Guido Cavalcanti e la poesia comico-realistica
Guido Cavalcanti, nato a Firenze intorno al 1259, fu amico e maestro di Dante. Partecipò attivamente alla vita politica schierandosi con i guelfi bianchi, esperienza che gli costò l'esilio temporaneo. Nei suoi 52 componimenti, Cavalcanti esprime un concetto di amore più drammatico rispetto agli altri stilnovisti. Per lui l'amore non è un mezzo di elevazione spirituale, ma una forza irrazionale che provoca sconvolgimento, sofferenza e angoscia.
Nel sonetto "Chi è questa che vèn, ch'ogn'om la mira", Cavalcanti loda la donna come creatura divina, ma la sua contemplazione provoca un turbamento dei sensi. Il poeta sottolinea i limiti della conoscenza umana: l'uomo è incapace di descrivere le doti dell'amata e al poeta restano solo sospiri e tremore. L'amore diventa un'esperienza tragica, quasi una sconfitta intellettuale.
In contrasto con la raffinatezza stilnovista, la poesia comico-realistica del Duecento rappresentava la vita quotidiana con ironia e vivacità. I temi principali erano la donna, il gioco, la taverna e i soldi, affrontati con un linguaggio accessibile e colloquiale, ricco di espressioni popolari e un lessico vivace.
Cecco Angiolieri (nato a Siena intorno al 1260) è il rappresentante più noto di questa corrente. Nei suoi 129 sonetti, Cecco si lamenta della sua povertà e dell'avarizia paterna, usando spesso l'iperbole per stupire e scandalizzare. Nel famoso sonetto "S'i' fosse foco arderei 'l mondo", immagina di trasformarsi in elementi naturali per distruggere il mondo, di essere papa e imperatore, e infine rivela il suo desiderio di avere tutte le donne belle per sé.
Curiosità! La poesia comico-realistica rappresenta l'altra faccia della medaglia rispetto allo Stilnovo: mentre i poeti stilnovisti idealizzavano l'amore e la donna, i poeti comico-realistici come Cecco Angiolieri portavano tutto sul piano terreno, spesso con toni ironici e provocatori.