Giovanni Verga è uno dei più grandi scrittori italiani dell'Ottocento,... Mostra di più
Giovanni Verga: La Vita, Il Verismo e le Opere Principali











La vita di Giovanni Verga: tra Sicilia e sogni di gloria
La Sicilia è il cuore di tutto per Verga: è la sua patria del cuore, ma anche il posto che lo tiene lontano dal successo. Nasce a Catania nel 1840 in una famiglia con origini nobili ma sempre a corto di soldi - un problema che lo tormenterà per tutta la vita.
Da giovane, Verga ha idee patriottiche e romantiche. Quando l'Italia si unifica nel 1861, lui ha 21 anni e si arruola volontario nella Guardia Nazionale. I suoi primi romanzi sono mediocri tentativi storici come I carbonari della montagna, scritti in una lingua artificiale e pieni di cliché romantici.
Nel 1869 decide di lasciare la Sicilia per Firenze, convinto che per diventare uno scrittore famoso servano "aria nuova" e contatti giusti. Qui conosce Luigi Capuana, che diventerà il suo migliore amico, e inizia una vita sentimentale movimentata fatta di tante relazioni ma mai un matrimonio.
Curiosità: Verga era ossessionato dai soldi! Nelle sue lettere conta sempre i diritti d'autore e si lamenta continuamente delle spese.
A Firenze scrive romanzi "da salotto" come Una peccatrice e Storia di una capinera - opere mediocri ma che gli danno un po' di fama e qualche guadagno. È costretto a seguire i gusti del pubblico per sopravvivere economicamente.

Il trasferimento a Milano e la svolta verista
Quando la capitale si sposta da Firenze a Roma, Verga sceglie Milano - la città più moderna d'Italia. Qui scrive altri tre romanzi "mondani" (Eva, Tigre reale, Eros) ambientati negli ambienti ricchi e superficiali dell'alta società. Ma il pubblico inizia a stancarsene.
La vera svolta arriva nel 1874 con Nedda, una novella su una povera raccoglitrice di olive siciliana. Per la prima volta Verga torna a scrivere della sua terra! Il successo lo convince a continuare su questa strada.
Quattro anni dopo pubblica Rosso Malpelo, la sua prima novella verista. Qui cambia tutto: non c'è più il narratore che giudica dall'alto, ma sono i personaggi del popolo a raccontare la storia con le loro parole. Si ispira al Naturalismo francese di Émile Zola, che vuole rappresentare la realtà in modo scientifico e oggettivo.
Ricorda: Il Verismo non è solo copiare la realtà, ma usare tecniche narrative nuove per far "parlare" direttamente i personaggi!
Negli anni successivi Verga pubblica le sue opere più famose: le raccolte Vita dei campi e Novelle rusticane, e soprattutto il romanzo I Malavoglia. Aveva progettato una serie di cinque romanzi chiamata I vinti, ma ne completerà solo due: I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo.

Gli ultimi anni: il ritorno in Sicilia e l'isolamento
Dopo il successo teatrale di Cavalleria rusticana, Verga risolve i suoi problemi economici e nel 1893 torna definitivamente in Sicilia. Ma è cambiato: ora è diventato un conservatore che si schiera contro i poveri che protestano.
Durante la rivolta dei "fasci siciliani" (1893), quando i contadini si ribellano alle condizioni terribili, Verga sta dalla parte del governo che li reprime violentemente. Per lui è "naturale" che i ricchi comandino sui poveri - la società non può cambiare.
Negli ultimi anni sostiene le guerre coloniali e guarda con simpatia al fascismo, anche se muore nel 1922 prima di potervi aderire. Il governo lo aveva nominato senatore, ma lui non si presenta nemmeno ai festeggiamenti in suo onore.
Contraddizione: Lo scrittore che aveva raccontato con tanta pietà i poveri siciliani, da vecchio si schiera contro di loro!
La sua vena verista si esaurisce dopo Mastro-don Gesualdo. Prova a scrivere il terzo romanzo della serie (La duchessa di Leyra) ma non riesce a completarlo. Si dedica soprattutto ad adattamenti teatrali delle sue opere.
La visione del mondo di Verga: un pessimismo totale
Verga ha una visione pessimista della vita: secondo lui gli uomini sono sempre in lotta tra loro per l'interesse economico. È una "legge naturale" che non si può cambiare - il progresso è solo un'illusione che crea più vittime.
Appartiene alla media proprietà terriera siciliana, che dopo l'Unità d'Italia si sente danneggiata dalle politiche che favoriscono il Nord industriale. Questa frustrazione si riflette nella sua visione del mondo: tutto è dominato dalla "legge del più forte" e chi prova a migliorare la propria condizione è destinato a fallire.

La poetica verista: come raccontare la "verità"
La lettura dei romanzi di Zola è una rivelazione per Verga. In una lettera del 1876 lo definisce "il più originale dei romanzieri viventi" per la sua capacità di rappresentare il mondo in modo diretto e documentato. Insieme all'amico Capuana, che per primo usa il termine "Verismo", elabora una nuova tecnica narrativa.
L'obiettivo del Verismo è rappresentare la realtà "dal vero", ma non si tratta di copiare semplicemente quello che si vede. Verga sviluppa tecniche narrative rivoluzionarie:
L'impersonalità del narratore: scompare il narratore onnisciente che spiega tutto. La storia viene raccontata dai personaggi stessi, con le loro voci e i loro pregiudizi. È come se l'autore si nascondesse dietro le quinte.
Focalizzazione variabile: non c'è una voce che prevale, ma tante voci che si alternano e si sovrappongono. Il lettore deve farsi un'idea da solo su quello che succede. Questo crea un effetto di straniamento - sembra di essere davvero in quel mondo.
Tecnica innovativa: Verga usa il "discorso indiretto libero" - i pensieri dei personaggi si mescolano con la narrazione senza virgolette o introduzioni!
Una lingua "popolana": Nei Malavoglia Verga non può usare il dialetto (i lettori non lo capirebbero), ma inventa un italiano dialettale che imita il modo di parlare siciliano attraverso la sintassi e le espressioni tipiche.
I testi più importanti dove Verga spiega le sue idee sono la novella Fantasticheria, la lettera a Salvatore Farina e la Prefazione ai Malavoglia.

Fantasticheria e la Prefazione ai Malavoglia
In Fantasticheria, Verga racconta di una signora del Nord che visita un povero villaggio siciliano ma scappa dopo due giorni, annoiata. Il narratore capisce la sua reazione, ma vuole comprendere quel mondo diverso dal suo.
Introduce il famoso "ideale dell'ostrica": i poveri pescatori restano attaccati alla loro terra e alle tradizioni come le ostriche allo scoglio. È una "fatale necessità" per sopravvivere - chi prova ad andarsene è destinato alla rovina.
La conclusione è pessimista: la condizione sociale è immutabile, quindi è meglio rassegnarsi e aiutarsi tra simili. Chi tenta di migliorare la propria vita abbandonando famiglia e terra andrà incontro al fallimento.
Nella Prefazione ai Malavoglia, Verga presenta il suo progetto dei cinque romanzi sui "vinti". Parla della "fiumana del progresso" che trascina tutti: nelle classi basse si manifesta come bisogno di sopravvivenza, in quelle superiori come avidità di ricchezza o ambizione politica.
Visione contraddittoria: Verga ammira il progresso ma allo stesso tempo ne denuncia gli effetti devastanti sui più deboli!
Il progresso ha un duplice volto: innalza i forti ma travolge i deboli. Tutti sono "vinti" perché anche i vincitori di oggi saranno i vinti di domani. Lo scrittore deve fare "un passo indietro" e limitarsi a osservare senza giudicare, come uno scienziato che studia un fenomeno naturale.
L'impossibilità di miglioramento rende il pessimismo di Verga assoluto: non c'è speranza di cambiamento, solo la spietata "lotta per l'esistenza" che coinvolge tutti gli esseri umani.

Vita dei campi e I Malavoglia
Vita dei campi (1880) è la prima raccolta di novelle veriste di Verga. La novità sta nella tecnica narrativa: scompare il narratore borghese e la voce viene dal mondo rappresentato, con i suoi pregiudizi e il suo linguaggio.
Le novelle mischiano contenuti passionali romantici (tradimenti, omicidi, passioni violente) con la grettezza della vita quotidiana. Ogni tragedia viene assorbita dalla comunità come un fatto normale - la vita continua sempre uguale.
I protagonisti sono spesso "maledetti" dalla comunità: individui diversi che la società esclude. Ma proprio questo li rende eroici agli occhi del lettore, che simpatizza per loro contro i commenti maligni del paese.
I Malavoglia (1881) è considerato il capolavoro di Verga. Racconta di una famiglia di pescatori siciliani che va in rovina per aver tentato di fare commercio invece che pescare. È uno "studio" del conflitto tra tradizione e modernità.
Simbolismo universale: Il vecchio padron 'Ntoni (tradizione) e il giovane 'Ntoni (modernità) rappresentano due modi opposti di stare al mondo che riguardano tutti noi!
La storia nasce come "bozzetto marinaresco" richiesto dall'editore, ma Verga la trasforma in romanzo dopo aver letto Zola. Doveva essere il primo di cinque romanzi sui "vinti", ma la serie si interromperà al secondo.
Il romanzo è un insuccesso iniziale: critica e pubblico restano freddi per la lingua antiletteraria e la forma narrativa innovativa. Ma Verga è convinto della validità della sua scelta verista.
La trama segue la famiglia Malavoglia di Aci Trezza: il naufragio della barca con un carico di lupini presi a credito inizia la loro rovina. Perdono la casa, alcuni membri muorano, il giovane 'Ntoni non riesce più ad adattarsi e finisce in carcere. Solo Alessi riesce a ricostruire una nuova famiglia.

La tecnica narrativa dei Malavoglia
Verga scrive i Malavoglia a Milano, non in Sicilia! Compie una "ricostruzione intellettuale" della realtà siciliana usando due stratagemmi geniali: la narrazione "dal basso" e la lingua mimetica.
La voce che racconta è anonima e parla dall'interno del villaggio, come se fosse un paesano che si rivolge ad altri abitanti del posto. A questa voce se ne mescola un'altra: quella dei pettegolezzi del paese, maligna e utilitaristica.
Nasce così l'effetto di un "coro popolare" con toni diversi ma sempre parziale. Il lettore deve districarsi tra giudizi contraddittori perché nessuna voce è privilegiata - è una tecnica narrativa rivoluzionaria!
La lingua imita il dialetto siciliano senza usarlo davvero: Verga inventa un italiano con cadenze e improprietà grammaticali che riproducono il modo di parlare del popolo. I proverbi sono fondamentali per dare "colore" locale.
Innovazione tecnica: La "focalizzazione variabile" fa sembrare che siano i personaggi stessi a raccontare la loro storia!
Lo spazio è chiuso ma minacciato: Aci Trezza è un mondo ristretto su cui preme l'attrattiva e la minaccia dell'esterno. Chi lascia il paese (come 'Ntoni per il servizio militare) torna contaminato e non riesce più a reinserirsi.
Il tempo è doppio: quello ciclico del paese (scandito da natura e tradizioni) e quello storico della modernità (ferrovia, leva militare, colera). La storia entra solo marginalmente nel villaggio, percepita come minacciosa ed estranea.
Il romanzo copre circa 15 anni (1863-1878) in cui si intrecciano vicende private e grandi cambiamenti storici dell'Italia unita.

Novelle rusticane e Mastro-don Gesualdo
Le Novelle rusticane (1883) segnano un'evoluzione nella poetica di Verga. Non ci sono più eventi drammatici ma la "poetica del fatto qualunque": morte, malattie e tragedie diventano fatti ordinari di cui contano solo le conseguenze economiche.
Lo sguardo si allarga dalla vita arcaica dei poveri alla piccola borghesia paesana, svelando inganni e soprusi. Tutti gli uomini sono impegnati nella stessa lotta spietata per il predominio, e tutti vanno incontro alla sconfitta.
Verga usa la tecnica del "montaggio di punti di vista" multipli e opposti per rappresentare la complessità dell'ambiente borghese. Vengono smascherati i miti risorgimentali di Progresso, Benessere e Libertà - tutto nasconde il solo vero obiettivo: l'interesse materiale.
Mastro-don Gesualdo (1889) è il secondo romanzo dei "Vinti". Racconta di un muratore che diventa ricco proprietario terriero, ma resta sempre infelice e solo. Verga distrugge il mito dell'uomo che si fa da sé.
Messaggio amaro: Anche se tutto cambia nella vita di Gesualdo, non cambia nulla di sostanziale - la sua infelicità resta immutata!
La storia di Gesualdo Motta è quella di un uomo consumato dal desiderio di "roba". Sposa una nobildonna impoverita (Bianca Trao) per ascesa sociale, ma lei muore di tisi. La figlia Isabella, probabilmente non sua, si vergogna di lui e lo sposa a un duca.
Gesualdo muore di cancro, solo e abbandonato nel palazzo del genero a Palermo, guardando come vengano sperperati i suoi soldi in cerimoniali inutili. È un personaggio senza evoluzione: appare già dall'inizio infelice, affannato e condannato alla solitudine.
Il romanzo dimostra che nell'ambiente familiare non esistono più affetti autentici ma solo calcolo economico - una visione ancora più cupa rispetto ai Malavoglia.


Pensavamo che non l'avreste mai chiesto....
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La Sicilia è il cuore di tutto per Verga: è la sua patria del cuore, ma anche il posto che lo tiene lontano dal successo. Nasce a Catania nel 1840 in una famiglia con origini nobili ma sempre a corto di soldi - un problema che lo tormenterà per tutta la vita.
Da giovane, Verga ha idee patriottiche e romantiche. Quando l'Italia si unifica nel 1861, lui ha 21 anni e si arruola volontario nella Guardia Nazionale. I suoi primi romanzi sono mediocri tentativi storici come I carbonari della montagna, scritti in una lingua artificiale e pieni di cliché romantici.
Nel 1869 decide di lasciare la Sicilia per Firenze, convinto che per diventare uno scrittore famoso servano "aria nuova" e contatti giusti. Qui conosce Luigi Capuana, che diventerà il suo migliore amico, e inizia una vita sentimentale movimentata fatta di tante relazioni ma mai un matrimonio.
Curiosità: Verga era ossessionato dai soldi! Nelle sue lettere conta sempre i diritti d'autore e si lamenta continuamente delle spese.
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Il trasferimento a Milano e la svolta verista
Quando la capitale si sposta da Firenze a Roma, Verga sceglie Milano - la città più moderna d'Italia. Qui scrive altri tre romanzi "mondani" (Eva, Tigre reale, Eros) ambientati negli ambienti ricchi e superficiali dell'alta società. Ma il pubblico inizia a stancarsene.
La vera svolta arriva nel 1874 con Nedda, una novella su una povera raccoglitrice di olive siciliana. Per la prima volta Verga torna a scrivere della sua terra! Il successo lo convince a continuare su questa strada.
Quattro anni dopo pubblica Rosso Malpelo, la sua prima novella verista. Qui cambia tutto: non c'è più il narratore che giudica dall'alto, ma sono i personaggi del popolo a raccontare la storia con le loro parole. Si ispira al Naturalismo francese di Émile Zola, che vuole rappresentare la realtà in modo scientifico e oggettivo.
Ricorda: Il Verismo non è solo copiare la realtà, ma usare tecniche narrative nuove per far "parlare" direttamente i personaggi!
Negli anni successivi Verga pubblica le sue opere più famose: le raccolte Vita dei campi e Novelle rusticane, e soprattutto il romanzo I Malavoglia. Aveva progettato una serie di cinque romanzi chiamata I vinti, ma ne completerà solo due: I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo.

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Gli ultimi anni: il ritorno in Sicilia e l'isolamento
Dopo il successo teatrale di Cavalleria rusticana, Verga risolve i suoi problemi economici e nel 1893 torna definitivamente in Sicilia. Ma è cambiato: ora è diventato un conservatore che si schiera contro i poveri che protestano.
Durante la rivolta dei "fasci siciliani" (1893), quando i contadini si ribellano alle condizioni terribili, Verga sta dalla parte del governo che li reprime violentemente. Per lui è "naturale" che i ricchi comandino sui poveri - la società non può cambiare.
Negli ultimi anni sostiene le guerre coloniali e guarda con simpatia al fascismo, anche se muore nel 1922 prima di potervi aderire. Il governo lo aveva nominato senatore, ma lui non si presenta nemmeno ai festeggiamenti in suo onore.
Contraddizione: Lo scrittore che aveva raccontato con tanta pietà i poveri siciliani, da vecchio si schiera contro di loro!
La sua vena verista si esaurisce dopo Mastro-don Gesualdo. Prova a scrivere il terzo romanzo della serie (La duchessa di Leyra) ma non riesce a completarlo. Si dedica soprattutto ad adattamenti teatrali delle sue opere.
La visione del mondo di Verga: un pessimismo totale
Verga ha una visione pessimista della vita: secondo lui gli uomini sono sempre in lotta tra loro per l'interesse economico. È una "legge naturale" che non si può cambiare - il progresso è solo un'illusione che crea più vittime.
Appartiene alla media proprietà terriera siciliana, che dopo l'Unità d'Italia si sente danneggiata dalle politiche che favoriscono il Nord industriale. Questa frustrazione si riflette nella sua visione del mondo: tutto è dominato dalla "legge del più forte" e chi prova a migliorare la propria condizione è destinato a fallire.

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La poetica verista: come raccontare la "verità"
La lettura dei romanzi di Zola è una rivelazione per Verga. In una lettera del 1876 lo definisce "il più originale dei romanzieri viventi" per la sua capacità di rappresentare il mondo in modo diretto e documentato. Insieme all'amico Capuana, che per primo usa il termine "Verismo", elabora una nuova tecnica narrativa.
L'obiettivo del Verismo è rappresentare la realtà "dal vero", ma non si tratta di copiare semplicemente quello che si vede. Verga sviluppa tecniche narrative rivoluzionarie:
L'impersonalità del narratore: scompare il narratore onnisciente che spiega tutto. La storia viene raccontata dai personaggi stessi, con le loro voci e i loro pregiudizi. È come se l'autore si nascondesse dietro le quinte.
Focalizzazione variabile: non c'è una voce che prevale, ma tante voci che si alternano e si sovrappongono. Il lettore deve farsi un'idea da solo su quello che succede. Questo crea un effetto di straniamento - sembra di essere davvero in quel mondo.
Tecnica innovativa: Verga usa il "discorso indiretto libero" - i pensieri dei personaggi si mescolano con la narrazione senza virgolette o introduzioni!
Una lingua "popolana": Nei Malavoglia Verga non può usare il dialetto (i lettori non lo capirebbero), ma inventa un italiano dialettale che imita il modo di parlare siciliano attraverso la sintassi e le espressioni tipiche.
I testi più importanti dove Verga spiega le sue idee sono la novella Fantasticheria, la lettera a Salvatore Farina e la Prefazione ai Malavoglia.

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Fantasticheria e la Prefazione ai Malavoglia
In Fantasticheria, Verga racconta di una signora del Nord che visita un povero villaggio siciliano ma scappa dopo due giorni, annoiata. Il narratore capisce la sua reazione, ma vuole comprendere quel mondo diverso dal suo.
Introduce il famoso "ideale dell'ostrica": i poveri pescatori restano attaccati alla loro terra e alle tradizioni come le ostriche allo scoglio. È una "fatale necessità" per sopravvivere - chi prova ad andarsene è destinato alla rovina.
La conclusione è pessimista: la condizione sociale è immutabile, quindi è meglio rassegnarsi e aiutarsi tra simili. Chi tenta di migliorare la propria vita abbandonando famiglia e terra andrà incontro al fallimento.
Nella Prefazione ai Malavoglia, Verga presenta il suo progetto dei cinque romanzi sui "vinti". Parla della "fiumana del progresso" che trascina tutti: nelle classi basse si manifesta come bisogno di sopravvivenza, in quelle superiori come avidità di ricchezza o ambizione politica.
Visione contraddittoria: Verga ammira il progresso ma allo stesso tempo ne denuncia gli effetti devastanti sui più deboli!
Il progresso ha un duplice volto: innalza i forti ma travolge i deboli. Tutti sono "vinti" perché anche i vincitori di oggi saranno i vinti di domani. Lo scrittore deve fare "un passo indietro" e limitarsi a osservare senza giudicare, come uno scienziato che studia un fenomeno naturale.
L'impossibilità di miglioramento rende il pessimismo di Verga assoluto: non c'è speranza di cambiamento, solo la spietata "lotta per l'esistenza" che coinvolge tutti gli esseri umani.

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Vita dei campi e I Malavoglia
Vita dei campi (1880) è la prima raccolta di novelle veriste di Verga. La novità sta nella tecnica narrativa: scompare il narratore borghese e la voce viene dal mondo rappresentato, con i suoi pregiudizi e il suo linguaggio.
Le novelle mischiano contenuti passionali romantici (tradimenti, omicidi, passioni violente) con la grettezza della vita quotidiana. Ogni tragedia viene assorbita dalla comunità come un fatto normale - la vita continua sempre uguale.
I protagonisti sono spesso "maledetti" dalla comunità: individui diversi che la società esclude. Ma proprio questo li rende eroici agli occhi del lettore, che simpatizza per loro contro i commenti maligni del paese.
I Malavoglia (1881) è considerato il capolavoro di Verga. Racconta di una famiglia di pescatori siciliani che va in rovina per aver tentato di fare commercio invece che pescare. È uno "studio" del conflitto tra tradizione e modernità.
Simbolismo universale: Il vecchio padron 'Ntoni (tradizione) e il giovane 'Ntoni (modernità) rappresentano due modi opposti di stare al mondo che riguardano tutti noi!
La storia nasce come "bozzetto marinaresco" richiesto dall'editore, ma Verga la trasforma in romanzo dopo aver letto Zola. Doveva essere il primo di cinque romanzi sui "vinti", ma la serie si interromperà al secondo.
Il romanzo è un insuccesso iniziale: critica e pubblico restano freddi per la lingua antiletteraria e la forma narrativa innovativa. Ma Verga è convinto della validità della sua scelta verista.
La trama segue la famiglia Malavoglia di Aci Trezza: il naufragio della barca con un carico di lupini presi a credito inizia la loro rovina. Perdono la casa, alcuni membri muorano, il giovane 'Ntoni non riesce più ad adattarsi e finisce in carcere. Solo Alessi riesce a ricostruire una nuova famiglia.

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La tecnica narrativa dei Malavoglia
Verga scrive i Malavoglia a Milano, non in Sicilia! Compie una "ricostruzione intellettuale" della realtà siciliana usando due stratagemmi geniali: la narrazione "dal basso" e la lingua mimetica.
La voce che racconta è anonima e parla dall'interno del villaggio, come se fosse un paesano che si rivolge ad altri abitanti del posto. A questa voce se ne mescola un'altra: quella dei pettegolezzi del paese, maligna e utilitaristica.
Nasce così l'effetto di un "coro popolare" con toni diversi ma sempre parziale. Il lettore deve districarsi tra giudizi contraddittori perché nessuna voce è privilegiata - è una tecnica narrativa rivoluzionaria!
La lingua imita il dialetto siciliano senza usarlo davvero: Verga inventa un italiano con cadenze e improprietà grammaticali che riproducono il modo di parlare del popolo. I proverbi sono fondamentali per dare "colore" locale.
Innovazione tecnica: La "focalizzazione variabile" fa sembrare che siano i personaggi stessi a raccontare la loro storia!
Lo spazio è chiuso ma minacciato: Aci Trezza è un mondo ristretto su cui preme l'attrattiva e la minaccia dell'esterno. Chi lascia il paese (come 'Ntoni per il servizio militare) torna contaminato e non riesce più a reinserirsi.
Il tempo è doppio: quello ciclico del paese (scandito da natura e tradizioni) e quello storico della modernità (ferrovia, leva militare, colera). La storia entra solo marginalmente nel villaggio, percepita come minacciosa ed estranea.
Il romanzo copre circa 15 anni (1863-1878) in cui si intrecciano vicende private e grandi cambiamenti storici dell'Italia unita.

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Novelle rusticane e Mastro-don Gesualdo
Le Novelle rusticane (1883) segnano un'evoluzione nella poetica di Verga. Non ci sono più eventi drammatici ma la "poetica del fatto qualunque": morte, malattie e tragedie diventano fatti ordinari di cui contano solo le conseguenze economiche.
Lo sguardo si allarga dalla vita arcaica dei poveri alla piccola borghesia paesana, svelando inganni e soprusi. Tutti gli uomini sono impegnati nella stessa lotta spietata per il predominio, e tutti vanno incontro alla sconfitta.
Verga usa la tecnica del "montaggio di punti di vista" multipli e opposti per rappresentare la complessità dell'ambiente borghese. Vengono smascherati i miti risorgimentali di Progresso, Benessere e Libertà - tutto nasconde il solo vero obiettivo: l'interesse materiale.
Mastro-don Gesualdo (1889) è il secondo romanzo dei "Vinti". Racconta di un muratore che diventa ricco proprietario terriero, ma resta sempre infelice e solo. Verga distrugge il mito dell'uomo che si fa da sé.
Messaggio amaro: Anche se tutto cambia nella vita di Gesualdo, non cambia nulla di sostanziale - la sua infelicità resta immutata!
La storia di Gesualdo Motta è quella di un uomo consumato dal desiderio di "roba". Sposa una nobildonna impoverita (Bianca Trao) per ascesa sociale, ma lei muore di tisi. La figlia Isabella, probabilmente non sua, si vergogna di lui e lo sposa a un duca.
Gesualdo muore di cancro, solo e abbandonato nel palazzo del genero a Palermo, guardando come vengano sperperati i suoi soldi in cerimoniali inutili. È un personaggio senza evoluzione: appare già dall'inizio infelice, affannato e condannato alla solitudine.
Il romanzo dimostra che nell'ambiente familiare non esistono più affetti autentici ma solo calcolo economico - una visione ancora più cupa rispetto ai Malavoglia.

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