L'Infinito: analisi del testo
"L'Infinito" è uno degli idilli più celebri di Leopardi, composto nel 1819. Il componimento si sviluppa in un'unica strofa di 15 endecasillabi sciolti, articolandosi in due momenti distinti: l'esperienza dell'infinito spaziale versi1−7,5 e quella dell'infinito temporale versi7,5−15.
Nel primo momento, il poeta descrive come la vista limitata dalla siepe stimoli paradossalmente l'immaginazione a superare i confini visivi. La siepe che impedisce lo sguardo diventa così il catalizzatore dell'esperienza dell'infinito spaziale: "Ma sedendo e mirando, interminati/spazi di là da quella, e sovrumani/silenzi, e profondissima quiete/io nel pensier mi fingo".
Il secondo momento è innescato da una sensazione uditiva: il poeta sente il rumore delle foglie mosse dal vento e lo paragona all'"infinito silenzio", evocando l'idea dell'infinito temporale (eternità): "E come il vento/odo stormir tra queste piante, io quello/infinito silenzio a questa voce/vo comparando: e mi sovvien l'eterno".
💡 "L'Infinito" rappresenta perfettamente la teoria leopardiana del piacere: la limitazione fisica (la siepe) stimola l'immaginazione che, superando i confini sensoriali, permette di sperimentare una sensazione di piacevole abbandono nell'infinito.
Il finale celebra l'abbandono alle sensazioni piacevoli suscitate dall'esperienza con il celebre ossimoro: "E il naufragar m'è dolce in questo mare". Il naufragio, normalmente esperienza terribile, diventa dolce perché rappresenta l'abbandono del pensiero razionale nell'immensità dell'infinito.
Le figure retoriche abbondano: antitesi versi2−5,10,12−13, enjambement, anastrofi versi1,2−3,8−9,14 e la metafora finale del mare come infinito. Questi espedienti stilistici creano un ritmo ondulatorio che riflette il movimento del pensiero del poeta tra limite e superamento del limite.