L'ascesa di Giolitti e il decollo industriale
Alla fine dell'800, l'Italia affrontò una grave crisi economica che sfociò in violente proteste popolari. Dopo la dura repressione a Milano nel 1898, dove il generale Bava-Beccaris ordinò di sparare sulla folla causando un centinaio di vittime, l'anarchico Gaetano Bresci vendicò i morti assassinando il re Umberto I nel 1900.
Il nuovo re Vittorio Emanuele III affidò il governo a Zanardelli, che nominò Giovanni Giolitti come ministro degli interni. Nel 1903 Giolitti diventò Presidente del Consiglio, governando quasi ininterrottamente fino al 1914. La sua tecnica politica prevedeva dimissioni strategiche quando il consenso calava, per poi ritornare al potere con maggioranze rinnovate.
Durante l'età giolittiana l'Italia visse il suo primo vero decollo industriale. Nel "triangolo industriale" Torino-Milano-Genova nacquero importanti industrie automobilistiche come la FIAT, insieme a stabilimenti metallurgici e chimici. Giolitti adottò una politica protezionistica per favorire la produzione nazionale.
💡 Contrariamente ai governi precedenti, Giolitti scelse di non reprimere gli scioperi, lasciando che lavoratori e imprenditori trovassero accordi tramite trattative, riducendo così il conflitto sociale.
Per costruire una solida base politica, Giolitti si alleò con i socialisti riformisti di Filippo Turati e ottenne anche l'appoggio dei cattolici, grazie all'attenuazione del "Non expedit" da parte di papa Pio X. Dovette anche confrontarsi con i nazionalisti, organizzati dal 1910 nell'Associazione nazionalista italiana, che chiedevano una politica di espansione coloniale.