoluzione ma senza un piano concreto, e c'è una terza corrente attorno al giornale torinese "L'Ordine Nuovo" con Antonio Gramsci e Togliatti.
Questi giovani intellettuali sognano una rivoluzione come quella russa, con i consigli di fabbrica al posto dei soviet. Vogliono un partito rivoluzionario che guidi la lotta armata del proletariato.
Intanto Benito Mussolini, ex socialista espulso per le sue posizioni interventiste, fonda il 23 marzo 1919 i Fasci di combattimento. Il programma di San Sepolcro è sorprendente: repubblica, voto alle donne, terre ai contadini, partecipazione operaia agli utili.
Attenzione: I primi fascisti sono antiplutocratici (contro i ricchi) e hanno idee quasi di sinistra!
I Fasci si presentano come movimento "elastico", oltre destra e sinistra, ma già mostrano i loro tratti distintivi: nazionalismo, violenza politica e ricorso all'azione diretta.

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Il programma di San Sepolcro e i primi segnali di violenza
Il Programma di San Sepolcro rivela un fascismo ancora indefinito ma già pericoloso. Accanto a richieste progressive (suffragio universale, terre ai contadini, riduzione orario di lavoro), emergono elementi inquietanti: nazionalismo esasperato, esaltazione della violenza, antiparlamentarismo.
I fascisti si definiscono antiplutocratici - contro il potere dei ricchi - ma sono soprattutto antisocialisti. Non hanno una dottrina precisa, si adattano alle circostanze con opportunismo.
Il 15 aprile 1919 arriva il primo segnale preoccupante: durante uno sciopero generale a Milano, le squadre fasciste assaltano e incendiano la sede dell'"Avanti!", il giornale socialista. È l'inizio della violenza sistematica contro gli avversari politici.
Punto chiave: Il fascismo nasce come movimento confuso ma già violento, pronto a sfruttare ogni crisi.
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La crisi dello Stato liberale e la "vittoria mutilata"
L'Italia esce dalla guerra vincitrice ma amareggiata. Alla conferenza di pace di Parigi i nostri rappresentanti Orlando e Sonnino fanno una figura pessima: chiedono la Dalmazia (violando il principio di nazionalità) e Fiume (invocando proprio quel principio). Contraddizioni che irritano gli alleati.
Il presidente americano Wilson si oppone alle richieste italiane. Quando Orlando e Sonnino abbandonano sdegnati i lavori, l'Italia viene esclusa dalla spartizione delle colonie tedesche. Un disastro diplomatico completo.
Nasce così il mito della "vittoria mutilata": l'idea che l'Italia, nonostante i sacrifici enormi, sia stata tradita dagli alleati. I nazionalisti parlano di riprendere le armi per "correggere" i trattati di pace.
Nel giugno 1919 cade il governo Orlando, sostituito da Francesco Saverio Nitti. Il nuovo premier raggiunge un accordo per evacuare Fiume, ma questo scatena la reazione dei nazionalisti.
Conseguenza fatale: Il mito della "vittoria mutilata" avvelena la politica italiana e favorisce l'ascesa del fascismo.

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L'impresa di Fiume e la riforma elettorale
Gabriele D'Annunzio, il poeta-soldato, non accetta l'accordo su Fiume. Nella notte tra l'11 e 12 settembre 1919 guida un "esercito privato" di volontari e occupa la città senza resistenza. Proclama l'annessione all'Italia e nell'agosto 1920 fonda la "Reggenza italiana del Carnaro".
Nitti non reagisce all'occupazione ma si dimostra più risoluto in politica interna. Fa approvare una riforma elettorale rivoluzionaria: suffragio universale maschile a 21 anni e sistema proporzionale al posto di quello uninominale.
La riforma punta a democratizzare lo Stato, dando rappresentanza ai partiti di massa (socialisti e cattolici) e superando le vecchie alleanze trasformistiche dei liberali.
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Il Biennio Rosso (1919-1920)
Dal 1919 al 1920 l'Italia vive il "Biennio Rosso", il periodo di maggiore conflittualità sociale della sua storia. Operai e braccianti, sempre più organizzati, chiedono riduzione dell'orario e aumenti salariali. Gli industriali, stretti tra tasse e difficoltà finanziarie, rifiutano ogni concessione.
Nel febbraio 1919 gli operai metalmeccanici ottengono la prima grande vittoria: 8 ore lavorative giornaliere invece delle 70-62 settimanali precedenti. Nascono le commissioni interne e la contrattazione collettiva nazionale.
L'apice arriva tra agosto e settembre 1920: mezzo milione di metallurgici della Fiom occupa oltre 600 fabbriche, organizzando produzione e lavoro in autogestione. Si diffondono i consigli di fabbrica sul modello dei soviet russi.
La lotta si estende alle campagne: al Nord e Centro le leghe rosse (socialiste) e bianche (cattoliche) organizzano scioperi per salari e stabilità. Al Mezzogiorno i contadini, meno organizzati, occupano terre incolte chiedendo la redistribuzione.
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L'intervento di Giolitti e la fine delle agitazioni
Giovanni Giolitti, richiamato al governo nella primavera 1920, affronta la crisi con la sua vecchia strategia: tiene lo Stato fuori dal conflitto e punta sulla mediazione. Rifiuta le richieste autoritarie degli industriali e ordina alla polizia di non sgomberare le fabbriche.
Tra il 12 e 20 settembre 1920 si raggiunge l'accordo: gli operai finiscono l'occupazione, gli industriali concedono aumenti salariali e forme di controllo operaio sulle aziende. Tutto si conclude pacificamente, ma tutti restano scontenti.
Gli industriali si sentono sconfitti e prendono atto della debolezza governativa. I lavoratori, pur avendo ottenuto risultati importanti, escono indeboliti dalle divisioni interne. Il Partito Socialista si spacca definitivamente.
Il 21 gennaio 1921 nasce il Partito Comunista Italiano guidato da Antonio Gramsci e Amedeo Bordiga, aderente alla Terza Internazionale di Mosca.
Giolitti risolve anche la questione fiumana: il trattato di Rapallo (12 novembre 1920) dichiara Fiume "città libera". Quando D'Annunzio rifiuta di andarsene, l'esercito italiano lo caccia dopo gli scontri del "Natale di sangue" (26 dicembre 1920).
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L'ascesa del fascismo e lo squadrismo
Dal marzo 1919 il fascismo cambia volto: Mussolini abbandona i progetti repubblicani e trasforma il movimento in senso conservatore, accentuando il carattere antisocialista per trovare l'appoggio dei ceti possidenti.
Sin dal 1919 nascono le "squadre d'azione" o "squadracce": formazioni paramilitari in camicia nera che, usando la violenza sistematica, bloccano scioperi, assaltano cooperative, leghe operaie, sedi di partiti e giornali socialisti.
Il 21 novembre 1920 a Bologna la situazione precipita: i fascisti attaccano Palazzo d'Accursio durante l'insediamento della giunta socialista. La reazione con bombe dalle finestre fa una decina di vittime. Da quel momento lo squadrismo diventa incontenibile.
La violenza fascista si diffonde dal Nord alle regioni centrali, mentre governo e istituzioni locali non reagiscono, favorendo un clima di illegalità sempre più grave.
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Giolitti, per bloccare socialisti e cattolici, forma il "blocco nazionale" che include nazionalisti e fascisti alle elezioni del maggio 1921. È un errore fatale: i fascisti passano da 4.000 voti del 1919 a 310.000 del 1921, entrando in Parlamento con 35 deputati, incluso Mussolini.
Il piano giolittiano fallisce miseramente: cade il suo governo e inizia un anno di instabilità totale con tre governi successivi (Bonomi e due volte Facta).
Il successo fascista si spiega con l'appoggio della piccola borghesia: non protetta dai sindacati come gli operai, non potente come la grande borghesia, cerca una sponda per rivendicare il proprio spazio sociale.
Anche la grande borghesia agraria e industriale sostiene i fascisti dopo lo spavento dell'occupazione di fabbriche e terre. Crede di poter strumentalizzare il movimento in senso antisocialista e poi liquidarlo facilmente.
Nel novembre 1921 Mussolini fonda il Partito Nazionale Fascista (PNF) con organizzazione centralizzata e strategia del duplice volto: violenza squadrista da un lato, mezzi legali parlamentari dall'altro.
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La Marcia su Roma e la fine dell'Italia liberale
Davanti alla debolezza del governo Facta, i fascisti intensificano le violenze. Il Partito Socialista, diviso dalle scissioni (nasce il Partito Socialista Unitario di Matteotti), non riesce a opporre resistenza efficace.
Nell'ottobre 1922 Mussolini vede l'occasione per il colpo decisivo: la Marcia su Roma. La notte tra il 27 e 28 ottobre poco più di 25.000 camicie nere convergono sulla capitale.
Facta si prepara a resistere con l'esercito, ma Vittorio Emanuele III commette l'errore decisivo: rifiuta di firmare lo stato d'assedio. Il re, forse per paura o calcolo politico, apre la strada al fascismo.
Facta si dimette, Mussolini (che era rimasto prudentemente a Milano) negozia e ottiene l'incarico di formare il governo. Il 29 ottobre il re glielo conferisce ufficialmente.
Il 30 ottobre 1922 il "Duce" arriva a Roma e presenta un governo di coalizione: non solo fascisti, ma anche liberali, popolari, democratici e militari. Promette di rispettare le libertà dello Statuto albertino.
Fine di un'epoca: L'Italia liberale muore non per una rivoluzione, ma per la debolezza delle istituzioni.
Pensavamo che non l'avreste mai chiesto....
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L’Italia dal dopoguerra al fascismo
Contiene: • La crisi del dopoguerra • La situazione politica • Il “biennio rosso” e la nascita del Partito comunista italiano (PCI) • La protesta nazionalista • L’avvento del fascismo • Lo squadrismo fascista • Le elezioni del 1921 • La marcia su Roma
fascismo
tutto il fascismo, dall'inizio alla fine
Italia dal dopoguerra al fascismo
La crisi del dopoguerra
Il Fascismo schema
Fascismo
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