Il Risorgimento rappresenta il periodo cruciale della formazione dell'Italia unita,... Mostra di più
L'Unità d'Italia e l'Età Giolittiana: Una Sintesi











Tendenze politiche e figure principali del Risorgimento
Tutti volevano unificare l'Italia, ma come arrivarci? Ecco dove nascevano i problemi! Si formarono due grandi schieramenti con idee completamente diverse.
I liberal-moderati erano i "signori per bene" dell'epoca - borghesi che puntavano su metodi pacifici e una monarchia costituzionale. Camillo Benso Conte di Cavour era il loro leader più astuto: voleva fare del Piemonte il motore dell'unificazione attraverso riforme economiche liberiste. Poi c'era Vincenzo Gioberti, che sognava una confederazione guidata dal Papa (il famoso neoguelfismo), mentre Cesare Balbo e Massimo D'Azeglio puntavano sui Savoia ma con strategie diverse.
Dall'altra parte c'erano i democratici, molto più radicali. Credevano nella sovranità popolare, nel suffragio universale e nella repubblica. Il loro capo carismatico era Giuseppe Mazzini, che fondò la Giovine Italia - un'organizzazione non segreta, a differenza della Carboneria, perché aveva capito che il segreto aveva fatto fallire tutti i moti precedenti. Per Mazzini l'Italia doveva essere "una, indipendente e repubblicana", supportato dal leggendario Giuseppe Garibaldi.
Ricorda: La differenza principale era il metodo - i moderati volevano riforme graduali, i democratici la rivoluzione popolare!
Carlo Cattaneo invece immaginava una federazione di repubbliche, opponendosi all'idea unitaria di Mazzini.

La prima guerra d'indipendenza (1848-1849)
Il 1848 fu l'anno delle rivoluzioni in tutta Europa, e l'Italia non poteva restare a guardare! Tutti i sovrani, spaventati dai moti, concessero delle Costituzioni per calmare gli animi.
Carlo Alberto di Savoia promulgò lo Statuto Albertino, che garantiva uguaglianza davanti alla legge, diritto di voto per maschi istruiti e abbienti, e libertà di culto e stampa. Anche gli altri sovrani seguirono l'esempio: Ferdinando II, Leopoldo II di Toscana e persino Pio IX.
L'occasione giusta arrivò con le cinque giornate di Milano (18 marzo 1848), quando i patrioti cacciarono temporaneamente gli austriaci. Il generale Radetzky si ritirò, e Carlo Alberto pensò: "È il momento perfetto per attaccare!". Ma la sua incertezza fu fatale.
Radetzky ebbe tempo di riorganizzarsi e sconfisse pesantemente i piemontesi a Custoza (25 luglio 1848). Carlo Alberto ci riprovò l'anno dopo, ma fu un disastro ancora peggiore: sconfitta a Novara (23 marzo 1849) e abdicazione in favore del figlio Vittorio Emanuele II.
Curiosità: Durante questi moti nacque anche la Repubblica Romana guidata da Mazzini, ma durò pochissimo perché la Francia rimise il Papa sul trono.
Il risultato? Un fallimento completo che però aveva gettato i semi per il futuro.

La seconda guerra d'indipendenza e l'unità d'Italia (1859-1861)
Vittorio Emanuele II era più furbo del padre. Con il Proclama di Moncalieri riuscì a ottenere una maggioranza moderata in parlamento, minacciando di abolire lo Statuto Albertino. Funzionò perfettamente!
Il vero genio della politica fu però Cavour, che divenne primo ministro nel 1852. Era un liberale intelligentissimo che modernizzò il Piemonte con ferrovie, canali e riforme economiche. La sua mossa più astuta? Il connubio con Rattazzi, un'alleanza parlamentare che gli diede stabilità politica.
Per battere l'Austria, Cavour capì che serviva un alleato potente. Partecipò alla guerra di Crimea a fianco di Francia e Inghilterra - militarmente inutile, ma politicamente geniale perché gli garantì l'amicizia di Napoleone III.
Gli accordi di Plombières (1858) furono il capolavoro diplomatico: la Francia avrebbe aiutato l'Italia contro l'Austria in cambio di Nizza e Savoia, ma solo se l'Austria attaccava per prima. Cavour si inventò uno stratagemma perfetto: arruolò nell'esercito sabaudo i rifugiati del Lombardo-Veneto, che erano cittadini austriaci!
L'Austria abboccò e dichiarò guerra. Le vittorie a Montebello, Magenta e Solferino sembravano dare ragione a Cavour, ma Napoleone III si ritirò improvvisamente, accontentandosi della sola Lombardia.
Momento chiave: Cavour si dimise furioso per questa "vittoria mutilata", ma i plebisciti stavano già estendendo l'unificazione.

La spedizione dei Mille e la nascita del Regno d'Italia
Mentre Cavour era dimissionario, Giuseppe Garibaldi stava per diventare leggenda. Le rivolte nel Regno delle Due Sicilie, guidate dal mazziniano Francesco Crispi, offrirono l'occasione perfetta.
L'11 maggio 1860 Garibaldi sbarcò a Marsala con circa mille volontari - la famosa spedizione dei Mille. L'esercito borbonico si sbandò completamente di fronte a questo piccolo gruppo di rivoluzionari che conquistò tutta la Sicilia in poche settimane!
Ma non tutto andò liscio. I contadini siciliani avevano appoggiato Garibaldi sperando nella redistribuzione delle terre. Quando capirono che non sarebbe successo, si ribellarono e furono massacrati nell'eccidio di Bronte - una pagina buia della storia unitaria.
Garibaldi risalì l'Italia liberando tutto il Sud, ma si fermò davanti allo Stato Pontificio per ordine del re (che non voleva problemi con la Francia). L'incontro decisivo avvenne a Teano il 26 ottobre 1860: Garibaldi consegnò tutte le terre conquistate a Vittorio Emanuele II.
Il 17 marzo 1861 nasceva ufficialmente il Regno d'Italia! Ma Cavour moriva nello stesso anno, lasciando un paese unito ma pieno di problemi.
Il nuovo governo di Bettino Ricasoli avviò la piemontesizzazione: Statuto Albertino, Legge Casati (obbligo scolastico fino alla seconda elementare), Codice Civile e lira estesi a tutta Italia.
Il lato oscuro: La tassa sul macinato colpì duramente i contadini del Sud, scatenando il brigantaggio - bande armate che terrorizzavano le campagne fino alla repressione militare del 1863.

Completamento dell'unità: Veneto e Roma
L'Italia era quasi unita, ma mancavano due pezzi importanti: il Veneto (ancora austriaco) e Roma (protetta dalla Francia).
La terza guerra d'indipendenza (1866) arrivò grazie alla Prussia di Bismarck, che voleva fare guerra all'Austria. L'esercito italiano fu un disastro - sconfitte a Custoza e per mare - ma i prussiani vinsero a Sadowa, così l'Austria dovette cedere il Veneto all'Italia.
Per Roma la situazione era più complicata. Garibaldi ci provò nel 1862 partendo dalla Sicilia, ma il re lo fermò con la forza, ferendolo in battaglia - un episodio imbarazzante!
La svolta arrivò nel 1870 con la guerra franco-prussiana: Napoleone III perse e dovette ritirare le truppe da Roma. Il 20 settembre 1870 l'esercito italiano sfondò le mura presso Porta Pia ed entrò nella città eterna.
Il governo promulgò la Legge delle Guarentigie per garantire al Papa il potere spirituale ma non quello temporale. Il Papa non la prese bene: emanò il "non expedit", vietando ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica del nuovo stato.
Data da ricordare: Il 2 ottobre 1870 Roma diventa ufficialmente capitale d'Italia!
Intanto in Germania si completava anche l'unificazione tedesca sotto la guida di Bismarck e Guglielmo I. Il motto "sangue e ferro" funzionò: prima sconfissero la Danimarca, poi l'Austria (1866) e infine la Francia (1870). Il 18 gennaio 1871 nasceva il Secondo Reich tedesco.

La fine dell'Impero napoleonico e la Comune di Parigi
La sconfitta francese a Sedan nel 1870 non significò solo la vittoria prussiana, ma anche la fine dell'Impero di Napoleone III. In Francia nacque la Terza Repubblica, ma Parigi non si arrese facilmente.
Durante l'assedio tedesco si formò la Comune di Parigi (1871) - un governo rivoluzionario composto da comunisti, socialisti e anarchici. Era un esperimento politico incredibilmente avanzato: suffragio universale maschile, istruzione laica, confisca dei beni ecclesiastici. Persino Giuseppe Garibaldi partecipò a questa esperienza!
Purtroppo durò pochissimo. Il governo francese ufficiale represse brutalmente la Comune nella Settimana di Sangue, sterminando migliaia di comunardi. Un episodio che segnerà profondamente la storia del movimento operaio europeo.
L'Alsazia e la Lorena passarono alla Germania, creando una ferita che condizionerà i rapporti franco-tedeschi fino alla Prima Guerra Mondiale.
Rifletti: Questi eventi mostrano come l'unificazione nazionale spesso avvenga a scapito di altri popoli e attraverso guerre sanguinose.

La Destra storica al governo (1861-1876)
La Destra storica governò l'Italia appena nata per 15 anni, ereditando le idee di Cavour. Era l'espressione della borghesia liberal-moderata: monarchici, liberali e moderati guidati da Bettino Ricasoli, Minghetti e La Marmora.
I problemi da risolvere erano giganteschi: creare davvero un'unità nazionale (lingua, moneta, leggi comuni), combattere l'analfabetismo (78% della popolazione!), risolvere la questione meridionale e il brigantaggio, sanare il bilancio statale.
La strategia fu la piemontesizzazione totale: tutto il paese doveva funzionare come il Piemonte. La Legge Casati estese l'obbligo scolastico fino alla seconda elementare - poco, ma era un inizio.
Il problema più grave era il bilancio in rosso. La soluzione? La tassa sul macinato, che colpiva il pane - l'alimento base dei poveri. Risultato: proteste popolari e aumento del brigantaggio al Sud.
La politica economica era liberista: abbattimento delle barriere doganali per favorire il commercio internazionale. Questo penalizzò le industrie del Sud ma aumentò gli investimenti stranieri.
Definizione importante: Il liberismo è un sistema economico basato sulla libertà del mercato, dove lo stato interviene il meno possibile.
In politica estera completarono l'unità: nel 1866 arrivò il Veneto, nel 1870 Roma. Ma nel 1876 la Destra cadde quando il parlamento sfiduciò Minghetti.

La Sinistra storica: riforme e trasformismo
Nel 1876 iniziò l'era della Sinistra storica con Agostino Depretis - la famosa "rivoluzione parlamentare". Il nuovo governo aveva idee liberali progressiste ispirate a Mazzini e Garibaldi.
La novità più controversa fu il trasformismo: Depretis si alleava con chiunque gli servisse per governare, indipendentemente dalle idee politiche. Una tattica efficace ma che confuse le identità dei partiti.
Le riforme furono importanti: la Legge Coppino (1877) portò l'obbligo scolastico a 9 anni, la Legge Zanardelli (1882) allargò il diritto di voto ai maschi di 21 anni che sapessero leggere e scrivere o avessero un certo reddito.
Nel 1879 abolì la tassa sul macinato - una boccata d'ossigeno per i poveri, anche se danneggiò il bilancio statale.
Il cambiamento più significativo fu il passaggio dal liberismo al protezionismo (1878): tasse doganali per proteggere le industrie tessili e siderurgiche italiane. Questo favorì il Nord industriale ma penalizzò il Sud agricolo, aumentando il divario tra le due parti d'Italia.
In politica estera, quando la Francia colonizzò la Tunisia (1881), l'Italia si sentì tradita e nel 1882 firmò la Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria. Un patto difensivo che non piacque agli irredentisti, che volevano liberare Trento, Trieste e la Venezia Giulia.
Conseguenze: Il protezionismo creò le basi dell'industria italiana ma aggravò la questione meridionale.
L'avventura coloniale iniziò subito: Depretis puntava all'Etiopia, ma nel 1887 arrivò il disastro dell'eccidio di Dogali - le truppe italiane furono sterminate.

Francesco Crispi e l'autoritarismo democratico
Alla morte di Depretis (1887) arrivò Francesco Crispi, ex mazziniano che instaurò una "democrazia autoritaria" ispirata alla Germania di Bismarck. Un personaggio contraddittorio: democratico nelle idee, autoritario nei metodi.
Le sue riforme furono avanzate: codice penale Zanardelli (1889), abolizione della pena di morte, riconoscimento del diritto di sciopero. Però parallelamente usava il domicilio coatto per rinchiudere i rivoluzionari!
In politica estera riprese l'espansione coloniale. Il Trattato di Uccialli (1889) doveva dare all'Italia l'Eritrea e un protettorato sull'Etiopia, ma la traduzione in amarico diceva tutt'altro - un pasticcio diplomatico che portò alla guerra.
Intanto nel 1892 nasceva il Partito Socialista Italiano guidato da Filippo Turati, basato sul manifesto di Marx ed Engels.
Crispi cadde e per poco tempo governò Giovanni Giolitti, che reagì diversamente alle proteste dei fasci siciliani - riconobbe la legittimità delle rivendicazioni contadine invece di reprimerle. Ma lo scandalo della Banca d'Italia lo costrinse alle dimissioni.
Crispi tornò (1894) e mostrò il suo volto più duro: repressione sanguinosa dei fasci siciliani, scioglimento del Partito Socialista. Il disastro finale fu Adua (1896): l'esercito italiano massacrato dagli etiopi.
Lezione: L'autoritarismo di Crispi preparò la crisi di fine secolo e dimostrò l'inadeguatezza dell'Italia come potenza coloniale.

La crisi di fine secolo e l'assassinio di Umberto I
Gli ultimi anni dell'800 furono tragici per l'Italia. Dopo Crispi arrivò Antonio di Rudinì, un marchese siciliano altrettanto autoritario che continuò la linea dura.
Il momento più drammatico fu la rivolta del pane a Milano (1898). I cittadini protestavano per il rincaro del pane, ma il generale Bava Beccaris ordinò di sparare sulla folla con i cannoni - una carneficina che sconvolse l'opinione pubblica.
La reazione non tardò: Gaetano Bresci, un anarchico italiano emigrato negli Stati Uniti, tornò in patria e il 29 luglio 1900 assassinò re Umberto I a Monza per vendicare i morti di Milano.
Dopo Di Rudinì arrivò il generale Luigi Pelloux, l'ennesimo autoritario. Ma questa volta l'opposizione parlamentare reagì con l'ostruzionismo: presentarono migliaia di emendamenti per bloccare le leggi governative, prolungando all'infinito i dibattiti.
Il governo provò a forzare la mano, ma la strategia non funzionò. Si stava preparando una svolta: l'Italia aveva bisogno di un nuovo corso politico che superasse l'autoritarismo di fine secolo.
Punto di svolta: L'assassinio di Umberto I chiuse simbolicamente un'epoca e aprì la strada all'età giolittiana.
L'esperimento della Comune di Parigi aveva dimostrato che in Europa stavano nascendo nuove forze politiche socialiste e operaie che l'Italia non poteva più ignorare.
Pensavamo che non l'avreste mai chiesto....
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Dall'altra parte c'erano i democratici, molto più radicali. Credevano nella sovranità popolare, nel suffragio universale e nella repubblica. Il loro capo carismatico era Giuseppe Mazzini, che fondò la Giovine Italia - un'organizzazione non segreta, a differenza della Carboneria, perché aveva capito che il segreto aveva fatto fallire tutti i moti precedenti. Per Mazzini l'Italia doveva essere "una, indipendente e repubblicana", supportato dal leggendario Giuseppe Garibaldi.
Ricorda: La differenza principale era il metodo - i moderati volevano riforme graduali, i democratici la rivoluzione popolare!
Carlo Cattaneo invece immaginava una federazione di repubbliche, opponendosi all'idea unitaria di Mazzini.

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La prima guerra d'indipendenza (1848-1849)
Il 1848 fu l'anno delle rivoluzioni in tutta Europa, e l'Italia non poteva restare a guardare! Tutti i sovrani, spaventati dai moti, concessero delle Costituzioni per calmare gli animi.
Carlo Alberto di Savoia promulgò lo Statuto Albertino, che garantiva uguaglianza davanti alla legge, diritto di voto per maschi istruiti e abbienti, e libertà di culto e stampa. Anche gli altri sovrani seguirono l'esempio: Ferdinando II, Leopoldo II di Toscana e persino Pio IX.
L'occasione giusta arrivò con le cinque giornate di Milano (18 marzo 1848), quando i patrioti cacciarono temporaneamente gli austriaci. Il generale Radetzky si ritirò, e Carlo Alberto pensò: "È il momento perfetto per attaccare!". Ma la sua incertezza fu fatale.
Radetzky ebbe tempo di riorganizzarsi e sconfisse pesantemente i piemontesi a Custoza (25 luglio 1848). Carlo Alberto ci riprovò l'anno dopo, ma fu un disastro ancora peggiore: sconfitta a Novara (23 marzo 1849) e abdicazione in favore del figlio Vittorio Emanuele II.
Curiosità: Durante questi moti nacque anche la Repubblica Romana guidata da Mazzini, ma durò pochissimo perché la Francia rimise il Papa sul trono.
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La seconda guerra d'indipendenza e l'unità d'Italia (1859-1861)
Vittorio Emanuele II era più furbo del padre. Con il Proclama di Moncalieri riuscì a ottenere una maggioranza moderata in parlamento, minacciando di abolire lo Statuto Albertino. Funzionò perfettamente!
Il vero genio della politica fu però Cavour, che divenne primo ministro nel 1852. Era un liberale intelligentissimo che modernizzò il Piemonte con ferrovie, canali e riforme economiche. La sua mossa più astuta? Il connubio con Rattazzi, un'alleanza parlamentare che gli diede stabilità politica.
Per battere l'Austria, Cavour capì che serviva un alleato potente. Partecipò alla guerra di Crimea a fianco di Francia e Inghilterra - militarmente inutile, ma politicamente geniale perché gli garantì l'amicizia di Napoleone III.
Gli accordi di Plombières (1858) furono il capolavoro diplomatico: la Francia avrebbe aiutato l'Italia contro l'Austria in cambio di Nizza e Savoia, ma solo se l'Austria attaccava per prima. Cavour si inventò uno stratagemma perfetto: arruolò nell'esercito sabaudo i rifugiati del Lombardo-Veneto, che erano cittadini austriaci!
L'Austria abboccò e dichiarò guerra. Le vittorie a Montebello, Magenta e Solferino sembravano dare ragione a Cavour, ma Napoleone III si ritirò improvvisamente, accontentandosi della sola Lombardia.
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La spedizione dei Mille e la nascita del Regno d'Italia
Mentre Cavour era dimissionario, Giuseppe Garibaldi stava per diventare leggenda. Le rivolte nel Regno delle Due Sicilie, guidate dal mazziniano Francesco Crispi, offrirono l'occasione perfetta.
L'11 maggio 1860 Garibaldi sbarcò a Marsala con circa mille volontari - la famosa spedizione dei Mille. L'esercito borbonico si sbandò completamente di fronte a questo piccolo gruppo di rivoluzionari che conquistò tutta la Sicilia in poche settimane!
Ma non tutto andò liscio. I contadini siciliani avevano appoggiato Garibaldi sperando nella redistribuzione delle terre. Quando capirono che non sarebbe successo, si ribellarono e furono massacrati nell'eccidio di Bronte - una pagina buia della storia unitaria.
Garibaldi risalì l'Italia liberando tutto il Sud, ma si fermò davanti allo Stato Pontificio per ordine del re (che non voleva problemi con la Francia). L'incontro decisivo avvenne a Teano il 26 ottobre 1860: Garibaldi consegnò tutte le terre conquistate a Vittorio Emanuele II.
Il 17 marzo 1861 nasceva ufficialmente il Regno d'Italia! Ma Cavour moriva nello stesso anno, lasciando un paese unito ma pieno di problemi.
Il nuovo governo di Bettino Ricasoli avviò la piemontesizzazione: Statuto Albertino, Legge Casati (obbligo scolastico fino alla seconda elementare), Codice Civile e lira estesi a tutta Italia.
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Completamento dell'unità: Veneto e Roma
L'Italia era quasi unita, ma mancavano due pezzi importanti: il Veneto (ancora austriaco) e Roma (protetta dalla Francia).
La terza guerra d'indipendenza (1866) arrivò grazie alla Prussia di Bismarck, che voleva fare guerra all'Austria. L'esercito italiano fu un disastro - sconfitte a Custoza e per mare - ma i prussiani vinsero a Sadowa, così l'Austria dovette cedere il Veneto all'Italia.
Per Roma la situazione era più complicata. Garibaldi ci provò nel 1862 partendo dalla Sicilia, ma il re lo fermò con la forza, ferendolo in battaglia - un episodio imbarazzante!
La svolta arrivò nel 1870 con la guerra franco-prussiana: Napoleone III perse e dovette ritirare le truppe da Roma. Il 20 settembre 1870 l'esercito italiano sfondò le mura presso Porta Pia ed entrò nella città eterna.
Il governo promulgò la Legge delle Guarentigie per garantire al Papa il potere spirituale ma non quello temporale. Il Papa non la prese bene: emanò il "non expedit", vietando ai cattolici italiani di partecipare alla vita politica del nuovo stato.
Data da ricordare: Il 2 ottobre 1870 Roma diventa ufficialmente capitale d'Italia!
Intanto in Germania si completava anche l'unificazione tedesca sotto la guida di Bismarck e Guglielmo I. Il motto "sangue e ferro" funzionò: prima sconfissero la Danimarca, poi l'Austria (1866) e infine la Francia (1870). Il 18 gennaio 1871 nasceva il Secondo Reich tedesco.

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La fine dell'Impero napoleonico e la Comune di Parigi
La sconfitta francese a Sedan nel 1870 non significò solo la vittoria prussiana, ma anche la fine dell'Impero di Napoleone III. In Francia nacque la Terza Repubblica, ma Parigi non si arrese facilmente.
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Purtroppo durò pochissimo. Il governo francese ufficiale represse brutalmente la Comune nella Settimana di Sangue, sterminando migliaia di comunardi. Un episodio che segnerà profondamente la storia del movimento operaio europeo.
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La Destra storica al governo (1861-1876)
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Il problema più grave era il bilancio in rosso. La soluzione? La tassa sul macinato, che colpiva il pane - l'alimento base dei poveri. Risultato: proteste popolari e aumento del brigantaggio al Sud.
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Definizione importante: Il liberismo è un sistema economico basato sulla libertà del mercato, dove lo stato interviene il meno possibile.
In politica estera completarono l'unità: nel 1866 arrivò il Veneto, nel 1870 Roma. Ma nel 1876 la Destra cadde quando il parlamento sfiduciò Minghetti.

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La Sinistra storica: riforme e trasformismo
Nel 1876 iniziò l'era della Sinistra storica con Agostino Depretis - la famosa "rivoluzione parlamentare". Il nuovo governo aveva idee liberali progressiste ispirate a Mazzini e Garibaldi.
La novità più controversa fu il trasformismo: Depretis si alleava con chiunque gli servisse per governare, indipendentemente dalle idee politiche. Una tattica efficace ma che confuse le identità dei partiti.
Le riforme furono importanti: la Legge Coppino (1877) portò l'obbligo scolastico a 9 anni, la Legge Zanardelli (1882) allargò il diritto di voto ai maschi di 21 anni che sapessero leggere e scrivere o avessero un certo reddito.
Nel 1879 abolì la tassa sul macinato - una boccata d'ossigeno per i poveri, anche se danneggiò il bilancio statale.
Il cambiamento più significativo fu il passaggio dal liberismo al protezionismo (1878): tasse doganali per proteggere le industrie tessili e siderurgiche italiane. Questo favorì il Nord industriale ma penalizzò il Sud agricolo, aumentando il divario tra le due parti d'Italia.
In politica estera, quando la Francia colonizzò la Tunisia (1881), l'Italia si sentì tradita e nel 1882 firmò la Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria. Un patto difensivo che non piacque agli irredentisti, che volevano liberare Trento, Trieste e la Venezia Giulia.
Conseguenze: Il protezionismo creò le basi dell'industria italiana ma aggravò la questione meridionale.
L'avventura coloniale iniziò subito: Depretis puntava all'Etiopia, ma nel 1887 arrivò il disastro dell'eccidio di Dogali - le truppe italiane furono sterminate.

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Francesco Crispi e l'autoritarismo democratico
Alla morte di Depretis (1887) arrivò Francesco Crispi, ex mazziniano che instaurò una "democrazia autoritaria" ispirata alla Germania di Bismarck. Un personaggio contraddittorio: democratico nelle idee, autoritario nei metodi.
Le sue riforme furono avanzate: codice penale Zanardelli (1889), abolizione della pena di morte, riconoscimento del diritto di sciopero. Però parallelamente usava il domicilio coatto per rinchiudere i rivoluzionari!
In politica estera riprese l'espansione coloniale. Il Trattato di Uccialli (1889) doveva dare all'Italia l'Eritrea e un protettorato sull'Etiopia, ma la traduzione in amarico diceva tutt'altro - un pasticcio diplomatico che portò alla guerra.
Intanto nel 1892 nasceva il Partito Socialista Italiano guidato da Filippo Turati, basato sul manifesto di Marx ed Engels.
Crispi cadde e per poco tempo governò Giovanni Giolitti, che reagì diversamente alle proteste dei fasci siciliani - riconobbe la legittimità delle rivendicazioni contadine invece di reprimerle. Ma lo scandalo della Banca d'Italia lo costrinse alle dimissioni.
Crispi tornò (1894) e mostrò il suo volto più duro: repressione sanguinosa dei fasci siciliani, scioglimento del Partito Socialista. Il disastro finale fu Adua (1896): l'esercito italiano massacrato dagli etiopi.
Lezione: L'autoritarismo di Crispi preparò la crisi di fine secolo e dimostrò l'inadeguatezza dell'Italia come potenza coloniale.

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La crisi di fine secolo e l'assassinio di Umberto I
Gli ultimi anni dell'800 furono tragici per l'Italia. Dopo Crispi arrivò Antonio di Rudinì, un marchese siciliano altrettanto autoritario che continuò la linea dura.
Il momento più drammatico fu la rivolta del pane a Milano (1898). I cittadini protestavano per il rincaro del pane, ma il generale Bava Beccaris ordinò di sparare sulla folla con i cannoni - una carneficina che sconvolse l'opinione pubblica.
La reazione non tardò: Gaetano Bresci, un anarchico italiano emigrato negli Stati Uniti, tornò in patria e il 29 luglio 1900 assassinò re Umberto I a Monza per vendicare i morti di Milano.
Dopo Di Rudinì arrivò il generale Luigi Pelloux, l'ennesimo autoritario. Ma questa volta l'opposizione parlamentare reagì con l'ostruzionismo: presentarono migliaia di emendamenti per bloccare le leggi governative, prolungando all'infinito i dibattiti.
Il governo provò a forzare la mano, ma la strategia non funzionò. Si stava preparando una svolta: l'Italia aveva bisogno di un nuovo corso politico che superasse l'autoritarismo di fine secolo.
Punto di svolta: L'assassinio di Umberto I chiuse simbolicamente un'epoca e aprì la strada all'età giolittiana.
L'esperimento della Comune di Parigi aveva dimostrato che in Europa stavano nascendo nuove forze politiche socialiste e operaie che l'Italia non poteva più ignorare.
Pensavamo che non l'avreste mai chiesto....
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