La guerra di Libia: successo o fallimento?
Nel 1911 Giolitti decise di conquistare la Libia, territorio dell'Impero Ottomano. I nazionalisti spingevano per questa guerra, convinti che avrebbe cancellato la sconfitta di Adua, rafforzato il prestigio italiano, risolto la disoccupazione e portato ricchezze petrolifere. Un accordo con la Francia del 1902 aveva già diviso le sfere d'influenza: Marocco alla Francia, Libia all'Italia.
La guerra divise l'Italia in due schieramenti. Favorevoli: nazionalisti, liberali di destra, socialisti riformisti Bissolati−Bonomi, anarco-sindacalisti, cattolici e borghesia industriale. Contrari: maggioranza del PSI, liberali di sinistra e gran parte del Parlamento, preoccupati per i costi militari ed economici.
La guerra iniziò nell'ottobre 1911 con successi iniziali (Tripoli, Bengasi, Tobruk), ma divenne ardua per la resistenza araba che scatenò una "guerra santa" attraverso la guerriglia. L'Italia estese il conflitto occupando Rodi e il Dodecanneso. Nell'ottobre 1912, con il Trattato di Losanna, la Turchia cedette Libia e isole del Dodecanneso.
Tuttavia, la Libia si rivelò "uno scatolone di sabbia" (Salvemini): niente aree coltivabili né petrolio, solo costi elevati e tensioni sociali aggravate.
Lezione: La guerra di Libia dimostrò i rischi dell'imperialismo e radicalizzò i contrasti politici italiani.