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Giacomo Leopardi - maturità

14/9/2022

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INDICE:
● INTRODUZIONE
GIACOMO LEOPARDI
●
VITA
● PENSIERO
● RAPPORTO CON IL ROMANTICISMO
● OPERE:
➤LO ZIBALDONE
➤ LE OPERETTE MORALI
➤ I CAN

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INDICE: ● INTRODUZIONE GIACOMO LEOPARDI ● VITA ● PENSIERO ● RAPPORTO CON IL ROMANTICISMO ● OPERE: ➤LO ZIBALDONE ➤ LE OPERETTE MORALI ➤ I CANTI: LE CANZONI E GLI IDILLI • POESIE (con testo, parafrasi, spiegazione e commento personale): ➤ IL PASSERO SOLITARIO ➤A SILVIA ➤ DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE ➤ CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA ➤ DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE ➤ L'INFINITO ➤IL SABATO DEL VILLAGGIO ➤ LA GINESTRA GIACOMO LEOPARDI INTRODUZIONE Giacomo Leopardi è uno dei poeti più influenti del primo Ottocento. Sia in versi che in prosa, ha trovato il modo giusto per raccontare il male di vivere. Nonostante possa essere spesso giudicato come "pessimista", Leopardi può essere considerato il "poeta della vita". Il suo pensiero, infatti, è frutto di un bisogno di pienezza, di gioia e di una vita intensa e rivendica il diritto alla felicità. Inoltre, Leopardi è uno scrittore tutt'altro che disinteressato alla realtà esterna, sociale e storica; infatti, si impegna nella battaglia contro pregiudizi e stereotipi mentali, assumendo un coraggioso atteggiamento critico. Riesce a cogliere le tendenze della sua epoca e le relative conseguenze e intuisce i pericoli insiti nella diffusione dei mezzi di comunicazione, tra cui manipolazione delle coscienze, creazione di idee standardizzate e diffusione di falsi miti comuni. Inoltre, vi sono parecchi inviti all'amore fraterno e alla solidarietà fra gli...

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Didascalia alternativa:

uomini come base della vita sociale, messaggio più alto della poesia leopardiana. VITA Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798 a Recanati in una famiglia di nobiltà terriera e marchigiana. Il padre, il conte Monaldo, era di cultura attardata ed accademica, mentre la madre, Adelaide Antici, era autoritaria e non gli dimostrava mai affetto. Egli cresce in un ambiente bigotto e conservatore. Fino ai dieci anni, studia presso precettori ecclesiastici. A questo seguirono sette anni di studio matto e disperatissimo da solo: impara il greco, il latino e l'ebraico, conduce lavori filologici, traduce i classici greci e latini e scrive poesie, odi, sonetti e canzoni. Sul piano politico, Giacomo seguì la stessa ideologia del padre, esalta il dispotismo illuminato. In realtà, successivamente, passerà a idee più democratiche grazie all'amicizia con Giordani. Tra il 1815 e il 1816, avviene la sua conversione "dall'erudizione al bello": inizia ad entusiasmarsi per i grandi poeti, quali Dante, Virgilio e Omero, e inizia a leggere gli scritti di alcuni famosi esponenti illuministici. Inoltre, stringe una forte amicizia con Pietro Giordani, che vede quasi come un'affettuosa figura paterna. Nell'estate del 1819 tenta una fuga, che però si rivela fallimentare. Questo lo porta ad uno stato di frustrazione e aridità, che avrà come conseguenza una seconda conversione, questa volta dal "bello" al "vero", dalla poesia di immaginazione alla filosofia. Comincia anche con intense sperimentazioni letterarie. Nel 1822 si trasferisce a Roma dallo zio Carlo Antici, ma gli ambienti letterari gli appaiono vuoti e meschini; quindi, l'anno dopo decide di tornare a Recanati, dove inizia a scrivere le Operette Morali ed altre opere in prosa. Gli anni tra il 1825 e il 1828 sono stati anni pieni di trasferimenti: l'editore milanese Stella gli offre un assegno fisso per diverse collaborazioni, così ha la possibilità di vivere col suo stipendio. Soggiorna prima a Milano e Bologna. Poi si sposta a Firenze, dove conosce Gian Pietro Vieusseux, e infine va a Pisa, dove scrive A Silvia (1828), che apre la serie dei Grandi Idilli. In seguito, a causa di problemi di salute, è costretto a tornare a Recanati. Nel 1830 riparte a Firenze per motivi di lavoro. Qui stringe relazioni sociali più intense, si innamora di Fanny Targioni Tozzetti, rapporto fallimentare che lo porterà a scrivere il ciclo di Aspasia, e fa amicizia con Antonio Ranieri. Con lui si stabilisce a Napoli, dove entra in polemica con l'ambiente culturale a causa del suo materialismo ateo, polemica che troviamo soprattutto nell'ultimo canto de La Ginestra. A Napoli muore il 14 giugno 1837, a quasi 39 anni. PENSIERO Al centro della riflessione di Leopardi si pone un motivo pessimistico: l'infelicità dell'uomo. Questa presa di coscienza è dovuta a due fattori fondamentali: le circostanze in cui è cresciuto, quindi l'ambiente familiare bigotto e l'insorgenza di varie malattie croniche, ed il periodo storico in cui viveva, tempo di nazionalismo, liberalismo e romanticismo. LA VISIONE DEL PESSIMISMO DI LEOPARDI (suddivisioni in 4 fasi) 1817-1818 il pessimismo storico 1819-1823 | il pessimismo psicologico e sensistico (PSG) ● ● ● 1824-1829 | il pessimismo cosmico 1830 in poi il pessimismo agonistico 1. IL PESSIMISMO STORICO (1817-1818) - Si basa sulla constatazione che l'infelicità umana è stata provocata dalla ragione e dal progresso: quando, dallo stato di natura, gli uomini sono passati alla civiltà, hanno cancellato le felici illusioni naturali. È per questo motivo che gli antichi Greci e Romani erano più contenti rispetto agli uomini di oggi. L'uomo è dunque causa della sua stessa infelicità. Questo pensiero lo porta ad affrontare tematiche civili e patriottiche nelle prime canzoni leopardiane. 2. IL PESSIMISMO PSICOLOGICO E SENSISTICO (1819-1824) - Corrisponde alla crisi del 1819, legata alla malattia agli occhi che portò Leopardi ad aderire ad una visione materialistica della natura umana. Questo pensiero va in contrasto col precedente, incolpa la natura ed identifica la felicità nel piacere. Da qui nasce la teoria del vago e dell'indefinito, in quanto il piacere infinito non possiamo trovarlo nella realtà, ma esclusivamente nella nostra immaginazione. Il bello poetico, per Leopardi, consiste nel vago e indefinito e si manifesta essenzialmente in immagini suggestive che evocano sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli. La rimembranza diventa, così, essenziale al sentimento poetico. Dalla fusione delle teorie dell'indefinito e della rimembranza, nasce la poesia. In questo periodo della sua vita, Leopardi segue la filosofia sensistica. 3. IL PESSIMISMO COSMICO (1824-1829) È un'integrazione del precedente. Se causa dell'infelicità è la natura stessa, indipendentemente dal tempo, luogo, forma di governo o tipo di società, l'uomo è stato sempre e necessariamente infelice. - L'uomo non è il solo essere a penare all'interno dell'universo, ma ogni creatura vivente è sottoposta a questa sofferenza. L'infelicità diviene un dato eterno e immutabile di natura. La natura appare sia matrigna che indifferente: matrigna perché illude gli uomini per farli soffrire nel momento della scoperta della verità; indifferente perché persegue il ciclo di conservazione della materia attraverso il nascere, soffrire e morire delle sue creature. ● Tale concezione va a condizionare tutta l'opera di Leopardi successiva al 1824. Il suo ideale diviene il saggio antico, la cui caratteristica è l'atarassia, il distacco imperturbabile della vita. Tale atteggiamento è caratteristico delle Operette Morali, ma la rassegnazione non è nell'indole di Giacomo Leopardi: in lui ritorna l'atteggiamento di protesta, di sfida al fato e alla natura, di lotta titanica. 4. IL PESSIMISMO AGONISTICO (dal 1830 in poi) – È rappresentato da "La Ginestra", che identificherebbe nella natura la sola causa dei mali del mondo e nell'essenza dell'uomo l'origine della sua infelicità. Leopardi propone una soluzione: la solidarietà tra gli uomini e la piena consapevolezza della propria natura, che impedirà loro di disperdersi e di umiliarsi, ma anche di ergersi come giganti invincibili. RAPPORTO CON IL ROMANTICISMO La formazione di Leopardi era prettamente classicista ed era stata consolidata anche dall'amicizia con Giordani (esponente del classicismo). Nonostante le prese di posizione contro le tesi romantiche, il suo modo di scrivere andava ben oltre il semplice gusto classicista; ad esempio, la sua poesia descriveva un mondo interiore immaginoso e fantastico. Questo è uno dei motivi per cui Leopardi conveniva con i romantici nella loro critica al classicismo accademico e pedantesco, alle regole imposte dai generi letterari e all'abuso della mitologia classica. Agli scrittori romantici, invece, rimprovera la ricerca dello strano, il predominio della logica sulla fantasia e l'aderenza al vero che spegne ogni immaginazione. Al contrario, considera i classici antichi un esempio mirabile di poesia fresca, spontanea e immaginosa, non contaminata dalla ragione. Quello che fa Leopardi, dunque, è proporre i classici come modelli, ma con uno spirito romantico. Si potrebbe parlare di Classicismo Romantico. Tra le varie forme poetiche, Leopardi predilige la lirica, più adatta per esprimere i propri sentimenti e per un'esplorazione immediata dell'Io. I punti in comune tra il poeta e la corrente romantica sono: la tensione verso l'infinito, il titanismo, l'esaltazione della soggettività e del sentimento, il conflitto realtà/illusione, l'amore per il vago e indefinito, il senso tormentato del dolore cosmico. Il periodo in cui Leopardi è più vicino al pensiero romantico è la prima fase, quella in cui considerava la natura benigna. OPERE LO ZIBALDONE Per comprendere appieno il pensiero di Leopardi, bisogna ricorrere allo Zibaldone, una sorta di diario intellettuale che il poeta cominciò a scrivere nel 1817 e che fu poi pubblicato postumo e la cui prima edizione fu curata da Giosuè Carducci. La parola Zibaldone vuol dire mescolanza confusa di cose diverse ed è usata dallo stesso Leopardi in riferimento alla varietà degli argomenti trattati senza un criterio organizzativo e annotati giorno per giorno man mano che si affacciavano nella sua mente. LE OPERETTE MORALI Nel 1824, Leopardi compone il gruppo più folto delle Operette Morali, che pubblicherà nel 1827. Le Operette Morali sono prose di argomento filosofico, alla cui base vi è un forte impegno morale e civile. Nonostante il tono sia più lieve e possa sembrare quasi ironico, gli scritti presentano argomenti seri e profondi. Tratta dell'infelicità inevitabile dell'uomo, dell'impossibilità del piacere, della noia, del dolore e dei mali materiali che affliggono l'umanità. Molte delle Operette, sono dialoghi con personaggi mitici o di fantasia, come Ercole e Atlante, con personaggi storici, come Colombo e Gutierrez, oppure con personaggi storici mescolati con esseri fantastici, come Torquato Tasso ed il suo Genio familiare. Alcune presentano la forma narrativa, altre sono prose liriche e altre ancora sono raccolte di aforismi. I CANTI: LE CANZONI E GLI IDILLI Il periodo successivo alla conversione dall'erudizione al bello del 1816 è ricco di esperimenti letterari, molti dei quali rimangono abbozzi presto abbandonati. In questo periodo si concretizza il volume dei Canti, composto di due sezioni: le Canzoni e gli Idilli. Le Canzoni sono componimenti con un impianto classicistico, viene utilizzato un linguaggio aulico e sublime e si ispirano ai modelli di Foscolo e Alfieri. Le prime cinque, composte tra il '18 e il '21, affrontano una tematica civile. Alla base di queste canzoni vi è il pessimismo storico. Sono caratterizzate da polemiche contro la realtà contemporanea corrotta e vengono esaltate le età antiche, generose e magnanime. La più importante è Ad Angelo Mai, nella quale si riscontrano tutti i temi leopardiani del periodo. Caratteristiche diverse possiedono il Bruto minore e l'Ultimo canto di Saffo, nelle quali il discorso poetico viene delegato rispettivamente a Bruto, uccisore di Cesare, e alla poetessa Saffo, entrambi suicidi. In queste due canzoni vi è l'affermazione del titanismo eroico. Gli Idilli, invece, presentano caratteristiche diverse. Rispetto alle Canzoni, le tematiche sono intime e autobiografiche, mentre il linguaggio è più semplice e colloquiale, vengono utilizzati endecasillabi sciolti. Negli Idilli sono raccolti alcuni suoi componimenti, scritti tra il 1819 e il 1821, tra cui L'Infinito. La parola idillio deriva dal greco e significa letteralmente "quadretto"; tradizionalmente, viene utilizzato per indicare la brevità dei componimenti poetici ambientati in un mondo pastorale idealizzato. Leopardi "rivoluziona" questo termine, modificando l'ambientazione e dando ai versi una dimensione intima e personale. Al centro della raccolta vi è la poetica del vago e dell'indefinito e vengono raccontati momenti essenziali della sua vita interiore. Chiusa la stagione delle canzoni e degli idilli, Leopardi entra in un periodo di silenzio che durerà sino alla primavera del 1828. Inizia a lamentarsi della fine delle illusioni giovanili e sprofonda in un periodo di aridità e di gelo, motivo per cui non scrive più poesie, le quali scaturivano da quegli stimoli, e inizia a dedicarsi alla filosofia. Abbandona gli atteggiamenti titanici degli anni precedenti e adotta una disposizione più distaccata e ironica nei confronti della realtà. Nel 1824 scrive le Operette Morali. Tra l'inverno e la primavera 1828, la vita di Leopardi prende una piega diversa e ricomincia a scrivere versi. Questo risorgimento delle sue facoltà di provare sentimenti porta alla nascita di A Silvia. Questi idilli, scritti tra il 1828 e il 1830, vengono detti Grandi Idilli. Le immagini di questi ultimi idilli sono rimembranze, immagini create dalla memoria, accompagnate dalla consapevolezza del dolore, del vuoto dell'esistenza e della morte. Viene, quindi, raccontato l'acerbo vero in tutta la sua crudezza, che però è richiamato con delicatezza e riserbo. Smette di utilizzare gli endecasillabi sciolti e adotta l'uso di endecasillabi e settenari alternati senza alcuno schema fisso. Questo tipo di poesia viene detta "canzone libera leopardiana”. Nell'ultimo periodo di vita, Leopardi si mostra più pronto e combattivo nel diffondere le proprie idee e riesce ad aprirsi maggiormente anche alle relazioni interpersonali, tra l'amicizia con Antonio Ranieri e la relazione con la dama Fanny Targioni Tozzetti. Dalla delusione di quest'ultima, nasce il Ciclo di Aspasia, che consta di cinque componimenti. Il linguaggio si fa aspro, la sintassi è complessa e spezzata e la poesia diventa severa e priva di immagini sensibili. Una svolta essenziale è segnata dalla stesura de La Ginestra, lirica che chiude il suo percorso poetico e testamento spirituale di Leopardi, pubblicata postuma. Si tratta di un vasto poemetto, dai toni grandiosi e tragici. Esso propone una polemica antiottimistica e antireligiosa, ma vi è anche la ricerca della possibilità di un progresso civile. Inoltre, invita alla solidarietà fraterna degli uomini e comprende vasti significati simbolici. D'in su la vetta della torre antica, Passero solitario, alla campagna Cantando vai finché non more il giorno; Ed erra l'armonia per questa valle. Primavera dintorno Brilla nell'aria, e per li campi esulta, Sì ch'a mirarla intenerisce il core. Odi greggi belar, muggire armenti; Gli altri augelli contenti, a gara insieme Per lo libero ciel fan mille giri, IL PASSERO SOLITARIO Pur festeggiando il lor tempo migliore: Tu pensoso in disparte il tutto miri; Non compagni, non voli, Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi; Canti, e così trapassi Dell'anno e di tua vita il più bel fiore. Oimè, quanto somiglia Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso, Della novella età dolce famiglia, E te german di giovinezza, amore, Sospiro acerbo de' provetti giorni, Non curo, io non so come; anzi da loro Quasi fuggo lontano; Quasi romito, e strano Al mio loco natio, Passo del viver mio la primavera. Questo giorno ch'omai cede alla sera, Festeggiar si costuma al nostro borgo. Odi per lo sereno un suon di squilla, Odi spesso un tonar di ferree canne, Che rimbomba lontan di villa in villa. Tutta vestita a festa La gioventù del loco Lascia le case, e per le vie si spande; E mira ed è mirata, e in cor s'allegra. Io solitario in questa Rimota parte alla campagna uscendo, Ogni diletto e gioco Indugio in altro tempo: e intanto il guardo Steso nell'aria aprica Mi fere il Sol che tra lontani monti, Dopo il giorno sereno, Cadendo si dilegua, e par che dica Che la beata gioventù vien meno. Tu, solingo augellin, venuto a sera Del viver che daranno a te le stelle, Certo del tuo costume Non ti dorrai; che di natura è frutto Ogni vostra vaghezza. A me, se di vecchiezza POESIE PARAFRASI Dal punto più alto della torre antica tu, o passero solitario, canti continuamente rivolto verso la campagna finché viene sera; e l'armonia del tuo canto si diffonde per tutta questa valle. La primavera splende tutt'intorno e si manifesta trionfalmente nel rigoglio dei campi: a contemplarla nella sua bellezza il cuore si riempie di tenerezza. Si sentono le pecore belare, le vacche muggire; e gli altri uccelli, contenti, volteggiano a gara nel cielo sereno, intenti solo e di continuo a festeggiare la stagione più bella per loro: tu, invece, guardi il tutto stando in disparte pensieroso; non cerchi compagni, non t'importa dei voli, non ti curi dell'allegria, eviti i divertimenti, canti solamente e così trascorri il periodo migliore dell'anno e della tua vita. Ahimè, quanto assomiglia il mio al tuo modo di vivere! Non mi interesso del divertimento e della gioia, compagni della giovinezza, e dell'amore, fratello della giovinezza e rimpianto della vecchiaia, non so perché; anzi quasi li sfuggo e me ne allontano; trascorro la mia giovinezza solitario e quasi estraneo al mio luogo nativo. Questo giorno, che ormai giunge a termine, si usa festeggiare al mio paese. Si sente per l'aria serena un suono di campana, si sente spesso lo scoppio di colpi di fucile, che rimbomba lontano di borgo in borgo. La gioventù del luogo, tutta vestita da festa, abbandona le case e si sparge per le vie; e ammira ed è ammirata, e in cuor suo si rallegra. Io, invece, uscendo da solo in questa parte della campagna lontana dall'abitato, rimando ad altro tempo ogni gioco e divertimento: e intanto il sole mi ferisce lo sguardo perso per l'aria luminosa, (il sole) che tramontando scompare tra i monti lontani, dopo una giornata serena, e dileguandosi sembra annunciare che la beata gioventù sta finendo. Tu, sol ario uccellino, arrivato fine della vita che il destino ti concederà, non ti lamenterai certamente di come hai vissuto; perché ogni vostro desiderio è frutto della natura. A me, invece, se non ottengo di evitare l'odiosa soglia della vecchiaia, quando i miei occhi non diranno o più nulla al cuore La detestata soglia Evitar non impetro, Quando muti questi occhi all'altrui core, E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro Del dì presente più noioso e tetro, Che parrà di tal voglia? Che di quest'anni miei? che di me stesso? Ahi pentirommi, e spesso, Ma sconsolato, volgerommi indietro. degli altri e il mondo apparirà loro privo di senso, e l'indomani più noioso e cupo dell'oggi, che cosa penserò della mia voglia di solitudine? Che cosa di questi anni giovanili? Che cosa di me stesso? Ah, mi pentirò, e più volte mi rivolgerò sconsolato al passato. La prima strofa (vv.1-16) si apre con la figura del passero che canta sopra la Chiesa di Sant'Agostino a Recanati. Nel frattempo, si dirige verso la campagna, mentre il suo canto si diffonde attraverso la vallata. Il rigoglio della natura a Primavera porta a un trionfo di gioia, che fa intenerire i cuori. Si sentono i versi provenienti da greggi e mandrie ed il cinguettio degli uccelli che volteggiano nel cielo, mentre il passero rimane pensieroso ed in disparte, evitando tutti i divertimenti e facendo passare così il periodo migliore dell'anno, che è la primavera, e della sua vita, che è la giovinezza. Nella seconda strofa (vv. 17-44), Leopardi sottolinea come il modo di vivere del passero solitario sia simile al suo. Egli, infatti, non si gode le gioie della giovinezza, consapevole che, una volta diventato anziano, le rimpiangerà. Parla di come tutti i giovani escano, vadano a divertirsi e si innamorino, mentre lui rinvia ad altri momenti il divertimento. Nella terza strofa (vv.45-59) si rivolge al passero. Sottolinea, infatti, che il passero, una volta arrivato alla fine della sua esistenza, non rimpiangerà il suo vissuto, in quanto, per sua natura, non è in grado di provare né dolore né felicità. Leopardi, invece, confessa con disperazione che sarà rammaricato per non aver vissuto veramente i suoi anni migliori e che non ci sarà alcuna consolazione perché non sarà mai in grado di cambiare il passato. COMMENTO "Il Passero Solitario" è una delle poesie più famose di Giacomo Leopardi. La sua composizione è collocabile tra il 1829 e il 1830, mentre la sua pubblicazione è avvenuta nel 1835 nell'edizione dei Canti, nei quali si trova prima dell'Infinito. Temi principali del componimento sono la solitudine ed il rimpianto. È composto da tre strofe di diversa lunghezza, formate da endecasillabi e settenari liberamente rimati. Di conseguenza, non presenta uno schema preciso. Vi sono, inoltre, diverse figure retoriche, come le metafore e le personificazioni, e figure di suono, come le allitterazioni, che permettono di rendere la poesia più ritmata. La scelta di un animale come il passero solitario non è casuale: il passero solitario è una vera e propria specie che si differenzia dal passero comune in quanto, al posto di cinguettare, canta. L'intera poesia si basa su un parallelismo tra il passero solitario e il poeta. La differenza tra i due è che l'uccello è solitario per natura, non può provare né dolore né felicità; Leopardi, invece, una volta diventato anziano, rimpiangerà la sua gioventù non vissuta. Nonostante Giacomo Leopardi venga spesso etichettato come "pessimista" e "superato", mi ritrovo in quella cerchia di persone che lo reputa realista e, soprattutto, attuale. La condizione del passero, descritta nella poesia e nella quale il poeta si identifica, è la stessa situazione in cui, ogni giorno, gran parte dei giovani si ritrova. Molti adolescenti, in particolar modo quelli che presentano un carattere più introverso, tendono a preferire la solitudine, i luoghi tranquilli, il silenzio e l'ascolto. Buona parte di loro trova gravi difficoltà nella socializzazione e nella convivialità con i propri coetanei ed è una circostanza che, diverse volte, ho vissuto in prima persona. Oggi, ad esacerbare ancora di più questa situazione sono sicuramente i dispositivi tecnologici, che ci tengono rinchiusi nelle nostre case, ed i social, che ci mostrano la vita apparentemente perfetta degli altri ragazzi. In realtà, il messaggio che invia Leopardi e che spera sia recepito da noi lettori è quello di non sprecare la nostra giovinezza e, più in generale, la nostra vita perché, una volta arrivati alla fine dei nostri giorni, la rimpiangeremo, ma non saremo in grado di fare niente per cambiare il passato. Ci dice, infatti, di non commettere il suo stesso sbaglio, cioè quello di allontanarsi volutamente dalla bellezza degli anni migliori della vita di ognuno di noi, pur essendo consapevole che se ne sarebbe pentito. Non posso far altro che trovarmi in totale accordo con il poeta e sperare che quest'invito alla vita non venga ignorato, ma anzi accolto sempre di più di ragazzi. Silvia, rimembri ancora Quel tempo della tua vita mortale, Quando beltà splendea Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, E tu, lieta e pensosa, il limitare Di gioventù salivi? Sonavan le quiete Stanze, e le vie dintorno, Al tuo perpetuo canto, Allor che all'opre femminili intenta Sedevi, assai contenta Di quel vago avvenir che in mente avevi. Era il maggio odoroso: e tu solevi Così menare il giorno. Io gli studi leggiadri Talor lasciando e le sudate carte, Ove il tempo mio primo E di me si spendea la miglior parte, D'in su i veroni del paterno ostello Porgea gli orecchi al suon della tua voce, Ed alla man veloce Che percorrea la faticosa tela. Mirava il ciel sereno, Le vie dorate e gli orti, E quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortal non dice Quel ch'io sentiva in seno. Che pensieri soavi, Che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia La vita umana e il fato! Quando sovviemmi di cotanta speme, Un affetto mi preme Acerbo e sconsolato, E tornami a doler di mia sventura. O natura, o natura, Perchè non rendi poi Quel che prometti allor? perchè di tanto Inganni i figli tuoi? Tu pria che l'erbe inaridisse il verno, Da chiuso morbo combattuta e vinta, Perivi, o tenerella. E non vedevi Il fior degli anni tuoi; Non ti molceva il core La dolce lode or delle negre chiome Or degli sguardi innamorati e schivi; Nè teco le compagne ai dì festivi Ragionavan d'amore. A SILVIA PARAFRASI Silvia, ricordi ancora quel tempo della tua breve vita mortale quando nei tuoi occhi ridenti e timidi splendeva la bellezza, e tu, felice e pensierosa, ti avvicinavi al fiorire della giovinezza? Il tuo canto continuo risuonava nel silenzio delle stanze, e nelle vie attorno, quando ti sedevi e ti dedicavi ai lavori femminili, felice di quel futuro misterioso che provavi a immaginarti. Era il maggio profumato: e tu passavi così ogni tua giornata. Io, di tanto in tanto, trascurando gli studi amati e le pagine su cui mi affaticavo, dove la mia giovinezza e il mio corpo andavano consumandosi, dai balconi della casa paterna mi mettevo ad ascoltare il suono della tua voce, e il ritmo rapido delle tue mani affaticate nel tessere la tela. Guardavo il cielo sereno, le vie color dell'oro, le campagne, e da un lato il mare, dall'altro le montagne. Non esistono parole umane per descrivere ciò che provavo in quei momenti... Che pensieri soavi, che speranze, che emozioni avevamo, mia cara Silvia! Come ci sembrava la vita umana e il destino! Quando ripenso a speranze così grandi, un dolore disperato mi strugge il cuore, e torno a dispiacermi della mia sventura. O natura, natura, perché non restituisci quello che hai promesso? Perché inganni così tanto le tue creature? Tu, prima che l'inverno inaridisse l'erba, Silvia, piccola mia, sfinita e vinta da una malattia occulta, morivi. E non vedevi il fiore dei tuoi anni, e non ti accarezzava il cuore la lusinga per i tuoi capelli nerissimi, e per il tuo sguardo vergine che fa innamorare; né le tue amiche, nei giorni di festa, chiacchieravano d'amore con te. Anche peria fra poco La speranza mia dolce: agli anni miei Anche negaro i fati La giovanezza. Ahi come, Come passata sei, Cara compagna dell'età mia nova, Mia lacrimata speme! Questo è quel mondo? questi I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi Onde cotanto ragionammo insieme? Questa la sorte dell'umane genti? All'apparir del vero Tu, misera, cadesti: e con la mano La fredda morte ed una tomba ignuda Mostravi di lontano. Dopo non molto, morì pure la mia speranza: anche a me il destino ha negato gli anni della giovinezza. Ahimè, come, come te ne sei andata, cara compagna della mia gioventù, mia speranza rimpianta. Sarebbe questo quel mondo? Questi i piaceri, l'amore, le azioni, gli eventi su cui tanto abbiamo fantasticato? È davvero questa la sorte del genere umano? All'apparire della verità tu, misera, sei caduta: e da lontano con la mano mi indicavi una tomba spoglia e la fredda morte. La poesia A Silvia è stata composta da Giacomo Leopardi nell'aprile del 1828, periodo in cui soggiornava a Pisa, ed è stata pubblicata per la prima volta nell'edizione fiorentina de I Canti (1831). È la poesia che inaugura la stagione dei Grandi Idilli leopardiani. Il nome della poesia non è casuale, ma Leopardi si ispira alla ninfa protagonista dell'Aminta di Torquato Tasso. Il componimento si presenta come una canzone libera, consta di sei strofe di diversa lunghezza, non è presente uno schema fisso e presenta versi endecasillabi e settenari liberamente rimati. I temi principali sono la memoria poetica e la disillusione; infatti, riconduce ai ricordi della giovinezza recanatese per sfociare nello svelamento della verità della condizione umana destinata al disinganno di ogni speranza. Non si tratta di una poesia d'amore, ma di un dialogo tra Leopardi e Silvia, i quali erano coetanei e vivevano condizioni simili. Silvia viene identificata nella figura di Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tubercolosi molto giovane. Silvia viene rappresentata nel fiore dei suoi anni, in primavera, la sua morte avviene nell'inverno seguente. La scelta delle stagioni non è casuale ma ponderata in base al significato metaforico: la primavera rappresenta la stagione della giovinezza ed il tempo della speranza e della gioia, mentre l'inverno è la stagione della morte e della delusione. È interessante l'alternanza dei tempi verbali, i quali passano dal passato, in modo particolare l'imperfetto, al presente. Il passato corrisponde al tempo delle illusioni e delle speranze, quando Silvia era ancora in vita, speranzosa nel futuro, così come Leopardi; il presente corrisponde al tempo del disinganno, nel momento in cui l'acerbo vero delude entrambi. La prima strofa (vv.1-6) funge da proemio ed introduce l'immagine di Silvia. Viene introdotta fisicamente e psicologicamente in modo molto vago: del fisico vengono descritti solo gli occhi ridenti e fuggitivi, del lato psicologico solo l'atteggiamento lieto e pensoso con cui la ragazza varca la soglia della giovinezza. Nella seconda strofa (vv.7-14) viene descritta la situazione di Silvia; parallelamente, nella terza strofa (vv.15-27), viene descritta quella di Leopardi. In entrambe vengono descritti appena tempo e ambiente circostante: è maggio e al paesaggio primaverile vengono attribuiti solo alcuni aggettivi molto vaghi. Il poeta si riferisce ancora al passato, ricordando le illusioni giovanili. La quarta strofa (vv.28-39) è una sorta di ritorno al presente in cui realizza le delusioni delle speranze. Prende consapevolezza dell'acerbo vero e corrisponde al pessimismo. La quinta (vv.40-48) e la sesta (vv.49-63) strofa, invece, sono simmetriche alla seconda e alla terza e mostrano il parallelismo tra Silvia e Giacomo: descrivono, rispettivamente, la morte di Silvia e la morte delle speranze del poeta stesso. C'è la visione della fredda morte, mentre la figura della speranza addita la tomba. L'intero componimento è una protesta contro la natura che ha negato all'uomo la vita e la gioia. COMMENTO Una delle più celebri poesie di Giacomo Leopardi è "A Silvia", composta nell'aprile del 1828 e facente parte della raccolta dei Canti, nel volume dei Grandi Idilli. Si tratta di una canzone libera, senza uno schema fisso, costituita da settenari ed endecasillabi liberamente rimati. La figura di Silvia può essere identificata in Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta giovanissima a causa di una tubercolosi. I due sono coetanei e vivono pressoché le stesse circostanze. Il poeta, come succede anche nella poesia del Passero Solitario, fa un parallelismo tra Silvia e se stesso. I temi principali sono la rimembranza e le illusioni. Non si tratta di una poesia d'amore, ma vengono ricordate le speranze dei due giovani e le conseguenti delusioni, dovute al disinganno. In questo componimento emerge il pensiero pessimista di Leopardi e la sua concezione di natura. Il poeta, infatti, quando prende consapevolezza dell'acerbo vero, si scaglia contro la natura maligna, che inganna continuamente le sue creature. Personalmente, reputo la poesia molto bella, in particolar modo per come vengono rappresentati determinati temi. Vengono espressi, infatti, diversi concetti filosofici in grado di coinvolgere emotivamente il lettore in modo molto intenso. Inoltre, è interessante come l'utilizzo di termini aulici non smorzi questo tipo di entusiasmo. Mi ha colpito anche la chiarezza resa dalle strofe descrittive e l'immediatezza con cui il lettore riesce ad immergersi e a vivere determinate sensazioni. DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE Il "Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere" è stato scritto nel 1832 ed è incluso nell'edizione delle Operette Morali del 1834. L'operetta si presenta come un confronto tra due interlocutori che non si conoscono, un passante, che era un uomo colto, ed un venditore di almanacchi e lunari. Durante il loro dialogo, il venditore afferma che è convinto che l'anno nuovo sarà migliore del precedente, mentre il passante, che non concorda con lui, cerca, attraverso l'ironia, di farlo ragionare sul fatto che, nel passato di ognuno di noi, è stato maggiore il peso del male rispetto a quello del bene. L'uomo colto è, quindi, consapevole del male di vivere e sa che la felicità consiste nell'attesa di qualcosa che non si conosce ancora; il venditore di almanacchi, invece, continua a crogiolarsi nelle illusioni e nelle speranze. Il dialogo si conclude con il passante che compra l'almanacco ed il venditore che pronuncia la medesima frase che ha pronunciato all'inizio dell'operetta, questo a simboleggiare il ripetersi delle vicende umane e l'impossibilità di cambiamento. CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, Contemplando i deserti; indi ti posi. Ancor non sei tu paga Di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga Di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita La vita del pastore. Sorge in sul primo albore Move la greggia oltre pel campo, e vede Greggi, fontane ed erbe; Poi stanco si riposa in su la sera: Altro mai non ispera. Dimmi, o luna: a che vale Al pastor la sua vita, La vostra vita a voi? dimmi: ove tende Questo vagar mio breve, Il tuo corso immortale? Vecchierel bianco, infermo, Mezzo vestito e scalzo, Con gravissimo fascio in su le spalle, Per montagna e per valle, Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, Al vento, alla tempesta, e quando avvampa L'ora, e quando poi gela, Corre via, corre, anela, Varca torrenti e stagni, Cade, risorge, e più e più s'affretta, Senza posa o ristoro, Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva Colà dove la via E dove il tanto affaticar fu volto: Abisso orrido, immenso, Ov'ei precipitando, il tutto obblia. Vergine luna, tale E' la vita mortale. Nasce l'uomo a fatica, Ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento Per prima cosa; e in sul principio stesso La madre e il genitore Il prende a consolar dell'esser nato. Poi che crescendo viene, L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre Con atti e con parole Studiasi fargli core, E consolarlo dell'umano stato: Altro ufficio più grato PARAFRASI: Che fai tu nel cielo! Dimmi che fai, o luna silenziosa? Sorgi la sera illuminando i deserti, poi tramonti: non sei ormai stanca di ripercorrere i sentieri eterni del cielo? Non provi noia, ancora desideri contemplare queste terre? La vita del pastore è simile alla tua. Si alza appena sorge il sole, porta il gregge oltre il suo campo per vedere altri greggi, altre sorgenti e altri prati; alla fine, stanco, di riposa con l'arrivo della sera: non spera mai di vedere qualcosa di diverso. Dimmi, o luna, quale significato per il pastore ha la sua vita e che senso ha la vostra per voi astri? Dimmi: dove stiamo andando, io col mio breve vagare e e tu col tuo percorso immortale? Vecchio e coi capelli bianchi, debole, vestito male e senza scarpe, con un fardello molto pesante da portare sulle spalle, attraverso monti e valli, attraverso sassi taglienti e sabbia alta e cespugli, con vento e tempesta, sia quando è estate che quando è inverno, corre via, respirando affannosamente, attraversa torrenti e paludi e cade e si rialza, e quanto più si affretta, senza mai riposo o tregua, lacero e sanguinante; fino a che non arriva nel posto dove tutte le sue fatiche erano indirizzate fin dal primo momento, e non è altro che un orrendo immenso abisso, precipitando nel quale dimentica tutto. Vergine luna, è così la vita umana. L'uomo nasce con fatica e perfino la nascita lo mette a rischio di morte. Prova, innanzitutto, sofferenza e angoscia; e subito la madre e il padre iniziano a consolare il piccolo per essere nato. Mano a mano che cresce, poi, i genitori lo sostengono e di continuo, tramite azioni e parole, si prodigano per fargli coraggio, consolandolo del fatto di essere umano: non c'è cosa più gradita che i genitori possano fare per i figli. Ma allora perché mettere al mondo, perché mantenere in vita chi poi bisogna consolare? Se la Non si fa da parenti alla lor prole. Ma perchè dare al sole, Perchè reggere in vita Chi poi di quella consolar convenga? Se la vita è sventura, Perchè da noi si dura? Intatta luna, tale E' lo stato mortale. Ma tu mortal non sei, E forse del mio dir poco ti cale. Pur tu, solinga, eterna peregrina, Che sì pensosa sei, tu forse intendi, Questo viver terreno, Il patir nostro, il sospirar, che sia; Che sia questo morir, questo supremo Scolorar del sembiante, E perir dalla terra, e venir meno Ad ogni usata, amante compagnia. E tu certo comprendi Il perchè delle cose, e vedi il frutto Del mattin, della sera, Del tacito, infinito andar del tempo. Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore Rida la primavera, A chi giovi l'ardore, e che procacci Il verno co' suoi ghiacci. Mille cose sai tu, mille discopri, Che son celate al semplice pastore. Spesso quand'io ti miro Star così muta in sul deserto piano, Che, in suo giro lontano, al ciel confina; Ovver con la mia greggia Seguirmi viaggiando a mano a mano; E quando miro in cielo arder le stelle; Dico fra me pensando: A che tante facelle? Che fa l'aria infinita, e quel profondo Infinito Seren? che vuol dir questa Solitudine immensa? ed io che sono? Così meco ragiono: e della stanza Smisurata e superba, E dell'innumerabile famiglia; Poi di tanto adoprar, di tanti moti D'ogni celeste, ogni terrena cosa, Girando senza posa, Per tornar sempre là donde son mosse; Uso alcuno, alcun frutto Indovinar non so. Ma tu per certo, Giovinetta immortal, conosci il tutto. Questo io conosco e sento, Che degli eterni giri, Che dell'esser mio frale, vita è solo dolore e sofferenza, perché la si sopporta? Intatta luna, è questa la condizione degli uomini. Tu, però, non sei mortale e probabilmente poco ti importa delle mie parole. Eppure tu, solitaria ed eterna viandante del cielo, che sei tanto pensierosa, forse anche tu capisci come sia questa vita terrena, cosa siano le nostre sofferenze e i sospiri, che cosa questo morire, questo impallidire estremo del viso, lo scomparire della terra e abbandonare chi abbiamo amato e che per tanto tempo ci ha fatto compagnia. Sicuramente tu capisci il perché delle cose, vedi lo scopo del mattino, della sera e dello scorrere incessante del tempo. Sai, certamente, a quale dei suoi dolci amanti sorride la primavera a chi sia d'aiuto il caldo, cosa procuri l'inverno con il suo ghiaccio. Mille sono le cose che tu conosci, e altrettante ne riscopri, tutte nascoste a un semplice pastore. Spesso quando ti ammiro mentre sei lassù, silenziosa sulla pianura deserta che, all'estremo orizzonte, confina con il cielo; oppure mentre mi stai dietro, passo dopo passo, a me e al mio gregge; e quando guardo le stelle che luccicano in cielo dico, pensando tra me e me: che cosa fanno tante stelle? Cosa fa lo spazio infinito del cielo, l'immensa volta celesta? Cosa vuol dire questa immensità in cui l'uomo è solo? E cosa sono io? Questo penso, tra me e me: e non riesco a trovare né un senso né uno scopo, sia per quanto riguarda la vita del vasto e grandioso universo, sia per i tanti esseri che lo abitano; e nemmeno il senso e lo scopo di tanto affaccendarsi, dei movimenti numerosi degli astri e delle cose terrene, che girando senza sosta tornano poi al loro punto di partenza. Ma tu sicuramente, giovincella immortale, conosci già tutto quanto. Io solo questo capisco e so: che forse qualcun altro otterrà gioia e utilità dal movimento eterno degli astri e dalla mia fragile esistenza; per me, invece, la vita è una condizione di dolore. Qualche bene o contento Avrà fors'altri; a me la vita è male. O greggia mia che posi, oh te beata, Che la miseria tua, credo, non sai! Quanta invidia ti porto! Non sol perchè d'affanno Quasi libera vai; Ch'ogni stento, ogni danno, Ogni estremo timor subito scordi; Ma più perchè giammai tedio non provi. Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe, Tu se' queta e contenta; E gran parte dell'anno Senza noia consumi in quello stato. Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra, E un fastidio m'ingombra La mente, ed uno spron quasi mi punge Sì che, sedendo, più che mai son lunge Da trovar pace o loco. E pur nulla non bramo, E non ho fino a qui cagion di pianto. Quel che tu goda o quanto, Non so già dir; ma fortunata sei. Ed io godo ancor poco, O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno. Se tu parlar sapessi, io chiederei: Dimmi: perchè giacendo A bell'agio, ozioso, S'appaga ogni animale; Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale? Forse s'avess'io l'ale Da volar su le nubi, E noverar le stelle ad una ad una, O come il tuono errar di giogo in giogo, Più felice sarei, dolce mia greggia, Più felice sarei, candida luna. O forse erra dal vero, Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero: Forse in qual forma, in quale Stato che sia, dentro covile o cuna, E' funesto a chi nasce il dì natale. O mio gregge che riposi, beato te che, credo, non conosci la tua miseria! Quanta invidia provo per te! Non solo perché soffri di pochi dolori, e ogni fatica, ogni danno, ogni paura che provi, per quanto grande, la dimentichi subito; ma soprattutto perché non hai idea di cosa sia la noia. Quando sei sdraiato all'ombra, sul prato, sei tranquillo e contento; la gran parte della tua esistenza la trascorri senza provare noia. Anch'io sto seduto sul prato all'ombra, e un pensiero opprime la mia mente, un irrequietezza che mi rode tanto che, pur sedendo tranquillo, mai sono stato più lontano dalla pace o dal riposo. Eppure, almeno per ora, nulla desidero e non ho alcun vero motivo per lamentarmi. Non so quanto tu gioisca o di cosa, ma sicuramente sei fortunato. Anche io godo di pochi piaceri, o mio gregge, ma non mi lamento solo per questo. Se tu sapessi parlare, allora io ti chiederei: dimmi, perché ogni animale che riposa e ozia è contento e io, invece, se giaccio comodamente sono assalito dalla noia? Forse, se avessi le ali, se potessi volare sopra le nuvole, contando le stelle una a una, o potessi errare come il tuono, da vetta a vetta, sarei più felice, dolce mio gregge, sarei più contento, o candida luna. Ma no, forse mi sbaglio e il mio pensiero si allontana dalla verità quando guarda alle condizioni degli altri: forse per qualunque forma, in qualsiasi condizione, dentro una tana o in una culla, il giorno della nascita è solo causa di dolore e lutto. Il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia è stato composto tra il 22 ottobre 1829 e il 9 aprile 1830 ed è il XXIII canto dell'edizione dei Canti del 1831. Si tratta di una canzone libera leopardiana, costituita da sei strofe di diversa lunghezza, formata da endecasillabi e settenari liberamente rimati. I temi-chiave sono l'infelicità cosmica, l'acerbo vero ed il male. Quest'ultimo è evidenziato ancor più dalla desinenza delle ultime parole di ogni strofa (immort-ale, mort-ale, c-ale, m-ale, ass-ale, nat- ale). In questa canzone, il pastore assume il ruolo di portavoce del poeta. Nella prima strofa (vv. 1-20) instaura una sorta di monologo rivolto alla Luna e la interroga sulla sua condizione umana, ponendo domande a cui l'uomo non sa dare una risposta. Vi è anche un parallelismo tra la vita della Luna e quella del pastore. La Luna è la metafora del trascendente. La seconda strofa (vv.21-38) è riconducibile a Petrarca. Il pastore spiega il corso della vita umana e la sua fragilità attraverso la metafora dell'anziano e termina con la costatazione che la vita dell'uomo è mortale, quella della Luna è immortale. Nella terza strofa (vv.39-60) viene proposto il concetto del male presente sin dalla nascita, ponendo attenzione sul pianto del bambino appena nato. Il pastore, però, è convinto che alla Luna non interessi più di tanto perché lei è immortale e questa condizione non la tocca minimamente. La quarta strofa (vv.61-104) inizia con la consapevolezza che forse la Luna può comprendere questa sofferenza, poiché dall'alto vede e conosce tutto. La tristezza della Luna indica la natura benigna. Ritornano le domande retoriche che ognuno di noi si fa, ma a cui non riusciamo a dare risposta, e viene enfatizzato il distacco tra la condizione della Luna e quella dell'uomo. Nella quinta strofa (vv. 105-132), si rivolge al suo gregge. Il pastore invidia il suo gregge, sia perché soffre poco e dimentica presto il dolore, sia perché non conosce la noia. Si chiede, infatti, perché il gregge non si annoi stando sdraiato all'ombra, mentre lui sì. Nella sesta strofa (vv.133-143) risalta il concetto dell'immaginazione, evidenziato dal "Forse" iniziale. Viene evidenziato anche il Leopardi fanciullo che poteva immaginare di volare e contare le stelle; troviamo un barlume di speranza. A metà strofa, questa speranza già viene spazzata via dalla consapevolezza che la sofferenza è una caratteristica della vita umana ed è presente con noi sin dal giorno della nostra nascita, si culla, quindi, sul pessimismo cosmico. DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE Il "Dialogo della natura e di un islandese" è un componimento di Giacomo Leopardi, scritto nel 1824, è contenuto nella raccolta delle Operette Morali ed esprime al meglio il pessimismo cosmico leopardiano. Per scrivere questo dialogo, Leopardi utilizza i materiali dello Zibaldone e alcuni ricordi di scritti da Voltaire e li unifica nella sintesi della creazione poetica. Un uomo, dopo aver viaggiato molto per varie parti del mondo, per fuggire la Natura arriva un giorno in Africa. Qui gli compare una donna gigantesca, seduta per terra, con il dorso e il gomito appoggiati ad una montagna, viso bello e terribile e i capelli nerissimi. Lei gli domanda chi sia e l'uomo risponde di essere un povero Islandese che sta fuggendo la natura. Quando la donna gli dice di essere la natura che egli fugge, l'Islandese pronuncia una lunga requisitoria contro di essa, parlando della sua vita di patimenti e accusandola di essere la causa della sofferenza e dell'infelicità degli uomini. La Natura, quindi, risponde che il mondo non è stato fatto per il genere umano e per la sua felicità, anzi se un giorno esso si estinguesse, lei forse non se ne accorgerebbe. L'Islandese controbatte facendo un esempio: se fosse invitato da un signore nella sua villa e all'arrivo in casa fosse maltrattato dai servi e dai figli, rinchiuso in una stanza buia e fredda, ricorderebbe al signore di essere stato invitat e di non erci andat di spontanea volontà; di conseguenza aveva il itto di non essere trattato male. La Natura si è comportata con gli uomini allo stesso modo del signore. La natura non ha fatto il mondo per gli uomini, ma, avendoli fatti nascere, non deve renderli infelici e schiavi, ma deve trattarli umanamente. Allora la Natura gli ricorda che la vita dell'universo è un ciclo perpetuo di trasformazioni della materia, a cui nulla sfugge. Quindi l'Islandese domanda il perché della vita e dell'universo. Una domanda che rimane senza risposta, così come avviene nel "un pastore errante dell'Asia", che sta a significare il mistero insondabile dell'universo. II dialogo si conclude in maniera brusca per la misera fine dell'Islandese: secondo alcuni, fu divorato da due leoni, secondo altri, fu preda di un violentissimo vento, che lo ricoprì di sabbia, trasformandolo in mummia. Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma, sedendo e irar interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s'annega il pensier mio; e il naufragar m'è dolce in questo mare. L'INFINITO Ho sempre amato questo colle solitario e questa siepe, che impedisce al mio sguardo di scorgere l'interezza dell'estremo orizzonte. Ma quando sono qui duto, e guardo, comincio a immaginarmi spazi sterminati al di là di essa, e un silenzio sovrumano, e una pace abissale, fin quasi a sentire il cuore tremante di paura. E non appena sento il fruscio degli alberi carezzati dal vento, questa voce paragono a quel silenzio infinito: e d'improvviso nella mia Il componimento "L'Infinito" di Leopardi è stato composto nel 1819 a Recanati ed è presente nella raccolta dei Canti del 1831. È uno dei più noti idilli ed è una testimonianza del contrasto tra finito ed infinito che caratterizza tutto il periodo del Romanticismo. ● mente affiora l'eternità, e tutte le ere ormai trascorse, e quella presente, viva, con la sua voce. Così il mio pensiero è sommerso in quest'immensità ed è dolce, per me, inabissarmi in questo mare. La struttura ella poesia comprende 15 versi endecasillabi sciolti. I ni-chi: sono la teoria del vago e dell'indefinito e teoria del piacere ed il componimento è ricco di enjambements, dieci su un totale di quindici versi, che hanno il compito di mettere in evidenza i termini che si riferiscono a queste tematiche, come "interminati", "sovrumani" ed "eterno". ● La poesia può essere divisa in due momenti, in base a ciò che viene descritto: nei vv.1-7 sono presenti sensazioni visive e l'impossibilità di vedere, la quale esclude il reale e lascia spazio all'immaginazione. L'idea descritta è quella di un infinito spaziale, cioè di spazi senza limiti, come possiamo notare dalle espressioni "interminati spazi", "sovrumani silenzi" e "profondissima quiete"; nei vv.8-15 sono presenti sensazioni uditive, come il rumore del vento. Qui l'idea è quella di un infinito temporale, in contrasto con le epoche passate e con l'età presente, destinato a svanire presto nel nulla. Sono tante anche le parole e le espressioni di registro aulico, tra cui "ermo", che viene considerato dal poeta stesso un termine poeticissimo, "guardo", "mi fingo", "spaura", che è un neologismo, "vo comparando' "sovvien". Queste espressioni evidenziano la sua formazione prettamente classicista. Il poeta fa anche uso di aggettivi e pronomi dimostrativi per tutto il componimento; questi indicano il rapporto tra finito ed infinito nella mente del poeta: "questo" si riferisce a ciò che è tangibile, "quello" a ciò che ci appare come remoto. IL SABATO DEL VILLAGGIO Il sabato del villaggio di Leopardi è un idillio che viene composto nel mese di settembre del 1829 e pubblicato nei Canti del 1831. Il componimento è una canzone libera in endecasillabi e settenari, raggruppati in quattro strofe di lunghezza differente. Il componimento può essere suddiviso in due parti. Nella prima parte (vv 1-37) viene descritta una scena di vita quotidiana in un paese e viene fornita una presentazione dei personaggi: donzelletta, vecchierella, zappatore. Sono semplici e comuni persone che non hanno la cultura per poter intuire certi atteggiamenti osservati da Leopardi; sono persone comuni che non badano e non capiscono qualcosa di così profondo. Ci troviamo nell'atmosfera serale di un sabato primaverile, quando gli abitanti si preparano al giorno di festa. La descrizione si concentra su alcune figure: innanzitutto, la "donzelletta" (il sabato è la metafora della giovinezza come la donzelletta è metafora della giovinezza) che porta in mano un mazzo di rose e viole che adopererà per adornarsi nel giorno di festa, e rappresenta una figura ideale della giovinezza ma anche del lavoro nei campi. C'è poi la "vecchierella" per la quale il giorno festivo è l'occasione di ricordare altre domeniche, quando era giovane e bella. La sua figura è perciò proiettata al passato e l'attesa del giorno di festa per lei allude alla fine della vita. I "fanciulli", che giocano facendo "un lieto rumore", rappresentano invece l'infanzia lieta e spensierata. Infine, troviamo i lavoratori, il contadino e falegname, cui Leopardi dedica alcune parole sulle loro mansioni e sul desiderio di attendere con ansia il giorno di festa che porterà solo gioia e serenità. Possiamo perciò concludere che il sentimento prevalente della prima parte è la malinconia nel ricordo della gioventù da parte della vecchierella. Riconosciamo perciò un senso di ciclicità della vita causato dalla Natura matrigna. Nella seconda parte (vv. 38-51) il poeta riflette sulla vanità dell'attesa della festa: il piacere, che ognuno degli abitanti si aspetta, non giungerà mai, ma permarranno la noia e la tristezza dell'esistenza umana. La riflessione si estende poi anche alla vita: la giovinezza è un periodo felice perché si attende con ansia e gioia l'entrata nell'età adulta, come quando il sabato ci si prepara per il giorno di festa; tuttavia, il passaggio di età non porterà gioia, ma si rivelerà doloroso e ricco di ripensamenti, come quelli che compie la vecchierella. La poesia si conclude allora con un invito esplicito al "garzoncello" (simbolo dell'ingenuità umana e dell'inconsapevolezza di ogni fanciullo) a non desiderare di affrettare la crescita nell'ansia di diventare adulto. Nel componimento sono presenti numerosi elementi visivi e sonori che rimandano all'ambiente della campagna, quello dei piccoli borghi e, in generale, agli elementi naturalistici come i colori, il sereno, il colore dei fiori (rose, viole), ombre, rumore dei ragazzi, il picchiare del falegname, fascio dell'erba, la sera, la notte e la luna (importante interlocutore per Leopardi con la quale confessa il suo stato d'animo). LA GINESTRA La Ginestra o Il fiore del deserto è una delle ultime poesie di Giacomo Leopardi, composta nella primavera del 1836, quando l'autore di Recanati si trovava a Napoli da ormai tre anni. Si tratta del maggior esempio di pessimismo agonistico e viene pubblicata per la prima volta nell'edizione napoletana dei Canti curata da Antonio Ranieri (1845). È una canzone libera composta da sette lunghe strofe di lunghezza irregolare (183 endecasillabi e 134 settenari variamente alternati) per un totale di 317 versi, endecasillabi e settenari. Alcune strofe sono estremamente estese e complicate, ciascuna è chiusa da una rima e da un endecasillabo. Sono presenti anche rime al mezzo, gli enjambements e numerose figure retoriche. Prevalgono periodi lunghi, a volte lunghissimi, in cui si sviluppano svariare frasi subordinate. Toni a volte accesi a volte pacati si susseguono in sintonia con le diverse tematiche svolte. La musicalità del verso è stata definita da alcuni critici (Binni) di tipo sinfonico in quanto si intrecciano e si contrappongono vari temi e vari ritmi, con tempi lenti e pacati che possono sfociare in ritmi più incalzanti e decisi. Termini dal suono aspro (per es.: impietrata, contorce, serpe, cavernoso) connotano il paesaggio brullo e arido su cui cresce la ginestra che viene invece descritta con parole dal suono dolce e musicale (per es.: fior gentile, di dolcissimo odor mandi un profumo, che il deserto consola). Qui Leopardi sviluppa l'aspra critica nei confronti del suo tempo. L'input gli viene dato dalla vista della ginestra, un docile fiore che vede crescere sulle pendici del Vesuvio, lì dove città ed esseri umani sono stati distrutti dalla crudeltà della Natura che non si cura dei propri figli. Egli sviluppa la propria polemica e il proprio scetticismo verso gli uomini a lui contemporanei che credono di essere immortali, mentre in realtà sono impotenti di fronte alla smisurata potenza della Natura. Dalla consapevolezza della propria misera condizione deve nascere, secondo Leopardi, un sentimento di solidarietà umana. La lirica presenta una struttura circolare, in quanto inizia con l'immagine della ginestra che ritorna anche alla fine. I temi principali sono proprio la fragilità della condizione umana e l'indifferenza della natura, di conseguenza anche l'infelicità e le illusioni. Le virtù civili a cui Leopardi fa riferimento sono: l'onestà, la lealtà, il senso di giustizia e la solidarietà. Da sottolineare è la similitudine tra l'uomo e la formica che egli fa: come la mela che cade dall'albero uccide tante formiche e tutto ciò che loro, con fatica, hanno costruito, così anche le catastrofi naturali come l'eruzione del Vesuvio, possono in un attimo distruggere l'uomo e ciò che egli ha realizzato. Viene smentita, quindi, qualsiasi pretesa antropocentrica.