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Esplorazione approfondita dei testi di Leopardi











L'Infinito - Il Viaggio della Mente Oltre i Limiti
Hai mai guardato oltre una siepe e ti sei chiesto cosa ci fosse dall'altra parte? L'Infinito di Leopardi parte proprio da questa sensazione per portarci in un viaggio straordinario della mente.
Il poeta si trova sul colle Tabor a Recanati, seduto davanti a una siepe che gli impedisce di vedere l'orizzonte. Ma invece di essere un ostacolo, questa limitazione diventa il punto di partenza per un volo dell'immaginazione verso spazi infiniti e silenzi sovraumani.
La poesia si sviluppa in tre momenti chiave: prima l'osservazione del paesaggio reale, poi il processo immaginativo che porta verso l'infinito spaziale, infine il ritorno alla realtà attraverso il suono del vento che risveglia la dimensione temporale. Il verso finale è indimenticabile: "E il naufragar m'è dolce in questo mare" - qui il naufragare non è una disgrazia, ma un piacere, perché significa perdersi nell'immensità del pensiero.
Curiosità: Leopardi usa i dimostrativi per guidarci dal concreto all'astratto - un trucco geniale per farci sentire questo passaggio!

L'Arte dell'Immaginazione e lo Stile Poetico
Non sottovalutare il potere dell'immaginazione in Leopardi - non è fuga dalla realtà, ma un vero e proprio strumento di conoscenza! Dove non arriva la vista, arriva la mente che ci apre le porte dell'infinito.
La tecnica poetica di Leopardi è raffinatissima. Usa enjambement continui che creano un flusso di immagini senza interruzioni, proprio come il pensiero che scorre verso l'infinito. Noterai anche l'alternanza tra bisillabi ('ermo colle', 'questa siepe') che rappresentano il finito e polisillabi ('interminati', 'profondissima', 'immensità') che evocano l'infinito.
I dimostrativi hanno un ruolo da protagonisti: "questo" e "questa" per le cose vicine e concrete, "quello" e "quella" per il vago e l'indeterminato. È come se le parole stesse ci accompagnassero in questo viaggio dal reale all'immaginario.
L'eterno per Leopardi non ha nulla di religioso - è semplicemente l'assenza di limiti, di suoni, di movimento. Un concetto che ti farà riflettere su cosa significhi davvero "infinito"!

Alla Luna - Il Dialogo con una Compagna Silenziosa
Immagina di avere una confidente silenziosa che ti ascolta sempre, senza giudicare: per Leopardi questa è la luna. "Alla Luna" è una poesia del 1819 che esplora il potere consolatorio dei ricordi, anche quando sono dolorosi.
Il poeta si rivolge alla luna come a una persona cara ("O graziosa luna", "O mia diletta luna"), creando una personificazione toccante. Un anno prima si recava sullo stesso colle, pieno di angoscia, a contemplarla mentre illuminava le selve. La sua immagine appariva nebulosa e tremula a causa delle lacrime che offuscavano la vista.
Quello che colpisce di più è il paradosso del ricordo: nonostante il dolore sia lo stesso ("travagliosa era mia vita: ed è"), il poeta trova piacere nel ricordare. Perché? Perché nella giovinezza "la speme ha ancora un corso lungo e la memoria uno breve" - significa che hai ancora molto futuro davanti e pochi ricordi alle spalle.
Tecnica poetica: L'allitterazione della liquida "r" in parole come "rammento", "rimirarti", "rischiari" crea un effetto musicale che evoca la dolcezza del ricordo.

L'Equilibrio tra Dolore e Consolazione
"Alla Luna" è costruita su un equilibrio perfetto tra due campi semantici opposti: quello del dolore e quello del piacere legato alla memoria. È come se Leopardi ti mostrasse che anche nei momenti più bui può esistere una forma di consolazione.
Dal lato del dolore troviamo parole come "angoscia", "nebuloso", "tremulo", "pianto", "travagliosa" - tutti termini che descrivono la sofferenza dell'io poetico. Dall'altro lato, il campo semantico della memoria e del piacere include "graziosa", "rammento", "rimirarti", "rischiari", "giova", "ricordanza".
La luna-persona diventa il simbolo di una presenza costante e rassicurante. I verbi usati per descriverla ("pendevi", "fai", "rischiari") e il sostantivo "volto" la trasformano in una compagna di vita, qualcuno che "c'è sempre" nei momenti difficili.
Il messaggio finale è potente: anche se il presente è doloroso quanto il passato, nella giovinezza il ricordo diventa dolce perché rappresenta un tesoro di esperienze che arricchiscono la nostra umanità.

Sera del Dì di Festa - Quando Finisce la Gioia
Ti è mai capitato di sentire una malinconia profonda alla fine di una giornata speciale? "Sera del dì di festa" (1820) cattura perfettamente questa sensazione universale, trasformandola in una riflessione sulla caducità della vita.
La poesia si apre con un paesaggio notturno di grande suggestione: "Dolce e chiara è la notte e senza vento" (nota la bellissima sinestesia che unisce sensazioni diverse). Ma questa pace esterna contrasta violentemente con il tormento interiore del poeta, che si rivolge a una donna indifferente alle sue sofferenze.
Il momento più drammatico arriva quando Leopardi accusa la "antica natura onnipossente" di averlo creato solo per soffrire: "A te la speme nego, mi disse, anche la speme; e d'altro non brillino gli occhi tuoi se non di pianto". È il primo apparire della Natura matrigna, crudele e indifferente.
Il canto dell'artigiano che torna a casa dopo i divertimenti diventa il simbolo di tutte le voci umane destinate a spegnersi nel tempo. Un suono che "fieramente mi stringe il core" perché ricorda al poeta quanto tutto sia effimero.
Elemento chiave: La percezione uditiva guida tutta la poesia - dal silenzio iniziale al canto dell'artigiano, fino alle voci del passato ormai mute.

Il Tempo che Cancella Tutto
La parte più potente di "Sera del dì di festa" è quella in cui Leopardi riflette sul potere distruttivo del tempo. Le sue domande retoriche sono un pugno allo stomaco: "Or dov'è il suono di que' popoli antichi? or dov'è il grido de' nostri avi famosi?"
Anche la grande Roma, con il suo impero, le armi e "il fragorio che n'andò per la terra e l'oceano", è ridotta al silenzio. Il messaggio è chiaro: niente di quello che facciamo sopravvive davvero al tempo. "Tutto è pace e silenzio, e tutto posa il mondo, e più di lor non si ragiona."
La poesia si chiude con un ricordo d'infanzia che rivela come questa consapevolezza tormentasse Leopardi fin da piccolo. Anche allora, sentendo un canto che si allontanava nella notte dopo una festa, provava la stessa stretta al cuore. La differenza è che ora ha piena coscienza di questa "amara legge esistenziale".
I temi centrali - l'infelicità esistenziale e il contrasto tra gioia festiva e ritorno alla normalità - attraversano tutto il componimento con una forza emotiva che ti coinvolge completamente.

Dialogo della Natura e di un Islandese - La Natura Matrigna
Preparati a uno dei testi più sconvolgenti di Leopardi! Nel "Dialogo della Natura e di un Islandese" (1824) assistiamo al ribaltamento definitivo: la Natura non è più madre benevola, ma una forza crudele e indifferente.
L'Islandese ha viaggiato per il mondo cercando di fuggire le sofferenze che la Natura gli infliggeva. Ma in Africa incontra proprio lei, sotto forma di una donna gigantesca "tra bella e terribile". Il suo lungo monologo è un j'accuse spietato: prima pensava che il dolore venisse dai rapporti umani, poi che fosse colpa di chi oltrepassava i limiti naturali, infine ha capito la verità.
La sofferenza è insita nell'uomo! La Natura ci ha creati con un "desiderio insaziabile di piacere" che non solo è irraggiungibile, ma spesso è anche dannoso. Viviamo sempre in pericolo, nella paura costante. Come dice citando Seneca: "ogni cosa è da temere".
La risposta della Natura è glaciale: lei agisce solo secondo un processo meccanico di creazione e distruzione, totalmente insensibile al destino delle sue creature. L'uomo non è al centro dell'universo - è solo uno strumento in questo "perpetuo circuito di produzione e distruzione".
Messaggio chiave: Con questo dialogo Leopardi supera definitivamente la visione antropocentrica del mondo - l'uomo non è più il protagonista della creazione.

Il Meccanismo Crudele dell'Universo
Il finale del "Dialogo della Natura e di un Islandese" è di un cinismo devastante. La domanda ultima dell'Islandese rimane senza risposta: "a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo?"
La conclusione grottesca è il tocco finale di Leopardi: l'Islandese viene sbranato da due leoni affamati (che così sopravviveranno un solo giorno in più) oppure muore sepolto dalla sabbia e diventa una mummia. È l'ultimo sfregio della Natura - una morte assurda che rivela l'inutilità di ogni sofferenza.
Lo stile dell'operetta si basa sulla tecnica dell'accumulo: prima di sofferenze ("arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli"), poi di accuse contro la Natura ("ci assalti, ci pungi, ci laceri, ci offendi, ci perseguiti"). È un crescendo di tensione che esplode nella rivelazione finale.
Le figure della negazione attraversano tutto il testo, simboleggiando l'atteggiamento di rifiuto dell'Islandese verso un mondo ostile. Ma alla fine, la Natura vince sempre - con la sua indifferenza meccanicistica che non conosce pietà né giustizia.

Dialogo di un Venditore di Almanacchi e di un Passeggere - L'Illusione del Futuro
Vuoi capire in poche pagine tutta la filosofia leopardiana del piacere? Il "Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere" (1832) è perfetto! Con tono apparentemente leggero, Leopardi smonta le nostre illusioni sulla felicità.
Un venditore di calendari cerca di convincere un passante a comprare l'almanacco del nuovo anno, promettendo che sarà migliore di quello che sta finendo. Ma il passeggere (che rappresenta Leopardi stesso) gli fa una domanda semplice: "A quale degli anni passati vorreste che assomigliasse questo nuovo?"
Il venditore si smarrisce - non riesce a trovare un solo anno della sua vita che vorrebbe rivivere! Eppure spera che il futuro sia migliore. È la contraddizione che viviamo tutti: il passato non ci soddisfa, il presente ci delude, ma il futuro... ah, quello sì che sarà bello!
La conclusione è amara ma illuminante: "la vita che è una cosa bella è la vita futura" - quella che non conosciamo e di cui possiamo illuderci. La felicità esiste solo come attesa, mai come esperienza reale.
Genialità leopardiana: Il dialogo inizia e finisce con lo stesso grido del venditore, simboleggiando il ripetersi infinito delle illusioni umane.

Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo - Il Mondo Senza l'Uomo
Cosa succederebbe se l'umanità sparisse dalla faccia della Terra? Il "Dialogo di un folletto e di uno gnomo" ti darà una risposta che ti farà riflettere! Leopardi immagina due creature fantastiche che commentano con ironia la scomparsa del genere umano.
Il Folletto e lo Gnomo, finalmente liberi dalle "angherie" degli uomini, possono prendersi gioco delle nostre presunzioni antropocentriche. Quella specie che si credeva la più importante è svanita nel nulla, e la Natura continua imperterrita il suo corso!
Le ragioni della scomparsa umana sono tragicomiche: gli uomini "disordinavano tra loro" (facevano sempre guerre), "hanno navigato" troppo (distruggendo illusioni con troppe scoperte), si sono "mangiati tra loro" (cannibalismo), si sono suicidati, sono "infracidati" nell'ozio (perdendo la vitalità degli antichi).
Il messaggio è potente: l'uomo ha "studiato tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male". Ma la cosa più geniale è che Leopardi mostra come ogni specie si creda superiore alle altre - la presunzione non è solo umana, è universale!
Ironia leopardiana: I due protagonisti chiamano gli uomini "furfanti" e "monelli" - un modo divertente per ridimensionare la nostra importanza cosmica!
Pensavamo che non l'avreste mai chiesto....
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L'Arte dell'Immaginazione e lo Stile Poetico
Non sottovalutare il potere dell'immaginazione in Leopardi - non è fuga dalla realtà, ma un vero e proprio strumento di conoscenza! Dove non arriva la vista, arriva la mente che ci apre le porte dell'infinito.
La tecnica poetica di Leopardi è raffinatissima. Usa enjambement continui che creano un flusso di immagini senza interruzioni, proprio come il pensiero che scorre verso l'infinito. Noterai anche l'alternanza tra bisillabi ('ermo colle', 'questa siepe') che rappresentano il finito e polisillabi ('interminati', 'profondissima', 'immensità') che evocano l'infinito.
I dimostrativi hanno un ruolo da protagonisti: "questo" e "questa" per le cose vicine e concrete, "quello" e "quella" per il vago e l'indeterminato. È come se le parole stesse ci accompagnassero in questo viaggio dal reale all'immaginario.
L'eterno per Leopardi non ha nulla di religioso - è semplicemente l'assenza di limiti, di suoni, di movimento. Un concetto che ti farà riflettere su cosa significhi davvero "infinito"!

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Alla Luna - Il Dialogo con una Compagna Silenziosa
Immagina di avere una confidente silenziosa che ti ascolta sempre, senza giudicare: per Leopardi questa è la luna. "Alla Luna" è una poesia del 1819 che esplora il potere consolatorio dei ricordi, anche quando sono dolorosi.
Il poeta si rivolge alla luna come a una persona cara ("O graziosa luna", "O mia diletta luna"), creando una personificazione toccante. Un anno prima si recava sullo stesso colle, pieno di angoscia, a contemplarla mentre illuminava le selve. La sua immagine appariva nebulosa e tremula a causa delle lacrime che offuscavano la vista.
Quello che colpisce di più è il paradosso del ricordo: nonostante il dolore sia lo stesso ("travagliosa era mia vita: ed è"), il poeta trova piacere nel ricordare. Perché? Perché nella giovinezza "la speme ha ancora un corso lungo e la memoria uno breve" - significa che hai ancora molto futuro davanti e pochi ricordi alle spalle.
Tecnica poetica: L'allitterazione della liquida "r" in parole come "rammento", "rimirarti", "rischiari" crea un effetto musicale che evoca la dolcezza del ricordo.

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"Alla Luna" è costruita su un equilibrio perfetto tra due campi semantici opposti: quello del dolore e quello del piacere legato alla memoria. È come se Leopardi ti mostrasse che anche nei momenti più bui può esistere una forma di consolazione.
Dal lato del dolore troviamo parole come "angoscia", "nebuloso", "tremulo", "pianto", "travagliosa" - tutti termini che descrivono la sofferenza dell'io poetico. Dall'altro lato, il campo semantico della memoria e del piacere include "graziosa", "rammento", "rimirarti", "rischiari", "giova", "ricordanza".
La luna-persona diventa il simbolo di una presenza costante e rassicurante. I verbi usati per descriverla ("pendevi", "fai", "rischiari") e il sostantivo "volto" la trasformano in una compagna di vita, qualcuno che "c'è sempre" nei momenti difficili.
Il messaggio finale è potente: anche se il presente è doloroso quanto il passato, nella giovinezza il ricordo diventa dolce perché rappresenta un tesoro di esperienze che arricchiscono la nostra umanità.

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Sera del Dì di Festa - Quando Finisce la Gioia
Ti è mai capitato di sentire una malinconia profonda alla fine di una giornata speciale? "Sera del dì di festa" (1820) cattura perfettamente questa sensazione universale, trasformandola in una riflessione sulla caducità della vita.
La poesia si apre con un paesaggio notturno di grande suggestione: "Dolce e chiara è la notte e senza vento" (nota la bellissima sinestesia che unisce sensazioni diverse). Ma questa pace esterna contrasta violentemente con il tormento interiore del poeta, che si rivolge a una donna indifferente alle sue sofferenze.
Il momento più drammatico arriva quando Leopardi accusa la "antica natura onnipossente" di averlo creato solo per soffrire: "A te la speme nego, mi disse, anche la speme; e d'altro non brillino gli occhi tuoi se non di pianto". È il primo apparire della Natura matrigna, crudele e indifferente.
Il canto dell'artigiano che torna a casa dopo i divertimenti diventa il simbolo di tutte le voci umane destinate a spegnersi nel tempo. Un suono che "fieramente mi stringe il core" perché ricorda al poeta quanto tutto sia effimero.
Elemento chiave: La percezione uditiva guida tutta la poesia - dal silenzio iniziale al canto dell'artigiano, fino alle voci del passato ormai mute.

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Il Tempo che Cancella Tutto
La parte più potente di "Sera del dì di festa" è quella in cui Leopardi riflette sul potere distruttivo del tempo. Le sue domande retoriche sono un pugno allo stomaco: "Or dov'è il suono di que' popoli antichi? or dov'è il grido de' nostri avi famosi?"
Anche la grande Roma, con il suo impero, le armi e "il fragorio che n'andò per la terra e l'oceano", è ridotta al silenzio. Il messaggio è chiaro: niente di quello che facciamo sopravvive davvero al tempo. "Tutto è pace e silenzio, e tutto posa il mondo, e più di lor non si ragiona."
La poesia si chiude con un ricordo d'infanzia che rivela come questa consapevolezza tormentasse Leopardi fin da piccolo. Anche allora, sentendo un canto che si allontanava nella notte dopo una festa, provava la stessa stretta al cuore. La differenza è che ora ha piena coscienza di questa "amara legge esistenziale".
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Dialogo della Natura e di un Islandese - La Natura Matrigna
Preparati a uno dei testi più sconvolgenti di Leopardi! Nel "Dialogo della Natura e di un Islandese" (1824) assistiamo al ribaltamento definitivo: la Natura non è più madre benevola, ma una forza crudele e indifferente.
L'Islandese ha viaggiato per il mondo cercando di fuggire le sofferenze che la Natura gli infliggeva. Ma in Africa incontra proprio lei, sotto forma di una donna gigantesca "tra bella e terribile". Il suo lungo monologo è un j'accuse spietato: prima pensava che il dolore venisse dai rapporti umani, poi che fosse colpa di chi oltrepassava i limiti naturali, infine ha capito la verità.
La sofferenza è insita nell'uomo! La Natura ci ha creati con un "desiderio insaziabile di piacere" che non solo è irraggiungibile, ma spesso è anche dannoso. Viviamo sempre in pericolo, nella paura costante. Come dice citando Seneca: "ogni cosa è da temere".
La risposta della Natura è glaciale: lei agisce solo secondo un processo meccanico di creazione e distruzione, totalmente insensibile al destino delle sue creature. L'uomo non è al centro dell'universo - è solo uno strumento in questo "perpetuo circuito di produzione e distruzione".
Messaggio chiave: Con questo dialogo Leopardi supera definitivamente la visione antropocentrica del mondo - l'uomo non è più il protagonista della creazione.

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Il Meccanismo Crudele dell'Universo
Il finale del "Dialogo della Natura e di un Islandese" è di un cinismo devastante. La domanda ultima dell'Islandese rimane senza risposta: "a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo?"
La conclusione grottesca è il tocco finale di Leopardi: l'Islandese viene sbranato da due leoni affamati (che così sopravviveranno un solo giorno in più) oppure muore sepolto dalla sabbia e diventa una mummia. È l'ultimo sfregio della Natura - una morte assurda che rivela l'inutilità di ogni sofferenza.
Lo stile dell'operetta si basa sulla tecnica dell'accumulo: prima di sofferenze ("arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli"), poi di accuse contro la Natura ("ci assalti, ci pungi, ci laceri, ci offendi, ci perseguiti"). È un crescendo di tensione che esplode nella rivelazione finale.
Le figure della negazione attraversano tutto il testo, simboleggiando l'atteggiamento di rifiuto dell'Islandese verso un mondo ostile. Ma alla fine, la Natura vince sempre - con la sua indifferenza meccanicistica che non conosce pietà né giustizia.

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Dialogo di un Venditore di Almanacchi e di un Passeggere - L'Illusione del Futuro
Vuoi capire in poche pagine tutta la filosofia leopardiana del piacere? Il "Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere" (1832) è perfetto! Con tono apparentemente leggero, Leopardi smonta le nostre illusioni sulla felicità.
Un venditore di calendari cerca di convincere un passante a comprare l'almanacco del nuovo anno, promettendo che sarà migliore di quello che sta finendo. Ma il passeggere (che rappresenta Leopardi stesso) gli fa una domanda semplice: "A quale degli anni passati vorreste che assomigliasse questo nuovo?"
Il venditore si smarrisce - non riesce a trovare un solo anno della sua vita che vorrebbe rivivere! Eppure spera che il futuro sia migliore. È la contraddizione che viviamo tutti: il passato non ci soddisfa, il presente ci delude, ma il futuro... ah, quello sì che sarà bello!
La conclusione è amara ma illuminante: "la vita che è una cosa bella è la vita futura" - quella che non conosciamo e di cui possiamo illuderci. La felicità esiste solo come attesa, mai come esperienza reale.
Genialità leopardiana: Il dialogo inizia e finisce con lo stesso grido del venditore, simboleggiando il ripetersi infinito delle illusioni umane.

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Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo - Il Mondo Senza l'Uomo
Cosa succederebbe se l'umanità sparisse dalla faccia della Terra? Il "Dialogo di un folletto e di uno gnomo" ti darà una risposta che ti farà riflettere! Leopardi immagina due creature fantastiche che commentano con ironia la scomparsa del genere umano.
Il Folletto e lo Gnomo, finalmente liberi dalle "angherie" degli uomini, possono prendersi gioco delle nostre presunzioni antropocentriche. Quella specie che si credeva la più importante è svanita nel nulla, e la Natura continua imperterrita il suo corso!
Le ragioni della scomparsa umana sono tragicomiche: gli uomini "disordinavano tra loro" (facevano sempre guerre), "hanno navigato" troppo (distruggendo illusioni con troppe scoperte), si sono "mangiati tra loro" (cannibalismo), si sono suicidati, sono "infracidati" nell'ozio (perdendo la vitalità degli antichi).
Il messaggio è potente: l'uomo ha "studiato tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male". Ma la cosa più geniale è che Leopardi mostra come ogni specie si creda superiore alle altre - la presunzione non è solo umana, è universale!
Ironia leopardiana: I due protagonisti chiamano gli uomini "furfanti" e "monelli" - un modo divertente per ridimensionare la nostra importanza cosmica!
Pensavamo che non l'avreste mai chiesto....
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Italiano, appunti di Leopardi
Leopardi (vita e opere) - SINTESI MATURITÀ
Vita e opere di Leopardi sintetizzate per l’esame di maturità.
Giacomo Leopardi
Appunti su Leopardi
Giacomo Leopardi
Introduzione, la fase del bello + le fasi del pessimismo leopardiano, la teoria del piacere, la poetica del vago. Analisi di "A Silvia", "La sera del dì di festa", "Il sabato del villaggio", "La quiete dopo la tempesta", le operette morali e più.
Giacomo Leopardi 🐆📝📰
Giacomo Leopardi: vita e opere 🐆✏️
Il Trionfo di Bacco e Arianna (Lorenzo de' Medici)
Parafrasi, analisi del testo, commento, personaggi, analisi metrica e figure retoriche del componimento "Il Trionfo di Bacco e Arianna". A cura di Erik Lazzari.
Il passero solitario
Descrizione e parafrasi
A Silvia
Analisi del testo
IL SABATO DEL VILLAGGIO DI GIACOMO LEOPARDI
PARAFRASI ANALISI FIGURE RETORICHE COMMENTO E TEMI DEL SABATO DEL VILLAGGIO DI LEOPARDI
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ITALO SVEVO e LUIGI PIRANDELLO
schemi perfetti su Svevo (vita, poetica, stile, opere “Una vita”, “Senilità”, “Coscienza di Zeno”), Pirandello ( vita, poetica, stile, opere “Novelle per un anno”, “Fu Mattia Pascal”, “Uno nessuno centomila”, teatro “6 personaggi in cerca di autore”)
Ugo Foscolo
Appunti sulla vita, le opere, il pensiero e qualche testo poetico di ugo foscolo
Ugo Foscolo
La vita, la poetica e le sue opere.
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Teoria patente di guida B: Segnali stradali
Segnali stradali di pericolo, luminosi, di prescrizione, di indicazione, temporanei, complementari, pannelli integrativi, segnaletica orizzontale, segnalazioni agenti del traffico, distanza di visibilità per l‘arresto, minima di sicurezza.
PATENTE
schemi per esame teorico della patente
Sintesi finale di Analisi logica
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Platone
Riassunto dettagliato su Platone
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Decadentismo, Pascoli, D'Annunzio, la poesia e il romanzo di primo 900, il romanzo della crisi, le avanguardie storiche, Svevo, Pirandello, Ungaretti, l'ermetismo, Calvino (nel mio profilo trovate anche montale)
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