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3,384
•
Aggiornato Mar 19, 2026
•
Vera Brusatori
@verabrusatori_guje
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Giacomo Leopardi nasce nel 1798 a Recanati, in una famiglia cattolica rigidissima dove mancano affetto e comprensione. Ma questo ragazzo dimostra subito di essere un genio assoluto: a 10 anni ha già finito i suoi studi!
Per 7 anni si dedica a quello che lui stesso chiama "studio matto e disperatissimo" nella biblioteca paterna. Impara perfettamente latino, greco ed ebraico, ma questo studio intenso gli rovina la schiena e la vista. Nel 1816 avviene la sua "conversione letteraria": passa dall'erudizione al bello, cioè dalla filologia alla poesia vera e propria.
Il giovane Leopardi sogna di uscire dal mondo chiuso di Recanati per partecipare al dibattito culturale italiano. Nel 1817 conosce Pietro Giordani, che diventa un'amicizia fondamentale. Nel 1818 inizia la sua prima grande stagione poetica con gli Idilli e le prime Canzoni.
Nel 1819 tenta la fuga da casa: scoperto dal padre, ha una crisi profonda che lo porta alla "conversione filosofica" - abbandona la fede religiosa e abbraccia l'ateismo e il materialismo.
Ricorda: Le due "conversioni" di Leopardi (letteraria nel 1816 e filosofica nel 1819) sono tappe fondamentali per capire la sua evoluzione intellettuale.

Dal 1822 Leopardi inizia finalmente a viaggiare, ma Roma lo delude profondamente. Il ritorno a Recanati segna un periodo durissimo: sviluppa il suo pessimismo cosmico e scrive le prime venti Operette morali, abbandonando temporaneamente la poesia.
Tra il 1825-1827 vive tra Milano, Bologna, Firenze e Pisa. Il soggiorno pisano è miracoloso: i dolori fisici diminuiscono e rinasce la sua capacità poetica. Scrive "A Silvia" (1828), una delle sue liriche più famose.
Costretto a tornare a Recanati per problemi economici, vive il periodo più produttivo: compone i canti pisano-recanatesi, i suoi capolavori assoluti. Nel 1830 lascia definitivamente il paese natale per Firenze.
A Firenze pubblica la prima edizione dei Canti (1831) e conosce Antonio Ranieri, che diventerà il suo amico più fedele. Si innamora perdutamente di Fanny Targioni Tozzetti, che ispira il "ciclo di Aspasia". Nel 1833 si trasferisce a Napoli con Ranieri, dove scrive "La ginestra" (1836), il suo testamento spirituale. Muore nel 1837, assistito dall'amico.
Nota bene: I canti pisano-recanatesi rappresentano l'apice della poesia leopardiana - sono quelli che devi conoscere meglio per gli esami.

Il pensiero di Leopardi attraversa tre fasi fondamentali che devi assolutamente padroneggiare. La prima fase è il pessimismo storico (1818-1819): Leopardi crede che gli antichi fossero felici perché vivevano a contatto con la natura, mentre i moderni sono infelici perché si affidano troppo alla ragione.
La natura in questa fase è vista come una madre benevola che ci dona l'immaginazione per consolarci. Gli uomini primitivi, antichi e i bambini sono felici perché si lasciano cullare dalle illusioni. L'infelicità non è universale, ma solo dei moderni che hanno rifiutato la natura.
Tra 1819-1821 arriva la conversione filosofica e nasce il pessimismo esistenziale. Leopardi sviluppa la famosa "teoria del piacere": ogni essere umano cerca la felicità identificandola con il piacere, ma non UN piacere limitato, bensì IL piacere infinito. Siccome questo è impossibile, l'uomo è necessariamente infelice.
Parallelamente elabora la "poetica del vago e dell'indefinito": quello che non possiamo raggiungere nella realtà, lo raggiungiamo con l'immaginazione stimolata da tutto ciò che è indefinito. La poesia diventa quindi il recupero della visione della fanciullezza.
Chiave di lettura: La teoria del piacere spiega perché per Leopardi l'infelicità non è un caso, ma una condizione strutturale dell'esistenza umana.

Intorno al 1823 Leopardi fa una scoperta sconvolgente: se la natura ci fa desiderare la felicità ma ce la nega sempre, allora non può essere una madre benevola. Diventa una "matrigna indifferente" che ci ha creati per farci soffrire.
Nasce così il pessimismo cosmico (sancito nel 1824 dalle Operette morali): il dolore non dipende dalla storia o dalla società, ma è intrinseco alla vita stessa. Tutto l'universo è solo un meccanismo eterno di produzione e distruzione, e noi siamo semplici ingranaggi.
La natura non è più né buona né cattiva: è semplicemente indifferente alle nostre sofferenze. Questo pensiero culmina nel "Dialogo della Natura e di un Islandese", dove la natura spiega freddamente che la vita è solo un circuito perpetuo di nascita e morte.
L'ultima fase è il pessimismo eroico o progressivo (condensato nella "Ginestra"). Leopardi non si arrende: proprio perché tutti soffriamo, dovremmo unirci in una "social catena" per aiutarci reciprocamente. Gli uomini dovrebbero smettere di illudersi e guardare la verità in faccia, ma insieme, solidalmente.
In questa fase usa anche l'ironia come arma contro le illusioni: il coraggio di ridere toglie la maschera alla finzione e rivela l'inevitabilità del dolore, ma anche la possibilità di resistere con dignità.
Messaggio finale: Il pessimismo di Leopardi non è disfattismo, ma un invito coraggioso alla solidarietà umana di fronte al destino comune.

Le prime opere mature di Leopardi nascono dalla "conversione letteraria" del 1816. Le due canzoni "All'Italia" e "Sopra il monumento di Dante" (1818) esprimono il pessimismo storico: il presente è vile e decadente rispetto al passato eroico.
Leopardi prende come esempi i Greci delle Termopili e Dante per scuotere gli italiani dal torpore. L'obiettivo è celebrare gli ideali civili e patriottici, ma entrambi i componimenti si chiudono senza speranza, solo con indignazione e rimpianto. Lo stile è elevato e classicheggiante, con forte concitazione emotiva.
Contemporaneamente (1818-1821) scrive gli Idilli, che rappresentano una vera rivoluzione. L'idillio classico era un "quadretto" di tema pastorale, ma Leopardi lo trasforma in "quadretto dell'animo": dalla storia si passa ai sentimenti privati.
Il paesaggio diventa riflesso dello stato interiore del poeta. Gli Idilli esprimono un profondo pessimismo, ma con il desiderio di aggrapparsi all'immaginazione come àncora di salvezza. Sono la proiezione della forza delle illusioni che resistono alla consapevolezza del vero.
Lo stile cambia completamente rispetto alle canzoni: linguaggio piano e paratattico, che accosta parole quotidiane a parole rare. È una scelta consapevole per esprimere gli affetti privati piuttosto che i temi civili.
Differenza chiave: Dalle canzoni agli idilli c'è il passaggio dal pubblico al privato, dalla storia ai sentimenti dell'animo.

"L'infinito" è l'opera più celebre di Leopardi e devi conoscerla perfettamente. Il poeta è seduto davanti a una siepe che gli impedisce di vedere l'orizzonte, ma proprio questo impedimento fisico stimola la sua immaginazione verso l'infinito.
Il meccanismo è geniale: ciò che gli occhi non possono vedere viene contemplato dall'immaginazione. Dopo un momento reale, si innesca un processo di astrazione che allontana l'io dal presente fino a sperimentare la "dolcezza dell'annegamento" nell'infinito. Alla fine il pensiero si annulla e lo smemoramento genera piacere.
Il lessico è studiato per evocare idee indeterminate: parole che richiamano la lontananza nello spazio ("lontanissimo", "interminati"), nel tempo ("antico", "passato") e la solitudine ("solitudine", "silenzio"). Non è un'estasi mistica, ma una valorizzazione delle potenzialità percettive dell'io.
"La sera del dì di festa" riprende il tema dell'infinito, ma con una differenza importante: il medesimo effetto è ottenuto attraverso la contemplazione di una notte lunare dopo un giorno festivo. Il suono del "solitario canto dell'artigian" spezza il silenzio e ispira meditazioni sulla fugacità delle cose umane.
Diversamente da "L'infinito", questo componimento non termina con la dolcezza di un'illusione, ma con la consapevolezza del dolore privato e dell'inesorabile trascorrere del tempo. Qui inizia a incrinarsi l'idea della natura benigna.
Tecnica poetica: Leopardi usa il "vago e indefinito" per stimolare l'immaginazione: tutto ciò che è impreciso apre la mente a sensazioni infinite.

Fra il 1820-1823 Leopardi scrive altre otto canzoni che segnano un'evoluzione importante. Ai temi civili si aggiungono temi esistenziali: l'indagine sul dolore si estende dalle epoche contemporanee a quelle lontane, dalla degenerazione del presente alla condizione stessa del vivere.
La frattura tra passato e presente si approfondisce sempre di più. La riflessione sull'infelicità degli antichi contribuisce al superamento del pessimismo storico, che si basava sul contrasto fra un passato felice e un presente compromesso.
"Ultimo canto di Saffo" è particolarmente significativa: tratta il tema del suicidio attraverso il mito della poetessa greca che si uccise perché il suo aspetto fisico aveva allontanato l'amato Faone. Il tema di fondo è il primato della bellezza fisica e l'insufficienza della sola virtù per ottenere amore e riconoscimento.
La prospettiva si allarga dalla vicenda privata alla condizione generale dell'umanità: tutti i viventi sono destinati a un destino infelice e maligno. Le canzoni di questo periodo sono molto complesse stilisticamente, riflettendo l'intensità delle dolorose verità filosofiche.
Lo Zibaldone è l'opera più impressionante di Leopardi: oltre 4000 pagine di appunti, riflessioni e considerazioni sui temi più disparati. Non ha ordine né programma, è una specie di diario del pensiero. La prosa è spontanea e la sintassi riflette il ritmo del discorso parlato.
Curiosità: Lo Zibaldone non era pensato per la pubblicazione, per questo ci mostra il "laboratorio" del genio leopardiano in azione.

Le Operette morali sono il frutto della "conversione filosofica" del 1819, quando Leopardi abbandona temporaneamente la poesia per la prosa. Segnano il passaggio definitivo al pessimismo cosmico: la natura non è più madre benigna, ma matrigna indifferente.
Il genere è quello antico dell'apologo morale, sul modello dei dialoghi di Platone. La maggior parte è in forma di dialogo, altre sono favole mitologiche, prose liriche, raccolte di aforismi o piccoli trattati. Nel complesso formano una sintesi unitaria delle riflessioni pessimistiche sparse nello Zibaldone.
Lo stile non è magniloquente, ma comico-fiabesco, intriso di buonsenso e ironia. Lo sguardo è distaccato ma non freddo, capace di esporre con leggerezza la dolorosa verità dell'esistenza. Il riso assume una funzione liberatoria: ridere dei "mali comuni" può essere di conforto.
"Dialogo della Moda e della Morte" presenta due figure che si scoprono sorelle, entrambe figlie della Caducità. Leopardi riflette sul potere della moda, che può spingere a comportamenti irragionevoli e pericolosi. Il tema è attualissimo: seguire la moda significa rinunciare alla propria individualità.
"Dialogo della natura e di un Islandese" segna la svolta decisiva verso il pessimismo materialistico. Per la prima volta la natura appare come madre matrigna indifferente. Un islandese che ha sempre evitato i piaceri e i dolori incontra la natura personificata, che spiega che la vita è solo un "perpetuo circuito di produzione e distruzione".
Messaggio centrale: Anche conducendo una vita di rinunce, l'uomo non può evitare la sofferenza perché gli è imposta dalla natura stessa.

Nelle Operette morali, Leopardi usa sapientemente ironia e umorismo in varie forme: l'ironia propriamente detta, allusioni sarcastiche ad abitudini contemporanee, richiami divertiti all'immaginario comune e contrasti tra tono divertito e contenuto tragico.
Nel "Dialogo della Moda e della Morte", le due figure adottano comportamenti coerenti: la Moda parla come un'elegante dama da salotto, la Morte è ruvida e scortese secondo la tradizione. Entrambe sono figlie della Caducità e collaborano nell'annientare l'individualità umana.
Il "Dialogo della natura e di un Islandese" è fondamentale perché segna l'approdo al pessimismo materialistico. L'islandese (scelto perché popolo tradizionalmente infelice) ha cercato tutta la vita di stare tranquillo, ma incontra la natura che gli spiega la verità crudele: il genere umano è solo un ingranaggio nella macchina universale.
La natura risponde alle domande dell'uomo spiegando che la vita dell'universo è un perpetuo circuito dove tutto è funzionale alla conservazione del mondo. Gli esseri umani sono destinati alla sofferenza non per colpa loro, ma perché così funziona il meccanismo cosmico.
Nel panorama romantico europeo, Leopardi e Manzoni trattano la natura in modo originale. Il "giardino" leopardiano è metafora del male che colpisce tutto il creato indipendentemente dalla responsabilità individuale. La "vigna" manzoniana invece rappresenta la volontà di vedere chiaro nel caos prodotto dalla colpa umana.
Differenza filosofica: Per Leopardi la sofferenza è colpa della natura matrigna, per Manzoni è conseguenza del peccato umano che può essere redento dalla Provvidenza.

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Vera Brusatori
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Preparati a scoprire uno dei poeti più intensi della letteratura italiana! Giacomo Leopardi non è solo il "pessimista" che forse conosci dai manuali, ma un genio che ha trasformato il dolore in poesia immortale. La sua vita e il suo... Mostra di più

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Giacomo Leopardi nasce nel 1798 a Recanati, in una famiglia cattolica rigidissima dove mancano affetto e comprensione. Ma questo ragazzo dimostra subito di essere un genio assoluto: a 10 anni ha già finito i suoi studi!
Per 7 anni si dedica a quello che lui stesso chiama "studio matto e disperatissimo" nella biblioteca paterna. Impara perfettamente latino, greco ed ebraico, ma questo studio intenso gli rovina la schiena e la vista. Nel 1816 avviene la sua "conversione letteraria": passa dall'erudizione al bello, cioè dalla filologia alla poesia vera e propria.
Il giovane Leopardi sogna di uscire dal mondo chiuso di Recanati per partecipare al dibattito culturale italiano. Nel 1817 conosce Pietro Giordani, che diventa un'amicizia fondamentale. Nel 1818 inizia la sua prima grande stagione poetica con gli Idilli e le prime Canzoni.
Nel 1819 tenta la fuga da casa: scoperto dal padre, ha una crisi profonda che lo porta alla "conversione filosofica" - abbandona la fede religiosa e abbraccia l'ateismo e il materialismo.
Ricorda: Le due "conversioni" di Leopardi (letteraria nel 1816 e filosofica nel 1819) sono tappe fondamentali per capire la sua evoluzione intellettuale.

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Dal 1822 Leopardi inizia finalmente a viaggiare, ma Roma lo delude profondamente. Il ritorno a Recanati segna un periodo durissimo: sviluppa il suo pessimismo cosmico e scrive le prime venti Operette morali, abbandonando temporaneamente la poesia.
Tra il 1825-1827 vive tra Milano, Bologna, Firenze e Pisa. Il soggiorno pisano è miracoloso: i dolori fisici diminuiscono e rinasce la sua capacità poetica. Scrive "A Silvia" (1828), una delle sue liriche più famose.
Costretto a tornare a Recanati per problemi economici, vive il periodo più produttivo: compone i canti pisano-recanatesi, i suoi capolavori assoluti. Nel 1830 lascia definitivamente il paese natale per Firenze.
A Firenze pubblica la prima edizione dei Canti (1831) e conosce Antonio Ranieri, che diventerà il suo amico più fedele. Si innamora perdutamente di Fanny Targioni Tozzetti, che ispira il "ciclo di Aspasia". Nel 1833 si trasferisce a Napoli con Ranieri, dove scrive "La ginestra" (1836), il suo testamento spirituale. Muore nel 1837, assistito dall'amico.
Nota bene: I canti pisano-recanatesi rappresentano l'apice della poesia leopardiana - sono quelli che devi conoscere meglio per gli esami.

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Il pensiero di Leopardi attraversa tre fasi fondamentali che devi assolutamente padroneggiare. La prima fase è il pessimismo storico (1818-1819): Leopardi crede che gli antichi fossero felici perché vivevano a contatto con la natura, mentre i moderni sono infelici perché si affidano troppo alla ragione.
La natura in questa fase è vista come una madre benevola che ci dona l'immaginazione per consolarci. Gli uomini primitivi, antichi e i bambini sono felici perché si lasciano cullare dalle illusioni. L'infelicità non è universale, ma solo dei moderni che hanno rifiutato la natura.
Tra 1819-1821 arriva la conversione filosofica e nasce il pessimismo esistenziale. Leopardi sviluppa la famosa "teoria del piacere": ogni essere umano cerca la felicità identificandola con il piacere, ma non UN piacere limitato, bensì IL piacere infinito. Siccome questo è impossibile, l'uomo è necessariamente infelice.
Parallelamente elabora la "poetica del vago e dell'indefinito": quello che non possiamo raggiungere nella realtà, lo raggiungiamo con l'immaginazione stimolata da tutto ciò che è indefinito. La poesia diventa quindi il recupero della visione della fanciullezza.
Chiave di lettura: La teoria del piacere spiega perché per Leopardi l'infelicità non è un caso, ma una condizione strutturale dell'esistenza umana.

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Intorno al 1823 Leopardi fa una scoperta sconvolgente: se la natura ci fa desiderare la felicità ma ce la nega sempre, allora non può essere una madre benevola. Diventa una "matrigna indifferente" che ci ha creati per farci soffrire.
Nasce così il pessimismo cosmico (sancito nel 1824 dalle Operette morali): il dolore non dipende dalla storia o dalla società, ma è intrinseco alla vita stessa. Tutto l'universo è solo un meccanismo eterno di produzione e distruzione, e noi siamo semplici ingranaggi.
La natura non è più né buona né cattiva: è semplicemente indifferente alle nostre sofferenze. Questo pensiero culmina nel "Dialogo della Natura e di un Islandese", dove la natura spiega freddamente che la vita è solo un circuito perpetuo di nascita e morte.
L'ultima fase è il pessimismo eroico o progressivo (condensato nella "Ginestra"). Leopardi non si arrende: proprio perché tutti soffriamo, dovremmo unirci in una "social catena" per aiutarci reciprocamente. Gli uomini dovrebbero smettere di illudersi e guardare la verità in faccia, ma insieme, solidalmente.
In questa fase usa anche l'ironia come arma contro le illusioni: il coraggio di ridere toglie la maschera alla finzione e rivela l'inevitabilità del dolore, ma anche la possibilità di resistere con dignità.
Messaggio finale: Il pessimismo di Leopardi non è disfattismo, ma un invito coraggioso alla solidarietà umana di fronte al destino comune.

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Le prime opere mature di Leopardi nascono dalla "conversione letteraria" del 1816. Le due canzoni "All'Italia" e "Sopra il monumento di Dante" (1818) esprimono il pessimismo storico: il presente è vile e decadente rispetto al passato eroico.
Leopardi prende come esempi i Greci delle Termopili e Dante per scuotere gli italiani dal torpore. L'obiettivo è celebrare gli ideali civili e patriottici, ma entrambi i componimenti si chiudono senza speranza, solo con indignazione e rimpianto. Lo stile è elevato e classicheggiante, con forte concitazione emotiva.
Contemporaneamente (1818-1821) scrive gli Idilli, che rappresentano una vera rivoluzione. L'idillio classico era un "quadretto" di tema pastorale, ma Leopardi lo trasforma in "quadretto dell'animo": dalla storia si passa ai sentimenti privati.
Il paesaggio diventa riflesso dello stato interiore del poeta. Gli Idilli esprimono un profondo pessimismo, ma con il desiderio di aggrapparsi all'immaginazione come àncora di salvezza. Sono la proiezione della forza delle illusioni che resistono alla consapevolezza del vero.
Lo stile cambia completamente rispetto alle canzoni: linguaggio piano e paratattico, che accosta parole quotidiane a parole rare. È una scelta consapevole per esprimere gli affetti privati piuttosto che i temi civili.
Differenza chiave: Dalle canzoni agli idilli c'è il passaggio dal pubblico al privato, dalla storia ai sentimenti dell'animo.

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"L'infinito" è l'opera più celebre di Leopardi e devi conoscerla perfettamente. Il poeta è seduto davanti a una siepe che gli impedisce di vedere l'orizzonte, ma proprio questo impedimento fisico stimola la sua immaginazione verso l'infinito.
Il meccanismo è geniale: ciò che gli occhi non possono vedere viene contemplato dall'immaginazione. Dopo un momento reale, si innesca un processo di astrazione che allontana l'io dal presente fino a sperimentare la "dolcezza dell'annegamento" nell'infinito. Alla fine il pensiero si annulla e lo smemoramento genera piacere.
Il lessico è studiato per evocare idee indeterminate: parole che richiamano la lontananza nello spazio ("lontanissimo", "interminati"), nel tempo ("antico", "passato") e la solitudine ("solitudine", "silenzio"). Non è un'estasi mistica, ma una valorizzazione delle potenzialità percettive dell'io.
"La sera del dì di festa" riprende il tema dell'infinito, ma con una differenza importante: il medesimo effetto è ottenuto attraverso la contemplazione di una notte lunare dopo un giorno festivo. Il suono del "solitario canto dell'artigian" spezza il silenzio e ispira meditazioni sulla fugacità delle cose umane.
Diversamente da "L'infinito", questo componimento non termina con la dolcezza di un'illusione, ma con la consapevolezza del dolore privato e dell'inesorabile trascorrere del tempo. Qui inizia a incrinarsi l'idea della natura benigna.
Tecnica poetica: Leopardi usa il "vago e indefinito" per stimolare l'immaginazione: tutto ciò che è impreciso apre la mente a sensazioni infinite.

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Fra il 1820-1823 Leopardi scrive altre otto canzoni che segnano un'evoluzione importante. Ai temi civili si aggiungono temi esistenziali: l'indagine sul dolore si estende dalle epoche contemporanee a quelle lontane, dalla degenerazione del presente alla condizione stessa del vivere.
La frattura tra passato e presente si approfondisce sempre di più. La riflessione sull'infelicità degli antichi contribuisce al superamento del pessimismo storico, che si basava sul contrasto fra un passato felice e un presente compromesso.
"Ultimo canto di Saffo" è particolarmente significativa: tratta il tema del suicidio attraverso il mito della poetessa greca che si uccise perché il suo aspetto fisico aveva allontanato l'amato Faone. Il tema di fondo è il primato della bellezza fisica e l'insufficienza della sola virtù per ottenere amore e riconoscimento.
La prospettiva si allarga dalla vicenda privata alla condizione generale dell'umanità: tutti i viventi sono destinati a un destino infelice e maligno. Le canzoni di questo periodo sono molto complesse stilisticamente, riflettendo l'intensità delle dolorose verità filosofiche.
Lo Zibaldone è l'opera più impressionante di Leopardi: oltre 4000 pagine di appunti, riflessioni e considerazioni sui temi più disparati. Non ha ordine né programma, è una specie di diario del pensiero. La prosa è spontanea e la sintassi riflette il ritmo del discorso parlato.
Curiosità: Lo Zibaldone non era pensato per la pubblicazione, per questo ci mostra il "laboratorio" del genio leopardiano in azione.

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Le Operette morali sono il frutto della "conversione filosofica" del 1819, quando Leopardi abbandona temporaneamente la poesia per la prosa. Segnano il passaggio definitivo al pessimismo cosmico: la natura non è più madre benigna, ma matrigna indifferente.
Il genere è quello antico dell'apologo morale, sul modello dei dialoghi di Platone. La maggior parte è in forma di dialogo, altre sono favole mitologiche, prose liriche, raccolte di aforismi o piccoli trattati. Nel complesso formano una sintesi unitaria delle riflessioni pessimistiche sparse nello Zibaldone.
Lo stile non è magniloquente, ma comico-fiabesco, intriso di buonsenso e ironia. Lo sguardo è distaccato ma non freddo, capace di esporre con leggerezza la dolorosa verità dell'esistenza. Il riso assume una funzione liberatoria: ridere dei "mali comuni" può essere di conforto.
"Dialogo della Moda e della Morte" presenta due figure che si scoprono sorelle, entrambe figlie della Caducità. Leopardi riflette sul potere della moda, che può spingere a comportamenti irragionevoli e pericolosi. Il tema è attualissimo: seguire la moda significa rinunciare alla propria individualità.
"Dialogo della natura e di un Islandese" segna la svolta decisiva verso il pessimismo materialistico. Per la prima volta la natura appare come madre matrigna indifferente. Un islandese che ha sempre evitato i piaceri e i dolori incontra la natura personificata, che spiega che la vita è solo un "perpetuo circuito di produzione e distruzione".
Messaggio centrale: Anche conducendo una vita di rinunce, l'uomo non può evitare la sofferenza perché gli è imposta dalla natura stessa.

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Nelle Operette morali, Leopardi usa sapientemente ironia e umorismo in varie forme: l'ironia propriamente detta, allusioni sarcastiche ad abitudini contemporanee, richiami divertiti all'immaginario comune e contrasti tra tono divertito e contenuto tragico.
Nel "Dialogo della Moda e della Morte", le due figure adottano comportamenti coerenti: la Moda parla come un'elegante dama da salotto, la Morte è ruvida e scortese secondo la tradizione. Entrambe sono figlie della Caducità e collaborano nell'annientare l'individualità umana.
Il "Dialogo della natura e di un Islandese" è fondamentale perché segna l'approdo al pessimismo materialistico. L'islandese (scelto perché popolo tradizionalmente infelice) ha cercato tutta la vita di stare tranquillo, ma incontra la natura che gli spiega la verità crudele: il genere umano è solo un ingranaggio nella macchina universale.
La natura risponde alle domande dell'uomo spiegando che la vita dell'universo è un perpetuo circuito dove tutto è funzionale alla conservazione del mondo. Gli esseri umani sono destinati alla sofferenza non per colpa loro, ma perché così funziona il meccanismo cosmico.
Nel panorama romantico europeo, Leopardi e Manzoni trattano la natura in modo originale. Il "giardino" leopardiano è metafora del male che colpisce tutto il creato indipendentemente dalla responsabilità individuale. La "vigna" manzoniana invece rappresenta la volontà di vedere chiaro nel caos prodotto dalla colpa umana.
Differenza filosofica: Per Leopardi la sofferenza è colpa della natura matrigna, per Manzoni è conseguenza del peccato umano che può essere redento dalla Provvidenza.

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