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Leopardi

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 LEOPARDI
29.06.1790 Recanati, marche non era una località turistica. Borgo che era di proprietà
pontificia, tutti viveva in uno stato vecch

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Piccoli Idilli, grandi Idilli, operette morali, la ginestra , la teoria del piacere, pensiero filosofico.

 

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LEOPARDI 29.06.1790 Recanati, marche non era una località turistica. Borgo che era di proprietà pontificia, tutti viveva in uno stato vecchio Figlio di un nobile conte Monaldo e Adelaide Antici persone chiuse di idee e carattere. Il conte aveva una biblioteca per ostentare la sua ricchezza, tale biblioteca era poco importante per lui ma importantissima per il figlio, troppo sensibile per vivere nella famiglia, dunque si rifugiò lì. Giacomo fu accantonato da un precettore che si doveva recare nella sua casa, affinché studiasse date le sue condizioni di salute, non poteva frequentare corsi al di fuori di casa sua. Ben presto però lui superò i suoi precettori, perciò si formò da solo. Non si trovò bene con i suoi coetanei, in quanto troppo superficiali. Incominciò a farsi notare da un intellettuale di stampo classico, Pietro Giordani, e tra i due nasce un'amicizia e cominciarono a scambiarsi delle lettere. Però le lettere passavano dal padre di Leopardi, al quale non piaceva il personaggio di Giordani, in quanto troppo rivoluzionario avendo idee diverse da lui. Nelle lettere a Giordani, vediamo un Leopardi che era desideroso di amore e di riconoscimenti, ed era alquanto insofferente dell'ambiente di Recanati. Data l'influenza del Giordani e degli studi, Giacomo cerca di scappare dalla sua casa, però viene subito scoperto e da lì il...

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controllo del padre fu ancora più oppressivo. Però per sua fortuna nel 1822 gli fu dato il permesso dal padre, per andare a Roma. Però rimase deluso in quanto se l'aspettava diversa. Dato che non era mai uscito al di fuori della sua piccola città, e avendo sempre studiato sui classici, si aspettava la Roma antica. Nel 1825 un editore, Stella, gli offrì un lavoro come correttore di bozze, e lui accettò. Incominciò a viaggiare, tra Milano, Bologna e Firenze dove viene in contatto con moltissimi intellettuali. Si trasferì brevemente a Pisa nel 1828, dove cominciò i Grandi Idilli (canti pisano-recanatesi), per poi tornare a Recanati a novembre. A Firenze conobbe Fanny Tozzetti, della quale si innamorò, ma il suo amore non era corrisposto (da qui nascono le poesie del "Ciclo di Aspasia). Conobbe anche Antonio Ranieri, altro amico di Leopardi, che gli stette molto vicino nell'ultimo periodo della sua vita. Infatti egli portò Giacomo nella sua città, Napoli, per cercare di farlo star meglio. Successivamente, nel 1837 l'autore morì a Napoli. Per quanto riguarda il genere di Leopardi è un autore romantico ma non a tutto tondo. E' un classicista perché ha studiato i classici e anche a livello di stesura delle opere. Allo stesso tempo non ama i pedanti accademici, che si ispirano dalle opere ma le copiano. II classico è la tradizione, il classicismo è riprendere la tradizione e rielaborarla. Infatti, iniziò a scrivere quando lui cercava il "bello" cioè la poesia. Lo Zibaldone testimonia lo sviluppo del pensiero e riflessione sulla poesia. Incomincia ad apprezzare le sue qualità della poesia, attraverso la lettura dei classici, e grazie a Giordani che lo indirizza verso a un classicismo rivoluzionario. Riguardo invece le sue opere scrive: Le Canzoni Gli Idilli (piccoli idilli) I canti pisano-recanatesi (grandi idilli) Il Ciclo di Aspa _(donna amata da pericle, ispiratrice di questo ciclo) è un testamento spirituale in cui ci lascia un messaggio di speranza per l'umanità - avvenire. Si augura che l'umanità fosse più felice e che si unisca in una catena da non sconfiggere la natura.Formato da 5 componimenti concatenati: amore e morte - aspasia pensiero dominante consalvo a se stesso Operette morali La ginestra, testamento poetico di Leopardi Pensiero di Leopardi Per quanto riguarda il pensiero di Leopardi, lui parte dalla natura dell'uomo, e si rifà alla teoria del sensismo, scuola di pensiero che crede che tutta la nostra vita è basata sui sensi, l'uomo ricerca il bene, cerca il piacere nel senso assoluto, come se tutti noi cercassimo una sola fonte del piacere. Dunque l'uomo è in un perenne stato di non accettazione, e non è felice. Leopardi riprende questa teoria. Questo senso di insoddisfazione è colpa della natura che ci crea un fatto di infelicità per tutto. Lei ci crea e ci distrugge in questo. I rari momenti in cui noi stiamo bene sono illusioni ed è solo una pausa tra un dolore e l'altro. Però la natura dà un margine alla cattiveria, nell'epoca antica tale natura aveva permesso più spazi per la felicità dunque per illudersi. Secondo leopardi Lui associa alla natura benigna e matrigna il suo pessimismo. Tale pessimismo non deriva da una morbosa attrazione per la morte ma nasce solo come reazione alla delusione di un aspirazione di vita all'insegna della gioia e pienezza. Il malessere non si manifesta mai come rassegnazione, ma rivendicazione del diritto alla felicità. Lui associa la natura benigna al pessimismo storico. Qui abbiamo un Leopardi che avvia il suo percorso da autonomo, tra il 1818 e 1821, quando l'amicizia con Giordani, la filosofia degli illuminati, e la conoscenza delle esperienze letterarie, gli offrono una 1° valutazione della storia umana, e della realtà contemporanea. In questo periodo di scoperte, per Leopardi la natura che opera sempre in bene, è stata abbandonata e tradita dall'azione della ragione che ha spento le forze dell'uomo rendendolo più egoista. In contrapposizione si ha un'idealizzazione della felice condizione degli antichi e della loro sintonia con la natura, favorita dal legame affettivo del poeta con la cultura e la poesia dei grandi antichi. Inoltre Leopardi approfondisce anche la riflessione sulla religione, leggendo delle opere di Chateaubriand. Secondo lui il cristianesimo agì inizialmente come una grande illusione puntata nel ridare la felicità agli antichi, ma a causa dell'etica centrata sull' umiltà e rassegnazione, c'era una mancata attenzione ai bisogni e alle aspirazioni materiali dell'uomo. tra pessimismo storico e cosmico, lui da la colpa al fato Perchè c'è questa discrepanza? Perchè va in crisi il concetto della natura benigna, dicendo no non va bene anche con gli uomini antichi la natura è stata poco clemente. Rivede il concetto che tanto lo convince prima, adesso in crisi, si rende conto che tutti gli uomini sono stati soggiogati da tale natura. In seg ito, scrive operette dove riflette prosegue nelle sue idee Lui associa invece alla natura matrigna il pessimismo cosmico. Dopo questo margine, dove lui dà "la colpa" al fato, Leopardi approfondì la filosofia illuminista, rendendosi conto che la natura è priva di valori e finalità. Attribuire ad essa la bontà e la bellezza, è contraddittorio. Tale lucidità e chiarezza provoca un senso di inferiorità nell'autore e ribellione, andando fuori dai suoi schemi. Ora doveva fronteggiare la realtà, rendendosi conto che la natura rappresenta la polarità negativa e l'uomo è vittima di un crudele inganno, dove la natura illude solo e non rende nulla. Nei confronti della ragione Leopardi convive un pensiero ambivalente. Se da una parte è l'unico strumento di indagine speculativa portando così all'evoluzione, Leopardi crede che tale è la rovina del genere umano. Arrivando dunque al fatto che secondo il pensiero leopardiano, la sofferenza è condizione dell'intero universo, in quanto la felicità pur essendo relativa, non è infinita e anzi, è solo la via di mezzo tra un dolore e un'altro. Negli ultimi anni della sua esistenza Leopardi si impegna in un ulteriore processo ideologico, precisa e rafforza il proprio materialismo e fonda su tali basi una nuova etica laica associata al pessimismo agonistico. Tale etica è basata sull'attenzione nei confronti della società, infatti vediamo nel suo testamento poetico (La ginestra), che lui afferma l'assoluta superiorità della natura sull'uomo ma pone il vincolo sociale, ovvero il vincolo di solidarietà tra uomini, come unica scelta positiva, che porta gli uomini ad amarsi l'un l'altro. Teoria del piacere La Teoria del piacere è un punto fulcro della sua poetica. Infatti troviamo questo tema in alcune opere come La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio. Lo sviluppo di tale teoria lo vediamo nello Zibaldone. Secondo questa teoria, l'anima umana ha un’innata propensione alla felicità intesa come piacere, tale propensione è illimitata perciò incapace di trovare appagamento nel concreto. Anche il tempo gioca un ruolo negativo, perché logora e spegne il piacere. L'antidoto naturale a ciò è l'immaginazione capace di correggere l'ingiusta realtà. Da tale teoria partono due sub teorie: teoria della visione - noi abbiamo una visione di un qualcosa legato alla natura che può essere anche un ostacolo, ma in realtà è un incentivo per attivare la nostra immaginazione e teoria del suono - tramite il suono, può attivare un'immagine temporale, a cui è legato il ricordo rimembranza, elaborazione del ricordo, sentendo un suono mi suscita un dolore è bello lo stesso ricordare quel momento DIFFERENZA PICCOLI E GRANDI IDILLI I piccoli Idilli coincidono con la fase del pessimismo storico, invece i grandi Idilli coincidono con la fase del pessimismo cosmico. I grandi idilli nascono da un atteggiamento più filosofico e MENO IMPRESSIONISTICO. Gli elementi naturali e paesaggistici non sono mai oggetto di rappresentazione ma hanno solo una valenza simbolica e mistica. I piccoli idilli rappresentano una momentanea sospensione del vero invece nei grandi idilli questa consapevolezza non vien da meno. I CANTI Sono stati composti tra il 1819 e 1821, sono dei componimenti più brevi e contenuti rispetto alle canzoni. Sono conosciuti come i PICCOLI IDILLI. Rappresentano affezioni e avventure storiche dell'animo del poeta. Leopardi prende spunto dall'idillio tradizionale, ma lo trasforma profondamente: trasferisce la visione dall'esterno all'interno, riducendo gli elementi idillici a spunti per percorsi di tipo riflessivo filosofico. Nell'edizione definitiva dei Canti sono: Il passero solitario I'Infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno La vita solitaria. Sono preceduti da II passero solitario, composto tra il 1831 e 1835, simile per metro ai canti pisano-recanatesi. Il passero solitario Il passero solitario ha una datazione dubbia, ma lo stile fa supporre che esso faccia parte degli "idilli pisano-recanatesi” del 1829 poi inclusi nell'edizione dei Canti del 1831. schema metrico->canzone libera Tutta la poesia Il passero solitario è costruita su una similitudine tra il comportamento del passero e quello del poeta: come il passero trascorre solitario la primavera, spandendo il suo canto per la campagna, così Leopardi trascorse, solo, la giovinezza. La prima strofa è dedicata al passero e alle sue abitudini di vita, la seconda al poeta, la cui condizione è assimilabile a quella del passero, mentre la terza svolge il confronto, opponendo la vecchiaia di entrambi. Si tratta di una lirica che nasce dalle più profonde contraddizioni (pessimismo vs gioia di vivere, vecchiaia e giovinezza, dolore e rifiuto della vita o amore per l'esistenza). Lui non attribuisce la sua infelicità alla natura o alla società, ma alla sua insicurezza e al suo senso di impotenza che gli impedivano di rapportarsi con gli altri e di partecipare alle gioie della vita. L'infinito L'infinito, è il primo e il più celebre dei componimenti pubblicati nel 1825, ne Gli Idilli. La trama degli idilli leopardiani è costituita sullo schema di un percorso dall'esterno verso l'interno: il poeta prende spunto da elementi naturali, dettagli esterni, per passare a momenti di introspezione. Per quanto riguarda il concetto di Infinito, non è nulla di idealistico. Ai tempi dell'idillio, l'infinito è per Leopardi il non-finito, l'immensità dello spazio - tempo tanto grande da non poter essere misurata e pienamente abbracciata con il pensiero. In questo componimento è racchiusa la teoria del piacere, è presente la teoria del suono perché viene riportata la realtà del frusciare del vento, vista come una risorsa perché porta il poeta a fantasticare sul tempo che fu (le passate stagioni) e la parte conclusiva dimostra che l'autore in questo fantasticare desidererebbe naufragare, ma ovviamente non è un naufrago che cerca di raggiungere disperatamente la riva ma cerca volutamente di lasciarsi andare (m'è dolce in questo mare). Tutto l'idillio è strutturato secondo l'anastrofe, (cambiamento dell'ordine delle parole nella frase), infatti il soggetto è sempre alla fine la parola chiave deve spiccare, deve spiccare il concetto chiave che è la siepe. Quando scrive sedendo e mirando, sono 2 gerundi usati perché sono modi statici, fermi. Usare un gerundio vuol dire contribuire a dare l'idea di qualcuno che sta fermo; usare il verbi sedendo e ammirando formano un sintagma verbale, ovvero sono due verbi complementari, costituiscono un unico. Per rallentare il ritmo, mette l’enjambement oppure usa un verso dove gli accenti ritmici sono distanti, invece per accelerare il ritmo dà accenti molto vicini. Altre caratteristiche a livello strutturale sono l'uso del polisindeto, infatti per ben 11 volte ricorre la congiunzione e per cercare di creare una sospensione ritmica. per le parole concrete usa il singolare (colle, siepe), e per le parole astratte il plurale (spazi, silenzi, stagioni) La sera del dì di festa Questo idillio è stato scritto nel 1820, ma pubblicato nel 1825 sul "Nuovo Ricoglitore”. La composizione si sviluppa in una serie di pensieri, impressioni e annotazioni. schema metrico-> endecasillabi sciolti Il tema principale è la ricordanza, nella duplice forma del ricordo storico (Roma antica) e del ricordo personale ed esistenziale (l'infanzia e la donna). Nella prima parte (1-24) il poeta descrive il rapporto con la donna amata e con la natura. I sentimenti predominanti sono pace e serenità, che poi rivela nella parte finale, tutta la sua drammaticità. Infatti, all'interno dell'opera vediamo come il poeta viva il proprio dramma a livello di tempo individuale, in cui il tormento è dato dal l'anomala presenza del dolore nell'età giovanile, e tempo storico, che fugge in parallelo col fuggire del tempo individuale.Invece nella seconda parte (24-45) pone al centro il rapporto con l'antichità e medita sul passato e sul tempo distruttore. Alla luna E' una delle liriche dei canti, composta a Recanati nel 1819. In questo componimento Leopardi riflette sulla propria infelicità, accennando a una donna lontana ed indifferente: la percezione uditiva, infine, lo porta a meditare sullo svanire di ogni realtà ed esperienza umana per opera del tempo, che stende il silenzio sul dolore personale come sulle realtà storiche. schema metrico-> endecasillabi sciolti Si apre con l'immagine del paese di Recanati immerso nella quiete e illuminato dalla luna. In quest'opera parla di una donna che sta dormendo tranquillamente, indifferente ai tormenti interiori di Leopardi che, sveglio, riflette sulla propria condizione. La sofferenza di Leopardi non è di natura amorosa ma al contrario, è voluta dalla natura: unica responsabile dell'infelicità dell'uomo che ha negato al poeta ogni speranza di felicità. Come l'Infinito è strutturato in quattro periodi. Nel primo periodo il poeta scrive i livelli soggettivi e oggettivi della contemplazione. Il fatto che il poeta si rispecchia nella luna, è rappresentato dal parallelismo dei pronomi utilizzati in prima e seconda persona singolare. All'inizio del secondo periodo, il poeta istituisce una differenza che rischiara la selva e i propri occhi, che vedono in modo sfocato a causa del pianto. Inoltre il poeta ha introiettato la siepe, che rappresenta il limite, che ne l'Infinito era costituito dall'ostacolo oggettivo della siepe, diviene dunque ora limite soggettivo dato che è costituito dal pianto del poeta. Nel terzo periodo (10-12) introdotto da un'avversativa, il poeta afferma la positività del ricordo, distinguendo fra ricordo minuzioso (NOVERAR), ed elaborazione del ricordo (RICORDANZA). Nel quarto periodo,(12-16), infine, ribadisce la positività del ricordo del passato, anche se questo è triste. Il ricordo in quest'opera è positivo perché unico antidoto all'angoscia e al dolore e la sua funzione si estende al presente (mi giova) e al passato (Oh come grato occorre/nel tempo giovanil) I CANTI PISANO-RECANATESI I canti pisano-recanatesi sono stati scritti tra il 1828 e il 1830, tra Pisa e Recanati. Sono introdotti da: Il risorgimento, che però ha forma metrica diversa rispetto alle altre opere, infatti è un ode mentre gli altri testi sono delle canzoni leopardiane. Le opere sono: A Silvia Le ricordanze Canto notturno di un pastore errante dell'Asia La quiete dopo la tempesta Il sabato del villaggio I canti pisano-recanatesi sono conosciuti come GRANDI IDILLI. La Poesia si fonda sul ricordo della giovinezza (ovvero l'antichità) e in questo modo può realizzarsi come poesia dell'immaginazione. Leopardi grazie alla poesia della rimembranza è in grado di riproporre le illusioni e di conservarne la propria creatività poetica. In un passo dello Zibaldone la rimembranza è definita come rapporto tra gioventù e vecchiaia, e antico- moderno. A Silvia A Silvia fu composta da Leopardi nel 1828 e fa parte degli “idilli pisano-recanatesi" o "grandi idilli". schema metrico: Strofe libere con alternanza irregolare di endecasillabi e settenari le rime libere. Leopardi torna alla poesia, dopo l'intervallo di sei anni delle Operette morali. Queste poesie, a differenza degli idilli giovanili, sono pervase dalla consapevolezza dell'arido vero”, causata dalla fine delle illusioni giovanili. La Silvia che è protagonista della lirica, è stata tradizionalmente identificata con Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta giovanissima di tubercolosi circa dieci anni prima. La morte di Silvia, rappresenta anche la morte di ogni speranza ed illusione giovanile del poeta. Per questo, si scaglia contro la natura, incapace di mantenere le promesse fatte; alla fine, resta solo la “fredda morte” a spegnere ogni immagine di vita. Tutto il componimento è pervaso dalla vaghezza e dal senso indefinito. La finestra, come la siepe de L’infinito, infatti, limita il contatto con il reale, scatenando l'immaginazione. Inoltre il filtro del ricordo concorre in maniera determinante a spegnere le illusioni. Gli atteggiamenti di Silvia e del poeta sono complementari e ripropongono la situazione de L'infinito, che viene sdoppiata: Silvia che siede, Leopardi che ammirava, riflettono la condizione dell'estasi poetica, che è esplorazione del mistero e ricerca dell'infinito. Tuttavia, anche se la poesia si chiude con l'immagine della morte, è tutta pervasa da immagini di vita e di gioia, poiché Leopardi vuole levare un grido di protesta contro la natura “matrigna” che ha negato queste cose belle all'uomo La quiete dopo la tempesta Questo idillio è stato scritto nel 1829. Il tema centrale è il piacere, molto caro a Leopardi, infatti fonda la sua teoria del piacere, e la vediamo in quest'opera. Infatti lui ci fa intendere, leggendo il testo, che la felicità (piacere) è una condizione illusoria per l'uomo. La norma dell'esistenza è il dolore. La felicità consiste semplicemente di periodi di cessazione del dolore, infatti è uno stato momentaneo di non-dolore. Questo Idillio dichiara l'illusione della felicità in quanto figlia d'affanno, cioè fatta soltanto di interruzioni del dolore schema metrico->tre strofe di endecasillabi/ settenari Il quadro lirico-descrittivo della prima strofa è funzionale rispetto alle altre due, come dimostra anche la ripresa in chiasmo nella seconda di un verso della prima: Ogni cor si rallegra / Si rallegra ogni core. Nei primi versi della seconda strofa il ritmo e il succedersi delle rime spesso baciate descrivono la felicità di chi ritorna alle proprie attività o intraprende un nuovo progetto o ha appena superato una difficoltà, una disgrazia o una malattia. In chiusura di strofa Leopardi, riflette sulla natura, alla quale il poeta si rivolge in modo ironico, chiamandola cortese per aver dispensato doni agli uomini. La conclusione è che la vera soluzione dei mali è la morte. Il sabato del villaggio Questo Idillio è stato scritto nel 1829. E' un completamento de La quiete dopo la tempesta di cui riprende la struttura testuale e il tema. Anche in quest'opera si ha una parte idillico-descrittiva, piuttosto ampia (1-37) e poi ne segue una parte filosofico-meditativa, sintetica e incisiva. Il concetto di felicità come figlia d'affanno viene ripreso anche qui e viene completato il concetto: la felicità non è possibile nel presente ma solo ed esclusivamente nel futuro. Dunque in attesa di tale felicità, nel sabato che cede la festa, in quanto pieno di speranza, nella giovinezza che precede la vita, e la domenica non è che tristezza e noia. schema metrico - strofe libere in endecasillabi e settenari, con rime al mezzo. ritmo cadenzato nella prima parte, data dalla prevalenza del settenario + quinario, in modo tale che la cesura tenda ad isolare e dare rilievo al settenario OPERETTE MORALI Dopo la composizione dei piccoli e grandi idilli, a partire dal 1823, il pessimismo di leopardi si fa sempre più radicale, parallelamente ha una forte sfiducia della praticabilità della poesia, dunque si ha un periodo di silenzio poetico dove scrive le operette morali. Al centro è il grande tema dell'infelicità che è svolto in senso speculativo come riflessione sul destino dell'umanità La prima edizione è del 1827, che comprende 20 operette. Le opere aggiunte dopo il 1827, si caratterizzano per un atteggiamento di disprezzo verso la natura. La seconda edizione del 1834, che comprende 22 operette, avviene un'ulteriore rivisitazione nel 1835 a Napoli, che però viene bloccata a causa della censura. L'edizione definitiva è del 1845, che ripropone la struttura dell'edizione napoletana. In questa edizione sono presenti 24 operette, divise in 2 parti precedute da un'operetta con funzione proemiale. Diciamo che la divulgazione di queste opere fu ostacolata anche per il genere che veniva proposto, un ibrido tra letteratura e filosofia. L'intento di Leopardi era quello di dare un nuovo genere letterario e una nuova lingua alla tradizione letteraria italiana. Ciò avviene con il tentativo di mescolare commedia e tragedia. Anche a livello di linguaggio abbiamo uno stile che va dal classico quotidiano al colloquiale. Riguardo alle tematiche troviamo: definizione di felicità e infelicità l'infelicità degli uomini e la malvagità della natura (dove troviamo il Dialogo della natura e di un islandese) La noia La critica come liberazione dai mali La pietà nei confronti del genere umano La riflessione metaletteraria Dialogo della natura e di un islandese E' un operetta che è stata scritta nel 1824, è centrale il concetto della malvagità della Natura: è un dialogo cruciale per lo sviluppo del pessimismo cosmico di Leopardi. Il dialogo rappresenta una svolta nella direzione della radicalizzazione del pessimismo. La natura è rappresentata come una figura femminile gigantesca e terrificante che campeggia sulla scena con la sua agghiacciante indifferenza. Leopardi sceglie l'islanda perchè è una terra desolata e inospitale,e diciamo che rispecchia Leopardi nel suo periodo a Recanati, isolato a tutto il resto del mondo. Il viaggio fa sì che l'islandese comprenda che la natura non da tregua agli uomini ma la tormenta e non è possibile avere un dialogo con tale natura. Il doppio finale ribadisce la conclusiva vittoria della natura sulla relazione con la natura stessa e in relazione alla società Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere E' un operetta composta nel 1832, dove un venditore di almanacchi assicura a un viaggiatore che l'anno successivo sarà migliore e felice. A poco a poco però quest'ultimo lo induce a prendere consapevolezza con dolente sbigottimento del fatto che ciò non si è mai verificato in passato e che la speranza di una felicità non è che solo pura illusione. Il passante è persona come Leopardi, che riflette sull'uomo e sul suo destino. Il venditore di calendari, è un uomo comune che non ha mai pensato e che vive la giornata per come viene. Sono le personificazioni di due parti dell'uomo, quella che per non soffrire vive la giornata e quella che si tormenta sul senso della vita. La Ginestra Questo componimento è stato scritto a Torre del Greco, nel 1836. E' il testamento poetico di Leopardi, ed è posta alla fine dei Canti. Il fiore della ginestra è simbolo della rivoluzione etica che il pessimismo leopardiano porta con sé ed offre con forza e disperazione, futuro degli uomini. La ginestra accetta con dignita' il proprio destino di morte quando la lava del Vesuvio la sommerge. Pero' e' stata capace di riemergere e tornare a fiorire. Secondo Leopardi anche gli uomini dovrebbero comportarsi come la ginestra, accettando la verità della propria insignificanza nell'universo. La scelta della ginestra da parte di Leopardi è legata al fatto che questo fiore rappresenta la tenera resistenza della vita di fronte alla forza distruttiva della natura L'epigrafe a inizio testo, sottolinea il ruolo di Leopardi come portavoce di una scomoda realta'. Nel canto sono presenti parti polemiche dalla venatura sarcastica e parti liriche. All'inizio del canto mette al centro dell'attenzione il paesaggio e la ginestra, immagine che contrasta la distruzione. Dunque il poeta riflette partendo dal paesaggio attuale del Vesuvio per compararlo a quello dell'antica roma. Nei versi seguenti sviluppa la polemica contro la cultura dominante, definito da lui secolo superbo e sciocco (perché basato sull'idea del progresso). Inoltre il poeta utilizza l'allegoria dell'uomo povero e malato per descrivere le reazioni all'infelicità (in maniera comportamento nobile mostrandosi com'è veramente e in maniera sciocca simulando una ricchezza non esistente) Verso la fine del testo si ha una lunga similitudine tra uomo e la formica, dove l'autore vuole dimostrare che la natura mantiene lo stesso comportamento nei confronti dell'uomo. Infine il canto si chiude con l'immagine della ginestra, attraverso la quale Leopardi si richiama al titanismo eroico-giovanile della canzone, All'italia.

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LEOPARDI 29.06.1790 Recanati, marche non era una località turistica. Borgo che era di proprietà pontificia, tutti viveva in uno stato vecchio Figlio di un nobile conte Monaldo e Adelaide Antici persone chiuse di idee e carattere. Il conte aveva una biblioteca per ostentare la sua ricchezza, tale biblioteca era poco importante per lui ma importantissima per il figlio, troppo sensibile per vivere nella famiglia, dunque si rifugiò lì. Giacomo fu accantonato da un precettore che si doveva recare nella sua casa, affinché studiasse date le sue condizioni di salute, non poteva frequentare corsi al di fuori di casa sua. Ben presto però lui superò i suoi precettori, perciò si formò da solo. Non si trovò bene con i suoi coetanei, in quanto troppo superficiali. Incominciò a farsi notare da un intellettuale di stampo classico, Pietro Giordani, e tra i due nasce un'amicizia e cominciarono a scambiarsi delle lettere. Però le lettere passavano dal padre di Leopardi, al quale non piaceva il personaggio di Giordani, in quanto troppo rivoluzionario avendo idee diverse da lui. Nelle lettere a Giordani, vediamo un Leopardi che era desideroso di amore e di riconoscimenti, ed era alquanto insofferente dell'ambiente di Recanati. Data l'influenza del Giordani e degli studi, Giacomo cerca di scappare dalla sua casa, però viene subito scoperto e da lì il...

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controllo del padre fu ancora più oppressivo. Però per sua fortuna nel 1822 gli fu dato il permesso dal padre, per andare a Roma. Però rimase deluso in quanto se l'aspettava diversa. Dato che non era mai uscito al di fuori della sua piccola città, e avendo sempre studiato sui classici, si aspettava la Roma antica. Nel 1825 un editore, Stella, gli offrì un lavoro come correttore di bozze, e lui accettò. Incominciò a viaggiare, tra Milano, Bologna e Firenze dove viene in contatto con moltissimi intellettuali. Si trasferì brevemente a Pisa nel 1828, dove cominciò i Grandi Idilli (canti pisano-recanatesi), per poi tornare a Recanati a novembre. A Firenze conobbe Fanny Tozzetti, della quale si innamorò, ma il suo amore non era corrisposto (da qui nascono le poesie del "Ciclo di Aspasia). Conobbe anche Antonio Ranieri, altro amico di Leopardi, che gli stette molto vicino nell'ultimo periodo della sua vita. Infatti egli portò Giacomo nella sua città, Napoli, per cercare di farlo star meglio. Successivamente, nel 1837 l'autore morì a Napoli. Per quanto riguarda il genere di Leopardi è un autore romantico ma non a tutto tondo. E' un classicista perché ha studiato i classici e anche a livello di stesura delle opere. Allo stesso tempo non ama i pedanti accademici, che si ispirano dalle opere ma le copiano. II classico è la tradizione, il classicismo è riprendere la tradizione e rielaborarla. Infatti, iniziò a scrivere quando lui cercava il "bello" cioè la poesia. Lo Zibaldone testimonia lo sviluppo del pensiero e riflessione sulla poesia. Incomincia ad apprezzare le sue qualità della poesia, attraverso la lettura dei classici, e grazie a Giordani che lo indirizza verso a un classicismo rivoluzionario. Riguardo invece le sue opere scrive: Le Canzoni Gli Idilli (piccoli idilli) I canti pisano-recanatesi (grandi idilli) Il Ciclo di Aspa _(donna amata da pericle, ispiratrice di questo ciclo) è un testamento spirituale in cui ci lascia un messaggio di speranza per l'umanità - avvenire. Si augura che l'umanità fosse più felice e che si unisca in una catena da non sconfiggere la natura.Formato da 5 componimenti concatenati: amore e morte - aspasia pensiero dominante consalvo a se stesso Operette morali La ginestra, testamento poetico di Leopardi Pensiero di Leopardi Per quanto riguarda il pensiero di Leopardi, lui parte dalla natura dell'uomo, e si rifà alla teoria del sensismo, scuola di pensiero che crede che tutta la nostra vita è basata sui sensi, l'uomo ricerca il bene, cerca il piacere nel senso assoluto, come se tutti noi cercassimo una sola fonte del piacere. Dunque l'uomo è in un perenne stato di non accettazione, e non è felice. Leopardi riprende questa teoria. Questo senso di insoddisfazione è colpa della natura che ci crea un fatto di infelicità per tutto. Lei ci crea e ci distrugge in questo. I rari momenti in cui noi stiamo bene sono illusioni ed è solo una pausa tra un dolore e l'altro. Però la natura dà un margine alla cattiveria, nell'epoca antica tale natura aveva permesso più spazi per la felicità dunque per illudersi. Secondo leopardi Lui associa alla natura benigna e matrigna il suo pessimismo. Tale pessimismo non deriva da una morbosa attrazione per la morte ma nasce solo come reazione alla delusione di un aspirazione di vita all'insegna della gioia e pienezza. Il malessere non si manifesta mai come rassegnazione, ma rivendicazione del diritto alla felicità. Lui associa la natura benigna al pessimismo storico. Qui abbiamo un Leopardi che avvia il suo percorso da autonomo, tra il 1818 e 1821, quando l'amicizia con Giordani, la filosofia degli illuminati, e la conoscenza delle esperienze letterarie, gli offrono una 1° valutazione della storia umana, e della realtà contemporanea. In questo periodo di scoperte, per Leopardi la natura che opera sempre in bene, è stata abbandonata e tradita dall'azione della ragione che ha spento le forze dell'uomo rendendolo più egoista. In contrapposizione si ha un'idealizzazione della felice condizione degli antichi e della loro sintonia con la natura, favorita dal legame affettivo del poeta con la cultura e la poesia dei grandi antichi. Inoltre Leopardi approfondisce anche la riflessione sulla religione, leggendo delle opere di Chateaubriand. Secondo lui il cristianesimo agì inizialmente come una grande illusione puntata nel ridare la felicità agli antichi, ma a causa dell'etica centrata sull' umiltà e rassegnazione, c'era una mancata attenzione ai bisogni e alle aspirazioni materiali dell'uomo. tra pessimismo storico e cosmico, lui da la colpa al fato Perchè c'è questa discrepanza? Perchè va in crisi il concetto della natura benigna, dicendo no non va bene anche con gli uomini antichi la natura è stata poco clemente. Rivede il concetto che tanto lo convince prima, adesso in crisi, si rende conto che tutti gli uomini sono stati soggiogati da tale natura. In seg ito, scrive operette dove riflette prosegue nelle sue idee Lui associa invece alla natura matrigna il pessimismo cosmico. Dopo questo margine, dove lui dà "la colpa" al fato, Leopardi approfondì la filosofia illuminista, rendendosi conto che la natura è priva di valori e finalità. Attribuire ad essa la bontà e la bellezza, è contraddittorio. Tale lucidità e chiarezza provoca un senso di inferiorità nell'autore e ribellione, andando fuori dai suoi schemi. Ora doveva fronteggiare la realtà, rendendosi conto che la natura rappresenta la polarità negativa e l'uomo è vittima di un crudele inganno, dove la natura illude solo e non rende nulla. Nei confronti della ragione Leopardi convive un pensiero ambivalente. Se da una parte è l'unico strumento di indagine speculativa portando così all'evoluzione, Leopardi crede che tale è la rovina del genere umano. Arrivando dunque al fatto che secondo il pensiero leopardiano, la sofferenza è condizione dell'intero universo, in quanto la felicità pur essendo relativa, non è infinita e anzi, è solo la via di mezzo tra un dolore e un'altro. Negli ultimi anni della sua esistenza Leopardi si impegna in un ulteriore processo ideologico, precisa e rafforza il proprio materialismo e fonda su tali basi una nuova etica laica associata al pessimismo agonistico. Tale etica è basata sull'attenzione nei confronti della società, infatti vediamo nel suo testamento poetico (La ginestra), che lui afferma l'assoluta superiorità della natura sull'uomo ma pone il vincolo sociale, ovvero il vincolo di solidarietà tra uomini, come unica scelta positiva, che porta gli uomini ad amarsi l'un l'altro. Teoria del piacere La Teoria del piacere è un punto fulcro della sua poetica. Infatti troviamo questo tema in alcune opere come La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio. Lo sviluppo di tale teoria lo vediamo nello Zibaldone. Secondo questa teoria, l'anima umana ha un’innata propensione alla felicità intesa come piacere, tale propensione è illimitata perciò incapace di trovare appagamento nel concreto. Anche il tempo gioca un ruolo negativo, perché logora e spegne il piacere. L'antidoto naturale a ciò è l'immaginazione capace di correggere l'ingiusta realtà. Da tale teoria partono due sub teorie: teoria della visione - noi abbiamo una visione di un qualcosa legato alla natura che può essere anche un ostacolo, ma in realtà è un incentivo per attivare la nostra immaginazione e teoria del suono - tramite il suono, può attivare un'immagine temporale, a cui è legato il ricordo rimembranza, elaborazione del ricordo, sentendo un suono mi suscita un dolore è bello lo stesso ricordare quel momento DIFFERENZA PICCOLI E GRANDI IDILLI I piccoli Idilli coincidono con la fase del pessimismo storico, invece i grandi Idilli coincidono con la fase del pessimismo cosmico. I grandi idilli nascono da un atteggiamento più filosofico e MENO IMPRESSIONISTICO. Gli elementi naturali e paesaggistici non sono mai oggetto di rappresentazione ma hanno solo una valenza simbolica e mistica. I piccoli idilli rappresentano una momentanea sospensione del vero invece nei grandi idilli questa consapevolezza non vien da meno. I CANTI Sono stati composti tra il 1819 e 1821, sono dei componimenti più brevi e contenuti rispetto alle canzoni. Sono conosciuti come i PICCOLI IDILLI. Rappresentano affezioni e avventure storiche dell'animo del poeta. Leopardi prende spunto dall'idillio tradizionale, ma lo trasforma profondamente: trasferisce la visione dall'esterno all'interno, riducendo gli elementi idillici a spunti per percorsi di tipo riflessivo filosofico. Nell'edizione definitiva dei Canti sono: Il passero solitario I'Infinito, La sera del dì di festa, Alla luna, Il sogno La vita solitaria. Sono preceduti da II passero solitario, composto tra il 1831 e 1835, simile per metro ai canti pisano-recanatesi. Il passero solitario Il passero solitario ha una datazione dubbia, ma lo stile fa supporre che esso faccia parte degli "idilli pisano-recanatesi” del 1829 poi inclusi nell'edizione dei Canti del 1831. schema metrico->canzone libera Tutta la poesia Il passero solitario è costruita su una similitudine tra il comportamento del passero e quello del poeta: come il passero trascorre solitario la primavera, spandendo il suo canto per la campagna, così Leopardi trascorse, solo, la giovinezza. La prima strofa è dedicata al passero e alle sue abitudini di vita, la seconda al poeta, la cui condizione è assimilabile a quella del passero, mentre la terza svolge il confronto, opponendo la vecchiaia di entrambi. Si tratta di una lirica che nasce dalle più profonde contraddizioni (pessimismo vs gioia di vivere, vecchiaia e giovinezza, dolore e rifiuto della vita o amore per l'esistenza). Lui non attribuisce la sua infelicità alla natura o alla società, ma alla sua insicurezza e al suo senso di impotenza che gli impedivano di rapportarsi con gli altri e di partecipare alle gioie della vita. L'infinito L'infinito, è il primo e il più celebre dei componimenti pubblicati nel 1825, ne Gli Idilli. La trama degli idilli leopardiani è costituita sullo schema di un percorso dall'esterno verso l'interno: il poeta prende spunto da elementi naturali, dettagli esterni, per passare a momenti di introspezione. Per quanto riguarda il concetto di Infinito, non è nulla di idealistico. Ai tempi dell'idillio, l'infinito è per Leopardi il non-finito, l'immensità dello spazio - tempo tanto grande da non poter essere misurata e pienamente abbracciata con il pensiero. In questo componimento è racchiusa la teoria del piacere, è presente la teoria del suono perché viene riportata la realtà del frusciare del vento, vista come una risorsa perché porta il poeta a fantasticare sul tempo che fu (le passate stagioni) e la parte conclusiva dimostra che l'autore in questo fantasticare desidererebbe naufragare, ma ovviamente non è un naufrago che cerca di raggiungere disperatamente la riva ma cerca volutamente di lasciarsi andare (m'è dolce in questo mare). Tutto l'idillio è strutturato secondo l'anastrofe, (cambiamento dell'ordine delle parole nella frase), infatti il soggetto è sempre alla fine la parola chiave deve spiccare, deve spiccare il concetto chiave che è la siepe. Quando scrive sedendo e mirando, sono 2 gerundi usati perché sono modi statici, fermi. Usare un gerundio vuol dire contribuire a dare l'idea di qualcuno che sta fermo; usare il verbi sedendo e ammirando formano un sintagma verbale, ovvero sono due verbi complementari, costituiscono un unico. Per rallentare il ritmo, mette l’enjambement oppure usa un verso dove gli accenti ritmici sono distanti, invece per accelerare il ritmo dà accenti molto vicini. Altre caratteristiche a livello strutturale sono l'uso del polisindeto, infatti per ben 11 volte ricorre la congiunzione e per cercare di creare una sospensione ritmica. per le parole concrete usa il singolare (colle, siepe), e per le parole astratte il plurale (spazi, silenzi, stagioni) La sera del dì di festa Questo idillio è stato scritto nel 1820, ma pubblicato nel 1825 sul "Nuovo Ricoglitore”. La composizione si sviluppa in una serie di pensieri, impressioni e annotazioni. schema metrico-> endecasillabi sciolti Il tema principale è la ricordanza, nella duplice forma del ricordo storico (Roma antica) e del ricordo personale ed esistenziale (l'infanzia e la donna). Nella prima parte (1-24) il poeta descrive il rapporto con la donna amata e con la natura. I sentimenti predominanti sono pace e serenità, che poi rivela nella parte finale, tutta la sua drammaticità. Infatti, all'interno dell'opera vediamo come il poeta viva il proprio dramma a livello di tempo individuale, in cui il tormento è dato dal l'anomala presenza del dolore nell'età giovanile, e tempo storico, che fugge in parallelo col fuggire del tempo individuale.Invece nella seconda parte (24-45) pone al centro il rapporto con l'antichità e medita sul passato e sul tempo distruttore. Alla luna E' una delle liriche dei canti, composta a Recanati nel 1819. In questo componimento Leopardi riflette sulla propria infelicità, accennando a una donna lontana ed indifferente: la percezione uditiva, infine, lo porta a meditare sullo svanire di ogni realtà ed esperienza umana per opera del tempo, che stende il silenzio sul dolore personale come sulle realtà storiche. schema metrico-> endecasillabi sciolti Si apre con l'immagine del paese di Recanati immerso nella quiete e illuminato dalla luna. In quest'opera parla di una donna che sta dormendo tranquillamente, indifferente ai tormenti interiori di Leopardi che, sveglio, riflette sulla propria condizione. La sofferenza di Leopardi non è di natura amorosa ma al contrario, è voluta dalla natura: unica responsabile dell'infelicità dell'uomo che ha negato al poeta ogni speranza di felicità. Come l'Infinito è strutturato in quattro periodi. Nel primo periodo il poeta scrive i livelli soggettivi e oggettivi della contemplazione. Il fatto che il poeta si rispecchia nella luna, è rappresentato dal parallelismo dei pronomi utilizzati in prima e seconda persona singolare. All'inizio del secondo periodo, il poeta istituisce una differenza che rischiara la selva e i propri occhi, che vedono in modo sfocato a causa del pianto. Inoltre il poeta ha introiettato la siepe, che rappresenta il limite, che ne l'Infinito era costituito dall'ostacolo oggettivo della siepe, diviene dunque ora limite soggettivo dato che è costituito dal pianto del poeta. Nel terzo periodo (10-12) introdotto da un'avversativa, il poeta afferma la positività del ricordo, distinguendo fra ricordo minuzioso (NOVERAR), ed elaborazione del ricordo (RICORDANZA). Nel quarto periodo,(12-16), infine, ribadisce la positività del ricordo del passato, anche se questo è triste. Il ricordo in quest'opera è positivo perché unico antidoto all'angoscia e al dolore e la sua funzione si estende al presente (mi giova) e al passato (Oh come grato occorre/nel tempo giovanil) I CANTI PISANO-RECANATESI I canti pisano-recanatesi sono stati scritti tra il 1828 e il 1830, tra Pisa e Recanati. Sono introdotti da: Il risorgimento, che però ha forma metrica diversa rispetto alle altre opere, infatti è un ode mentre gli altri testi sono delle canzoni leopardiane. Le opere sono: A Silvia Le ricordanze Canto notturno di un pastore errante dell'Asia La quiete dopo la tempesta Il sabato del villaggio I canti pisano-recanatesi sono conosciuti come GRANDI IDILLI. La Poesia si fonda sul ricordo della giovinezza (ovvero l'antichità) e in questo modo può realizzarsi come poesia dell'immaginazione. Leopardi grazie alla poesia della rimembranza è in grado di riproporre le illusioni e di conservarne la propria creatività poetica. In un passo dello Zibaldone la rimembranza è definita come rapporto tra gioventù e vecchiaia, e antico- moderno. A Silvia A Silvia fu composta da Leopardi nel 1828 e fa parte degli “idilli pisano-recanatesi" o "grandi idilli". schema metrico: Strofe libere con alternanza irregolare di endecasillabi e settenari le rime libere. Leopardi torna alla poesia, dopo l'intervallo di sei anni delle Operette morali. Queste poesie, a differenza degli idilli giovanili, sono pervase dalla consapevolezza dell'arido vero”, causata dalla fine delle illusioni giovanili. La Silvia che è protagonista della lirica, è stata tradizionalmente identificata con Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta giovanissima di tubercolosi circa dieci anni prima. La morte di Silvia, rappresenta anche la morte di ogni speranza ed illusione giovanile del poeta. Per questo, si scaglia contro la natura, incapace di mantenere le promesse fatte; alla fine, resta solo la “fredda morte” a spegnere ogni immagine di vita. Tutto il componimento è pervaso dalla vaghezza e dal senso indefinito. La finestra, come la siepe de L’infinito, infatti, limita il contatto con il reale, scatenando l'immaginazione. Inoltre il filtro del ricordo concorre in maniera determinante a spegnere le illusioni. Gli atteggiamenti di Silvia e del poeta sono complementari e ripropongono la situazione de L'infinito, che viene sdoppiata: Silvia che siede, Leopardi che ammirava, riflettono la condizione dell'estasi poetica, che è esplorazione del mistero e ricerca dell'infinito. Tuttavia, anche se la poesia si chiude con l'immagine della morte, è tutta pervasa da immagini di vita e di gioia, poiché Leopardi vuole levare un grido di protesta contro la natura “matrigna” che ha negato queste cose belle all'uomo La quiete dopo la tempesta Questo idillio è stato scritto nel 1829. Il tema centrale è il piacere, molto caro a Leopardi, infatti fonda la sua teoria del piacere, e la vediamo in quest'opera. Infatti lui ci fa intendere, leggendo il testo, che la felicità (piacere) è una condizione illusoria per l'uomo. La norma dell'esistenza è il dolore. La felicità consiste semplicemente di periodi di cessazione del dolore, infatti è uno stato momentaneo di non-dolore. Questo Idillio dichiara l'illusione della felicità in quanto figlia d'affanno, cioè fatta soltanto di interruzioni del dolore schema metrico->tre strofe di endecasillabi/ settenari Il quadro lirico-descrittivo della prima strofa è funzionale rispetto alle altre due, come dimostra anche la ripresa in chiasmo nella seconda di un verso della prima: Ogni cor si rallegra / Si rallegra ogni core. Nei primi versi della seconda strofa il ritmo e il succedersi delle rime spesso baciate descrivono la felicità di chi ritorna alle proprie attività o intraprende un nuovo progetto o ha appena superato una difficoltà, una disgrazia o una malattia. In chiusura di strofa Leopardi, riflette sulla natura, alla quale il poeta si rivolge in modo ironico, chiamandola cortese per aver dispensato doni agli uomini. La conclusione è che la vera soluzione dei mali è la morte. Il sabato del villaggio Questo Idillio è stato scritto nel 1829. E' un completamento de La quiete dopo la tempesta di cui riprende la struttura testuale e il tema. Anche in quest'opera si ha una parte idillico-descrittiva, piuttosto ampia (1-37) e poi ne segue una parte filosofico-meditativa, sintetica e incisiva. Il concetto di felicità come figlia d'affanno viene ripreso anche qui e viene completato il concetto: la felicità non è possibile nel presente ma solo ed esclusivamente nel futuro. Dunque in attesa di tale felicità, nel sabato che cede la festa, in quanto pieno di speranza, nella giovinezza che precede la vita, e la domenica non è che tristezza e noia. schema metrico - strofe libere in endecasillabi e settenari, con rime al mezzo. ritmo cadenzato nella prima parte, data dalla prevalenza del settenario + quinario, in modo tale che la cesura tenda ad isolare e dare rilievo al settenario OPERETTE MORALI Dopo la composizione dei piccoli e grandi idilli, a partire dal 1823, il pessimismo di leopardi si fa sempre più radicale, parallelamente ha una forte sfiducia della praticabilità della poesia, dunque si ha un periodo di silenzio poetico dove scrive le operette morali. Al centro è il grande tema dell'infelicità che è svolto in senso speculativo come riflessione sul destino dell'umanità La prima edizione è del 1827, che comprende 20 operette. Le opere aggiunte dopo il 1827, si caratterizzano per un atteggiamento di disprezzo verso la natura. La seconda edizione del 1834, che comprende 22 operette, avviene un'ulteriore rivisitazione nel 1835 a Napoli, che però viene bloccata a causa della censura. L'edizione definitiva è del 1845, che ripropone la struttura dell'edizione napoletana. In questa edizione sono presenti 24 operette, divise in 2 parti precedute da un'operetta con funzione proemiale. Diciamo che la divulgazione di queste opere fu ostacolata anche per il genere che veniva proposto, un ibrido tra letteratura e filosofia. L'intento di Leopardi era quello di dare un nuovo genere letterario e una nuova lingua alla tradizione letteraria italiana. Ciò avviene con il tentativo di mescolare commedia e tragedia. Anche a livello di linguaggio abbiamo uno stile che va dal classico quotidiano al colloquiale. Riguardo alle tematiche troviamo: definizione di felicità e infelicità l'infelicità degli uomini e la malvagità della natura (dove troviamo il Dialogo della natura e di un islandese) La noia La critica come liberazione dai mali La pietà nei confronti del genere umano La riflessione metaletteraria Dialogo della natura e di un islandese E' un operetta che è stata scritta nel 1824, è centrale il concetto della malvagità della Natura: è un dialogo cruciale per lo sviluppo del pessimismo cosmico di Leopardi. Il dialogo rappresenta una svolta nella direzione della radicalizzazione del pessimismo. La natura è rappresentata come una figura femminile gigantesca e terrificante che campeggia sulla scena con la sua agghiacciante indifferenza. Leopardi sceglie l'islanda perchè è una terra desolata e inospitale,e diciamo che rispecchia Leopardi nel suo periodo a Recanati, isolato a tutto il resto del mondo. Il viaggio fa sì che l'islandese comprenda che la natura non da tregua agli uomini ma la tormenta e non è possibile avere un dialogo con tale natura. Il doppio finale ribadisce la conclusiva vittoria della natura sulla relazione con la natura stessa e in relazione alla società Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere E' un operetta composta nel 1832, dove un venditore di almanacchi assicura a un viaggiatore che l'anno successivo sarà migliore e felice. A poco a poco però quest'ultimo lo induce a prendere consapevolezza con dolente sbigottimento del fatto che ciò non si è mai verificato in passato e che la speranza di una felicità non è che solo pura illusione. Il passante è persona come Leopardi, che riflette sull'uomo e sul suo destino. Il venditore di calendari, è un uomo comune che non ha mai pensato e che vive la giornata per come viene. Sono le personificazioni di due parti dell'uomo, quella che per non soffrire vive la giornata e quella che si tormenta sul senso della vita. La Ginestra Questo componimento è stato scritto a Torre del Greco, nel 1836. E' il testamento poetico di Leopardi, ed è posta alla fine dei Canti. Il fiore della ginestra è simbolo della rivoluzione etica che il pessimismo leopardiano porta con sé ed offre con forza e disperazione, futuro degli uomini. La ginestra accetta con dignita' il proprio destino di morte quando la lava del Vesuvio la sommerge. Pero' e' stata capace di riemergere e tornare a fiorire. Secondo Leopardi anche gli uomini dovrebbero comportarsi come la ginestra, accettando la verità della propria insignificanza nell'universo. La scelta della ginestra da parte di Leopardi è legata al fatto che questo fiore rappresenta la tenera resistenza della vita di fronte alla forza distruttiva della natura L'epigrafe a inizio testo, sottolinea il ruolo di Leopardi come portavoce di una scomoda realta'. Nel canto sono presenti parti polemiche dalla venatura sarcastica e parti liriche. All'inizio del canto mette al centro dell'attenzione il paesaggio e la ginestra, immagine che contrasta la distruzione. Dunque il poeta riflette partendo dal paesaggio attuale del Vesuvio per compararlo a quello dell'antica roma. Nei versi seguenti sviluppa la polemica contro la cultura dominante, definito da lui secolo superbo e sciocco (perché basato sull'idea del progresso). Inoltre il poeta utilizza l'allegoria dell'uomo povero e malato per descrivere le reazioni all'infelicità (in maniera comportamento nobile mostrandosi com'è veramente e in maniera sciocca simulando una ricchezza non esistente) Verso la fine del testo si ha una lunga similitudine tra uomo e la formica, dove l'autore vuole dimostrare che la natura mantiene lo stesso comportamento nei confronti dell'uomo. Infine il canto si chiude con l'immagine della ginestra, attraverso la quale Leopardi si richiama al titanismo eroico-giovanile della canzone, All'italia.