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7,061
•
Aggiornato Mar 17, 2026
•
Sofia Manella
@sofiamanella_ziic
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Il Naturalismo nasce in Francia intorno al 1870 con l'ambizione di "aprire l'arte al vero". Gli scrittori naturalisti credono fermamente nella scienza e vogliono applicare il metodo scientifico anche alla letteratura. L'obiettivo? Rappresentare la realtà senza filtri personali, proprio come fanno gli scienziati nei loro laboratori.
Émile Zola è il caposcuola del movimento e teorizza il "romanzo sperimentale": l'uomo diventa un "documento" da studiare con distacco clinico. L'autore deve sparire completamente dalla narrazione, mantenendo un'impersonalità assoluta. Questa tecnica viene chiamata "affondare il bisturi" nella società per analizzarne cause e comportamenti.
Il Verismo italiano (1875-1890) deriva direttamente dal Naturalismo francese, ma ha caratteristiche proprie. Mentre i francesi si concentrano sulle metropoli e sulla borghesia, i veristi italiani guardano alle campagne e ai piccoli centri, raccontando la miseria e l'arretratezza del Sud Italia.
Ricorda: La differenza fondamentale è che i veristi italiani, a differenza dei naturalisti francesi, non credono nel progresso sociale e mostrano sempre una partecipazione emotiva al dolore dei loro personaggi.

Giovanni Verga porta il Verismo italiano al suo massimo splendore attraverso l'"artificio della regressione": l'autore scompare completamente e lascia che siano i fatti stessi a raccontarsi. Il narratore assume sempre la mentalità e la cultura dell'ambiente rappresentato, creando un potente effetto di straniamento nel lettore colto.
La sua tecnica più innovativa è il discorso indiretto libero, che permette di riportare i pensieri dei personaggi senza virgolette o verbi introduttivi. Questo crea l'impressione che le parole nascano spontaneamente dall'ambiente stesso.
I protagonisti di Verga sono spesso "diversi" ed emarginati: persone che la società esclude ma che, proprio per questo, riescono a vedere la realtà senza illusioni. Questi personaggi rappresentano simbolicamente la condizione dell'artista moderno, anch'egli escluso dalla società industriale.
Il progetto "I Vinti" doveva essere un ciclo di cinque romanzi sulla "lotta per la vita", ma Verga completò solo I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo. Nel primo romanzo, la famiglia di pescatori viene travolta dal progresso che arriva fino ad Aci Trezza, dimostrando l'impossibilità per le classi povere di cambiare la propria condizione sociale.
Punto chiave: Verga mostra un pessimismo antiprogressista: ogni tentativo di miglioramento sociale è destinato al fallimento, creando un determinismo che sfocia nella rassegnazione.

Giovanni Pascoli rivoluziona la poesia italiana con la teoria del "Fanciullino" (1897): dentro ogni persona vive un bambino che vede il mondo con occhi sempre nuovi, stupiti e meravigliati. Questo fanciullino interiore rappresenta la parte più pura e autentica dell'essere umano, capace di cogliere le corrispondenze misteriose tra le cose.
La sua poesia pura deve essere completamente spontanea e disinteressata, senza fini pratici o politici. Il messaggio che ne emerge è un invito all'affratellamento universale, un'utopia umanitaria che va oltre la lotta di classe. Pascoli rifiuta i conflitti sociali e propone invece la collaborazione tra tutte le classi.
Il mito del "nido" familiare diventa centrale: la famiglia rappresenta un rifugio caldo e protettivo dalle minacce del mondo moderno. Questo bisogno di protezione si allarga fino a diventare nazionalismo, giustificando perfino le guerre coloniali come "guerre di difesa" delle nazioni povere.
La critica moderna ha scoperto un Pascoli diverso da quello tradizionale: non solo il poeta delle piccole cose, ma anche un autore inquieto e tormentato, capace di esprimere le paure e le ossessioni profonde dell'animo umano. Questo Pascoli "decadente" usa tecniche innovative come le analogie, le sinestesie e la frantumazione del verso.
Aspetto innovativo: Pascoli è più radicale di D'Annunzio nell'esplorare l'inconscio e rappresenta il vero precursore della modernità poetica italiana.

La produzione pascoliana presenta due facce complementari: da un lato il poeta civile che celebra i valori tradizionali, dall'altro il visionario che esplora gli abissi della psiche. Questa duplicità nasce dalla stessa radice: il bisogno di creare un rifugio rassicurante contro le forze minacciose della modernità.
Il Pascoli "ufficiale" diventa il poeta della scuola, amato per i suoi messaggi pedagogici e morali. Celebra il piccolo proprietario rurale, predica l'accontentarsi del poco e propone un'utopia sociale basata sulla collaborazione tra le classi. I suoi miti del fanciullino e del nido offrono consolazione al male di vivere.
Ma c'è anche un Pascoli "nascosto", inquieto e tormentato, che sa rendere presente il mistero che ci circonda. Questo poeta carica le piccole cose di significati simbolici e proietta nella poesia le sue ossessioni profonde. È capace di far emergere i "mostri" dell'inconscio e di trasformare il reale in visioni.
Le sue innovazioni tecniche sono rivoluzionarie: spezza il verso tradizionale con enjambements audaci, sperimenta ritmi inediti e usa il linguaggio analogico per creare accostamenti inaspettati. Le sinestesie creano effetti suggestivi che anticipano la poesia del Novecento.
La modernità di Pascoli: Le sue paure per la concentrazione monopolistica, i conflitti imperialistici e i regimi totalitari lo rendono un interprete lucido delle angosce della modernità.

Gabriele D'Annunzio incarna perfettamente l'Estetismo, un movimento che trasforma l'intera esistenza in opera d'arte. Non si tratta solo di letteratura: significa vivere nel lusso, circondarsi di bellezza, vestire elegantissimi e disprezzare le masse incolte. D'Annunzio vive esattamente così, accumulando debiti enormi per mantenere questo stile di vita.
La crisi dell'Estetismo emerge chiaramente nel romanzo Il Piacere, dove il protagonista Andrea Sperelli rappresenta la debolezza dell'esteta. Nonostante voglia fare della sua vita un'opera d'arte, la sua volontà debole lo porta al vuoto esistenziale. Diviso tra due donne simboliche - Elena Muti (la donna fatale) e Maria Ferres (la donna pura) - resta comunque solo.
La "fase della bontà" rappresenta un tentativo di superare questa crisi attraverso l'influenza del romanzo russo. D'Annunzio esplora temi di rigenerazione e purezza, ma questa soluzione si rivela solo provvisoria.
La svolta definitiva arriva con la scoperta di Nietzsche e del mito del Superuomo. D'Annunzio interpreta questa filosofia come il diritto di pochi esseri eccezionali ad affermare se stessi oltre ogni convenzione morale. L'esteta si trasforma così in dominatore, e l'artista assume il ruolo di vate con una missione politica.
Personalità complessa: D'Annunzio è insieme narcisista, esteta, egocentrico e insoddisfatto - una personalità bipolare che passa dal degrado sentimentale al vitalismo più sfrenato.

D'Annunzio rappresenta una figura multiforme che anticipa l'intellettuale moderno. Come letterato, è un dominatore della parola e un abile manipolatore delle tradizioni letterarie. Come imprenditore culturale, lavora per teatro e cinema, creando persino marchi pubblicitari famosi come La Rinascente e Saiwa.
Il suo interventismo durante la Prima Guerra Mondiale salda definitivamente eroicismo ed estetismo. Si arruola come fante, aviatore e marinaio, ricevendo numerose decorazioni. Questa esperienza bellica rafforza la sua immagine di superuomo e gli dà credibilità politica.
Il rapporto con il fascismo è complesso e ambiguo. Mussolini ammira D'Annunzio ma ne teme il carisma come potenziale rivale politico. Il Duce cerca di tenerlo a distanza, finanziando le sue imprese ma controllando le sue iniziative. L'alleanza con Hitler segna la rottura definitiva tra i due.
La poetica dannunziana si basa su continuo sperimentalismo e contaminazioni letterarie. Il panismo e il simbolismo creano una poesia fatta di suoni, metafore e sensazioni. La sinestesia diventa strumento privilegiato per trasmettere emozioni oltre la comprensione razionale.
Il Vate: D'Annunzio si proclama poeta-veggente capace di vedere il vero significato delle cose, assumendo il ruolo di guida spirituale della nazione.

Luigi Pirandello rifiuta completamente l'estetismo dannunziano e sceglie una strada opposta: denunciare le contraddizioni esistenziali dell'individuo contemporaneo. Il suo linguaggio è volutamente colloquiale, fatto di monologhi, esclamazioni e frasi spezzate che riproducono il parlato reale.
La sua visione del mondo si basa su una concezione vitalistica simile a quella di Bergson: la realtà è un flusso continuo di vita che scorre come magma vulcanico. Quando ci stacchiamo da questo flusso per cristallizzarci in forme fisse, iniziamo a morire spiritualmente.
Il dramma dell'uomo moderno è proprio questo: crediamo di essere "uno per noi stessi e per gli altri", ma in realtà siamo tanti individui diversi a seconda di chi ci guarda. Ogni forma di identità è una maschera fittizia che noi stessi ci imponiamo o che la società ci impone.
Sotto queste maschere non c'è nessuno: solo un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne trasformazione. Pirandello, influenzato dalle teorie dello psicologo Binet, è convinto che nell'uomo esistano più persone ignote che possono emergere inaspettatamente.
Questa frantumazione dell'io nasce dalle trasformazioni storiche: il capitalismo monopolistico, l'industrializzazione, la burocratizzazione e le metropoli moderne riducono l'individuo a una rotella insignificante di un meccanismo gigantesco.
L'orrore moderno: I personaggi pirandelliani provano smarrimento e orrore di fronte all'idea di "non essere nessuno", vivendo in una solitudine tremenda dove si vedono vivere dall'esterno, come sdoppiati.

Italo Svevo costruisce i suoi romanzi su una solida base di conoscenze filosofiche e scientifiche. Schopenhauer gli fornisce il pessimismo e l'idea della rinuncia alla volontà; Nietzsche la consapevolezza del condizionamento sociale; Darwin la teoria dell'evoluzione; Marx la critica alla società capitalista.
Ma l'influenza più importante è quella di Freud e della psicoanalisi. Svevo non la usa come terapia per guarire le nevrosi, ma come strumento conoscitivo per esplorare la coscienza dei suoi personaggi borghesi tra Ottocento e Novecento.
La lingua di Svevo è stata a lungo criticata perché lontana dalla tradizione letteraria italiana. In realtà, questa apparente "scorrettezza" è voluta: Svevo parla dialetto triestino e tedesco, e questa interferenza linguistica serve a riprodurre il modo di pensare dei suoi personaggi.
Soprattutto ne La Coscienza di Zeno, le imperfezioni stilistiche sono funzionali alla narrazione in prima persona: imitano il discorso interiore del protagonista, creando un effetto di autenticità psicologica. Il frequente uso del discorso indiretto libero permette di entrare direttamente nei pensieri dei personaggi.
Rivoluzione narrativa: Svevo non "scrive male", ma inventa una prosa nuova capace di rappresentare la complessità della psiche moderna attraverso un linguaggio che rispecchia i meccanismi del pensiero.

Giuseppe Ungaretti rivoluziona la poesia italiana partendo dalla sua esperienza di guerra sul Carso. Nato ad Alessandria d'Egitto, formato a Parigi dalle avanguardie europee e dalla filosofia di Bergson, porta nella nostra letteratura tecniche espressive completamente nuove.
La sua poesia non è propriamente ermetica (come sostenne a lungo la critica), ma incisiva e carica di significato. Ungaretti usa la parola come strumento di "illuminazione": ogni termine deve folgorare il lettore come un fulmine a ciel sereno, spingendolo a riflessioni profonde e improvvise.
Le analogie sono il suo procedimento espressivo fondamentale: mettono in contatto immediato immagini apparentemente slegate, facendo vedere "l'invisibile nel visibile". La parola poetica penetra intuitivamente il mistero della realtà e diventa l'unica forma di conoscenza possibile.
Sul piano formale, questa ricerca si traduce in una "scarnificazione" dell'enunciato: sintassi ridotta all'essenziale, versi liberi e brevissimi, lessico astratto capace di trasferire la realtà su un piano superiore. La parola diventa pura e spesso coincide con la misura del verso.
La produzione ungarettiana si divide in tre fasi: L'Allegria (esperienza autobiografica di guerra), Sentimento del Tempo (recupero della metrica tradizionale e tema del tempo), Il Dolore (morte del figlio e valori religiosi).
Il poeta-sacerdote: Ungaretti si considera il "sacerdote della parola", un essere privilegiato che sa cogliere i nessi segreti delle cose e attribuisce alla poesia un significato magico ed esoterico.

Il termine Ermetismo nasce negli anni Trenta per indicare una poesia "chiusa" e oscura che procede per analogie e "illuminazioni". Il nome deriva da Ermete Trismegisto e dai suoi testi religiosi di difficile interpretazione, ma ben presto perde la connotazione negativa originaria.
L'Ermetismo privilegia la ricerca di un linguaggio lirico essenziale attraverso la soppressione di parole e nessi sintattici non indispensabili. Sebbene inizialmente anche Ungaretti e Montale fossero considerati ermetici, la critica ha poi evidenziato le differenze con i "nuovi poeti" degli anni Trenta.
Salvatore Quasimodo (1901-68) è il principale esponente dell'Ermetismo siciliano. Le sue prime raccolte (Acque e terre, Oboe sommerso, Erato e Apollion) si concentrano sulla condizione esistenziale dell'uomo moderno, segnata da solitudine e precarietà.
L'espressione quasimodiana è caratterizzata da concisione e concentrazione: ogni parola viene caricata di significati indefiniti e pregnanti. La brevissima lirica Ed è subito sera (1930) esemplifica perfettamente la ricerca ermetica, condensando in pochi versi un'intera visione dell'esistenza.
I temi principali sono la Sicilia arcaica evocata attraverso simboli paesaggistici, l'infanzia perduta, la condizione di esilio dalla terra natale e la fragilità dell'esistenza umana. Nel dopoguerra, Quasimodo riscopre i valori della solidarietà collettiva pur conservando il gusto analogico della fase precedente.
L'essenza ermetica: L'Ermetismo cerca di dire il massimo con il minimo, concentrando in poche parole cariche di significato l'intera esperienza umana di fronte al mistero dell'esistenza.
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Il progetto "I Vinti" doveva essere un ciclo di cinque romanzi sulla "lotta per la vita", ma Verga completò solo I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo. Nel primo romanzo, la famiglia di pescatori viene travolta dal progresso che arriva fino ad Aci Trezza, dimostrando l'impossibilità per le classi povere di cambiare la propria condizione sociale.
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Giovanni Pascoli rivoluziona la poesia italiana con la teoria del "Fanciullino" (1897): dentro ogni persona vive un bambino che vede il mondo con occhi sempre nuovi, stupiti e meravigliati. Questo fanciullino interiore rappresenta la parte più pura e autentica dell'essere umano, capace di cogliere le corrispondenze misteriose tra le cose.
La sua poesia pura deve essere completamente spontanea e disinteressata, senza fini pratici o politici. Il messaggio che ne emerge è un invito all'affratellamento universale, un'utopia umanitaria che va oltre la lotta di classe. Pascoli rifiuta i conflitti sociali e propone invece la collaborazione tra tutte le classi.
Il mito del "nido" familiare diventa centrale: la famiglia rappresenta un rifugio caldo e protettivo dalle minacce del mondo moderno. Questo bisogno di protezione si allarga fino a diventare nazionalismo, giustificando perfino le guerre coloniali come "guerre di difesa" delle nazioni povere.
La critica moderna ha scoperto un Pascoli diverso da quello tradizionale: non solo il poeta delle piccole cose, ma anche un autore inquieto e tormentato, capace di esprimere le paure e le ossessioni profonde dell'animo umano. Questo Pascoli "decadente" usa tecniche innovative come le analogie, le sinestesie e la frantumazione del verso.
Aspetto innovativo: Pascoli è più radicale di D'Annunzio nell'esplorare l'inconscio e rappresenta il vero precursore della modernità poetica italiana.

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La produzione pascoliana presenta due facce complementari: da un lato il poeta civile che celebra i valori tradizionali, dall'altro il visionario che esplora gli abissi della psiche. Questa duplicità nasce dalla stessa radice: il bisogno di creare un rifugio rassicurante contro le forze minacciose della modernità.
Il Pascoli "ufficiale" diventa il poeta della scuola, amato per i suoi messaggi pedagogici e morali. Celebra il piccolo proprietario rurale, predica l'accontentarsi del poco e propone un'utopia sociale basata sulla collaborazione tra le classi. I suoi miti del fanciullino e del nido offrono consolazione al male di vivere.
Ma c'è anche un Pascoli "nascosto", inquieto e tormentato, che sa rendere presente il mistero che ci circonda. Questo poeta carica le piccole cose di significati simbolici e proietta nella poesia le sue ossessioni profonde. È capace di far emergere i "mostri" dell'inconscio e di trasformare il reale in visioni.
Le sue innovazioni tecniche sono rivoluzionarie: spezza il verso tradizionale con enjambements audaci, sperimenta ritmi inediti e usa il linguaggio analogico per creare accostamenti inaspettati. Le sinestesie creano effetti suggestivi che anticipano la poesia del Novecento.
La modernità di Pascoli: Le sue paure per la concentrazione monopolistica, i conflitti imperialistici e i regimi totalitari lo rendono un interprete lucido delle angosce della modernità.

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Gabriele D'Annunzio incarna perfettamente l'Estetismo, un movimento che trasforma l'intera esistenza in opera d'arte. Non si tratta solo di letteratura: significa vivere nel lusso, circondarsi di bellezza, vestire elegantissimi e disprezzare le masse incolte. D'Annunzio vive esattamente così, accumulando debiti enormi per mantenere questo stile di vita.
La crisi dell'Estetismo emerge chiaramente nel romanzo Il Piacere, dove il protagonista Andrea Sperelli rappresenta la debolezza dell'esteta. Nonostante voglia fare della sua vita un'opera d'arte, la sua volontà debole lo porta al vuoto esistenziale. Diviso tra due donne simboliche - Elena Muti (la donna fatale) e Maria Ferres (la donna pura) - resta comunque solo.
La "fase della bontà" rappresenta un tentativo di superare questa crisi attraverso l'influenza del romanzo russo. D'Annunzio esplora temi di rigenerazione e purezza, ma questa soluzione si rivela solo provvisoria.
La svolta definitiva arriva con la scoperta di Nietzsche e del mito del Superuomo. D'Annunzio interpreta questa filosofia come il diritto di pochi esseri eccezionali ad affermare se stessi oltre ogni convenzione morale. L'esteta si trasforma così in dominatore, e l'artista assume il ruolo di vate con una missione politica.
Personalità complessa: D'Annunzio è insieme narcisista, esteta, egocentrico e insoddisfatto - una personalità bipolare che passa dal degrado sentimentale al vitalismo più sfrenato.

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D'Annunzio rappresenta una figura multiforme che anticipa l'intellettuale moderno. Come letterato, è un dominatore della parola e un abile manipolatore delle tradizioni letterarie. Come imprenditore culturale, lavora per teatro e cinema, creando persino marchi pubblicitari famosi come La Rinascente e Saiwa.
Il suo interventismo durante la Prima Guerra Mondiale salda definitivamente eroicismo ed estetismo. Si arruola come fante, aviatore e marinaio, ricevendo numerose decorazioni. Questa esperienza bellica rafforza la sua immagine di superuomo e gli dà credibilità politica.
Il rapporto con il fascismo è complesso e ambiguo. Mussolini ammira D'Annunzio ma ne teme il carisma come potenziale rivale politico. Il Duce cerca di tenerlo a distanza, finanziando le sue imprese ma controllando le sue iniziative. L'alleanza con Hitler segna la rottura definitiva tra i due.
La poetica dannunziana si basa su continuo sperimentalismo e contaminazioni letterarie. Il panismo e il simbolismo creano una poesia fatta di suoni, metafore e sensazioni. La sinestesia diventa strumento privilegiato per trasmettere emozioni oltre la comprensione razionale.
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Luigi Pirandello rifiuta completamente l'estetismo dannunziano e sceglie una strada opposta: denunciare le contraddizioni esistenziali dell'individuo contemporaneo. Il suo linguaggio è volutamente colloquiale, fatto di monologhi, esclamazioni e frasi spezzate che riproducono il parlato reale.
La sua visione del mondo si basa su una concezione vitalistica simile a quella di Bergson: la realtà è un flusso continuo di vita che scorre come magma vulcanico. Quando ci stacchiamo da questo flusso per cristallizzarci in forme fisse, iniziamo a morire spiritualmente.
Il dramma dell'uomo moderno è proprio questo: crediamo di essere "uno per noi stessi e per gli altri", ma in realtà siamo tanti individui diversi a seconda di chi ci guarda. Ogni forma di identità è una maschera fittizia che noi stessi ci imponiamo o che la società ci impone.
Sotto queste maschere non c'è nessuno: solo un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne trasformazione. Pirandello, influenzato dalle teorie dello psicologo Binet, è convinto che nell'uomo esistano più persone ignote che possono emergere inaspettatamente.
Questa frantumazione dell'io nasce dalle trasformazioni storiche: il capitalismo monopolistico, l'industrializzazione, la burocratizzazione e le metropoli moderne riducono l'individuo a una rotella insignificante di un meccanismo gigantesco.
L'orrore moderno: I personaggi pirandelliani provano smarrimento e orrore di fronte all'idea di "non essere nessuno", vivendo in una solitudine tremenda dove si vedono vivere dall'esterno, come sdoppiati.

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Italo Svevo costruisce i suoi romanzi su una solida base di conoscenze filosofiche e scientifiche. Schopenhauer gli fornisce il pessimismo e l'idea della rinuncia alla volontà; Nietzsche la consapevolezza del condizionamento sociale; Darwin la teoria dell'evoluzione; Marx la critica alla società capitalista.
Ma l'influenza più importante è quella di Freud e della psicoanalisi. Svevo non la usa come terapia per guarire le nevrosi, ma come strumento conoscitivo per esplorare la coscienza dei suoi personaggi borghesi tra Ottocento e Novecento.
La lingua di Svevo è stata a lungo criticata perché lontana dalla tradizione letteraria italiana. In realtà, questa apparente "scorrettezza" è voluta: Svevo parla dialetto triestino e tedesco, e questa interferenza linguistica serve a riprodurre il modo di pensare dei suoi personaggi.
Soprattutto ne La Coscienza di Zeno, le imperfezioni stilistiche sono funzionali alla narrazione in prima persona: imitano il discorso interiore del protagonista, creando un effetto di autenticità psicologica. Il frequente uso del discorso indiretto libero permette di entrare direttamente nei pensieri dei personaggi.
Rivoluzione narrativa: Svevo non "scrive male", ma inventa una prosa nuova capace di rappresentare la complessità della psiche moderna attraverso un linguaggio che rispecchia i meccanismi del pensiero.

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Giuseppe Ungaretti rivoluziona la poesia italiana partendo dalla sua esperienza di guerra sul Carso. Nato ad Alessandria d'Egitto, formato a Parigi dalle avanguardie europee e dalla filosofia di Bergson, porta nella nostra letteratura tecniche espressive completamente nuove.
La sua poesia non è propriamente ermetica (come sostenne a lungo la critica), ma incisiva e carica di significato. Ungaretti usa la parola come strumento di "illuminazione": ogni termine deve folgorare il lettore come un fulmine a ciel sereno, spingendolo a riflessioni profonde e improvvise.
Le analogie sono il suo procedimento espressivo fondamentale: mettono in contatto immediato immagini apparentemente slegate, facendo vedere "l'invisibile nel visibile". La parola poetica penetra intuitivamente il mistero della realtà e diventa l'unica forma di conoscenza possibile.
Sul piano formale, questa ricerca si traduce in una "scarnificazione" dell'enunciato: sintassi ridotta all'essenziale, versi liberi e brevissimi, lessico astratto capace di trasferire la realtà su un piano superiore. La parola diventa pura e spesso coincide con la misura del verso.
La produzione ungarettiana si divide in tre fasi: L'Allegria (esperienza autobiografica di guerra), Sentimento del Tempo (recupero della metrica tradizionale e tema del tempo), Il Dolore (morte del figlio e valori religiosi).
Il poeta-sacerdote: Ungaretti si considera il "sacerdote della parola", un essere privilegiato che sa cogliere i nessi segreti delle cose e attribuisce alla poesia un significato magico ed esoterico.

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Il termine Ermetismo nasce negli anni Trenta per indicare una poesia "chiusa" e oscura che procede per analogie e "illuminazioni". Il nome deriva da Ermete Trismegisto e dai suoi testi religiosi di difficile interpretazione, ma ben presto perde la connotazione negativa originaria.
L'Ermetismo privilegia la ricerca di un linguaggio lirico essenziale attraverso la soppressione di parole e nessi sintattici non indispensabili. Sebbene inizialmente anche Ungaretti e Montale fossero considerati ermetici, la critica ha poi evidenziato le differenze con i "nuovi poeti" degli anni Trenta.
Salvatore Quasimodo (1901-68) è il principale esponente dell'Ermetismo siciliano. Le sue prime raccolte (Acque e terre, Oboe sommerso, Erato e Apollion) si concentrano sulla condizione esistenziale dell'uomo moderno, segnata da solitudine e precarietà.
L'espressione quasimodiana è caratterizzata da concisione e concentrazione: ogni parola viene caricata di significati indefiniti e pregnanti. La brevissima lirica Ed è subito sera (1930) esemplifica perfettamente la ricerca ermetica, condensando in pochi versi un'intera visione dell'esistenza.
I temi principali sono la Sicilia arcaica evocata attraverso simboli paesaggistici, l'infanzia perduta, la condizione di esilio dalla terra natale e la fragilità dell'esistenza umana. Nel dopoguerra, Quasimodo riscopre i valori della solidarietà collettiva pur conservando il gusto analogico della fase precedente.
L'essenza ermetica: L'Ermetismo cerca di dire il massimo con il minimo, concentrando in poche parole cariche di significato l'intera esperienza umana di fronte al mistero dell'esistenza.
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Temporale, lampo e tuono - Pascoli analisi testi
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opere di verga; i VINTI E LA FIUMANA DEL PROGRESSO,MALAVOGLIA e le interpretazioni del finale
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