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L'età preletteraria latina

L'età preletteraria latina

 ETÀ PRELETTERARIA LATINA
Con l'espressione età preletteraria latina si indica comunemente quella fase della storia della
letteratura latina

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Caratteristiche principali e inquadramento generale del contesto storico delle origini della letteratura latina

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ETÀ PRELETTERARIA LATINA Con l'espressione età preletteraria latina si indica comunemente quella fase della storia della letteratura latina che va dalla fondazione di Roma all'avvento della fase letteraria propriamente detta, il cui inizio suole essere identificato con la rappresentazione nel 240 a.C. del primo dramma teatrale scritto in lingua latina, per opera di Livio Andronico, per celebrare la vittoria romana della Prima guerra punica. Durante tale periodo, cui corrispondono l'età regia e la prima età repubblicana, Roma, il cui nucleo originario era formato da abitanti di stirpe latina, ebbe modo di accogliere le influenze provenienti dagli altri popoli della penisola italica con cui ebbe contatti, quali gli Etruschi, i Sabini, gli Osci e i coloni della Magna Grecia. Poté dunque svilupparsi una fiorente produzione di testi a prevalente carattere orale, privi di finalità letteraria. Contesto storico e caratteristiche letterarie Il periodo delle origini della letteratura latina comprende convenzionalmente l'intervallo di tempo che va dalla fondazione di Roma, tradizionalmente fissata per il 21 aprile del 753 a.C., fino al termine della Prima guerra punica, con cui Roma assume il dominio dell'intera penisola italica. Nel 240 a.C. Livio Andronico, liberto di stirpe greca, fece rappresentare la prima vera opera teatrale della latinità, per celebrare la vittoria romana della Prima guerra punica. Il motivo principale secondo cui la letteratura...

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Didascalia alternativa:

latina nacque solo cinquecento anni dopo la fondazione della città, risiederebbe nel fatto che Roma rimase per molti secoli un piccolo Stato agricolo, fondato su un'aristocrazia di piccoli proprietari terrieri in una società altamente militarizzata. Le continue guerre per il dominio di nuovi territori, mal si conciliava, infatti, con lo sviluppo della fantasia e la creatività letteraria. La letteratura latina poté, pertanto, nascere solo quando Roma ebbe il sopravvento sull'intera Italia peninsulare, e quindi su molte città della Magna Grecia, che furono inglobate insieme alla loro cultura ellenistica (vedi guerre pirriche) e quindi Roma, dopo la conquista della Magna Grecia, ebbe un contatto prima di scontro e poi di incontro con gente di cultura greca. In effetti le forme della letteratura latina sono per la maggior parte derivate da quella greca. Ciò non significa che la letteratura latina non riuscì, col tempo, ad affermare una sua propria originalità, certamente partendo da una prima fase di imitazione di quanto i Greci erano riusciti a costruire in secoli della loro storia. Vero è anche che la letteratura latina fu influenzata non solo dai Greci del Sud della penisola italica, ma anche dagli Etruschi (a Nord), che dominarono Roma per almeno un secolo. Questi ultimi, influenzarono enormemente la città latina, soprattutto nella concezione religiosa, ossessionati com'erano dal pensiero della morte, dall'oltretomba, immaginato con caratteri assai spaventosi, oltreché dall'arte degli aruspici e degli auguri. Lingua e primi documenti linguistici La lingua latina, appartenente al ceppo occidentale delle lingue indoeuropee, nacque come parlata regionale del Latium, ma si estese poi alle terre sotto il dominio di Roma, arricchendosi tramite gli influssi italici, etruschi e greci. L'alfabeto latino, che iniziò a diffondersi attorno al VII secolo, come testimoniano le iscrizioni ritrovate su alcuni oggetti di uso quotidiano o su lastre di pietra, derivò da quello greco di Cuma tramite la mediazione degli Etruschi; la scrittura, inizialmente da destra verso sinistra, assunse gradualmente andamento bustrofedico per poi divenire definitivamente orientata da sinistra verso destra. 1 Tra VII e VI secolo a.C., sotto il regno dei Tarquini, la diffusione della scrittura conobbe un forte impulso; Roma tuttavia rimase fino alla fine dell'età regia sostanzialmente bilingue, con la coesistenza della lingua etrusca accanto al latino. È attestata, attorno al IV secolo a.C., la presenza nell'Urbe di scribae professionisti, al servizio dei magistrati incaricati dell'amministrazione statale; contemporaneamente, la lingua latina era adoperata per scopi di natura giuridica o sacrale, seppure non esistesse una reale cultura letteraria. Caratteristica di tale lingua, ancora instabile sul piano della grafia, era la sintassi semplice ed elementare, prevalentemente paratattica. L'origine dei vocaboli, talvolta derivati direttamente dalle lingue dei popoli limitrofi, era quella rurale e agreste; solo nel III secolo a.C., tramite il contatto con la letteratura e la filosofia greca, il latino poté acquisire un vocabolario tecnico e concettuale più ampio e complesso. Nella Roma arcaica del VII secolo a.C. era già diffusa la scrittura, sia per uso privato che pubblico: a testimoniarlo sono i rari documenti epigrafici rinvenuti, scritti in maniera poco chiara con caratteri alfabetici di derivazione greca, a conferma dell'influenza che ebbero le città della Magna Grecia sulla cultura romana. Esempi dei primi documenti linguistici latini sono l'iscrizione bustrofedica (da destra a sinistra e viceversa, come il solco di aratro trainato da buoi) del lapis niger, scoperto nel Foro romano nel 1899; l'iscrizione del vaso di Dueno, scoperto nel 1880 e risalente al VI secolo a.C.; il lapis Satricanus, una pietra proveniente dall'antica città di Satricum (Lazio meridionale) che riporta una dedica di un dono votivo Mamartei, "a Marte". Più recenti sono la coppa di Civita Castellana (V-IV secolo a.C.) e la Cista Ficoroni (IV-III secolo a.C.), che riportano iscrizioni facilmente decifrabili rispetto a quelle più arcaiche. [¹4] La fibula Praenestina, invece, che reca un'iscrizione da destra a sinistra in caratteri grecizzanti e che un tempo veniva datata ad una data anteriore al VI secolo a.C., è stata considerata un falso dall'archeologa fiorentina Margherita Guarducci. Produzione di documenti preletterari Sono considerati documenti preletterari alcuni testi latini arcaici, orali e scritti, rinvenuti per via epigrafica su vari supporti, oppure tramandati per via letteraria, che risalgono a un'epoca compresa tra gli inizi documentati della lingua latina e la fine del III secolo a.C.. I documenti letterari di questo lungo periodo possono essere, poi, suddivisi in documenti ufficiali (in prevalenza di natura religiosa) e documenti privati (tra cui le iscrizioni funebri). [¹2] Si tratta di testi di vario genere, alcuni definibili "protoletterari", altri di carattere puramente occasionale, non facenti parte delle prime opere della letteratura latina, la cui nascita coinciderebbe con le prime opere scritte di Livio Andronico (metà del III secolo a.C.). I testi latini arcaici propriamente detti testimoniano in modo più o meno fedele le fasi linguistiche più arcaiche del latino. L'arco cronologico di queste attestazioni non si spinge oltre il 240 a.C., ritenuta solitamente la data approssimativa dell'inizio della letteratura latina. FORME ORALI TESTI RELIGIOSI Carmina Il carmen (da canere= cantare) era una forma religiosa in versi, in bilico tra poesia e prosa, caratterizzata da ripetizioni foniche, utilizzata presso i Romani per accompagnare un rito in tono solenne e dal carattere propiziatorio, augurale. In latino il termine Carmen va spesso a indicare generi diversi dalla poesia, come i responsi profetici, le formule magiche o di incantesimo. Pertanto i poeti che definivano la propria poesia carmen potevano voler indicare una connessione con un ambito magico-sacrale. Perfino le sentenze delle leggi delle XII tavole furono definite carmina. 2 Venivano trasmessi oralmente di generazione in generazione. Di questa produzione, che doveva costituire un patrimonio assai consistente, conosciamo soltanto alcuni testi che sono stati messi per iscritto in età molto più tarda rispetto alla loro origine. Essi sono documenti preziosi di cerimonie e riti più antichi e s'inquadrano in una concezione pragmatica, utilitaristica e formalistica della religione. Ricordiamo il Carmen Lustrale, Carmen Arvale e il Carmen Saliare. Il Carmen Lustrale era un carme preletterario latino consistente in una preghiera rituale del culto privato rivolta al dio Marte, dove il pater familias rivolgeva alla divinità questa preghiera per ottenerne, in cambio, la protezione e la purificazione (lustratio) degli arva, i campi coltivati, dalle forze e dagli spiriti maligni. Il Carmen Arvale era un canto liturgico tradizionale dei Fratelli Arvali (Fratres Arvales), un antico collegio sacerdotale romano, recitato come purificazione dei campi (Ambarvalia)agli inizi di maggio oppure recitato a marzo e ottobre, periodo di inizio e fine delle campagne militari, dai sacerdoti Salii (conosciuti anche come i "sacerdoti saltellanti"), per ingraziarsi il favore degli di Marte. In quest'ultimo rito i sacerdoti, eseguivano le loro danze sacre e cantavano danzando e percuotendo i loro dodici scudi sacri (ancilia). TESTI CELEBRATIVI E PRIVATI Carmina convivalia venivano poi chiamati quei canti, in versi saturni, che venivano intonati durante i banchetti di famiglie aristocratiche per celebrare le glorie degli antenati della gens oppure i Carmina triumphalia, che venivano improvvisati dai soldati, per inneggiare il trionfo del loro comandante vittorioso. Il Carmen Nelei (Carme di Néleo), composizione drammatica, era un'anonima opera letteraria mitologica latina di età arcaica, di cui restano pochi frammenti. Si trattava di un carmen convivalium testo di argomento prevalentemente epico o leggendario che veniva recitato durante i banchetti presso le case delle più prestigiose famiglie romane, di cui abbiamo notizia, assieme al Carmen Priami. A differenza del Carmen Priami (che narrava della presa di Troia, collegandosi alle leggendarie origini di Roma), il Carmen Nelei non era composto di versi saturni, ma di senari giambici. Non è possibile stabilire con sicurezza quando l'opera fu scritta, probabilmente tra il III e il II secolo a.C., tuttavia essa testimonia l'esistenza di una materia epica a Roma anche nella fase preletteraria. Laudationes funebres La laudatio funebris (lett. lode funebre) era l'orazione che veniva pronunciata presso i romani in memoria di un defunto, durante la cerimonia funebre. Il rito del funerale prevedeva più fasi, tra cui una processione durante la quale i familiari del defunto esponevano le imagines dei loro antenati, mentre donne appositamente pagate (praeficae) intonavano i lamenti funebri, detti neniae e spesse volte urlavano e si si graffiavano le guance e si strappavano i capelli in segno di disperazione per il lutto. Vi era quindi la laudatio, recitata normalmente da parte del figlio del defunto o di un suo parente, che esaltava anche la gens di partenenza. IL TEATRO PRELETTERARIO Nel mondo greco-italico si assiste alla fioritura di spettacoli teatrali fin dal VI secolo a.C. nei quali prevale l'aspetto buffonesco. In Magna Grecia e Sicilia dalla fine del V al III secolo a.C. si diffonde la farsa fliacica, commedia popolare, in gran parte improvvisata in cui gli attori-mimi erano provvisti di costumi e maschere caricaturali. Tutto quello che ne è rimasto sono le raffigurazioni su vasi, ritrovate nei pressi di Taranto, il cui studio ha permesso solo una parziale ricostruzione del genere. Nel 364 a.C., durante i ludi romani fu introdotta per la prima volta nel programma della festa una forma di teatro originale, costituita da una successione di scenette farsesche, contrasti, parodie, canti e danze. Tito Livio, in Ab Urbe condita libri, racconta come in quell'anno (364 a.C.) i Romani, non riuscendo a debellare una pestilenza, decisero di inserire, per placare l'ira divina, anche ludi scenici, 3 per i quali fecero venire appositamente dei ludiones (cioè artisti e danzatori), dall'Etruria. Queste manifestazioni, per lo più considerate come bassi divertimenti popolari, subirono la severità dei legislatori dell'epoca. Il carattere licenzioso e gli attacchi a personalità di spicco dell'epoca incorsero nello sfavore delle autorità, che misero dei limiti a queste rappresentazioni, con leggi austere a difesa dei costumi romani e persino la proibizione di posti a sedere nei teatri. Atellana L'Atellana, farsa popolaresca di origine osca, fu importata a Roma nel 391 a.C. da Atella, città campana: prevedeva maschere ed era caratterizzata dall'improvvisazione degli attori su un canovaccio. Era uno spettacolo in cui gli attori interpretavano di solito quattro ruoli fissi, improvvisando su un intreccio di base (trica): il vecchio stupido (Pappus), lo scimunito (Maccus), il cialtrone (Bucco), il gobbo furbo (Dossennus). Le atellane ebbero molto successo a Roma, esercitando un'influenza notevole sulla successiva produzione teatrale. Fescennini I versi fascennini, tipicamente popolari, erano la più antica forma di arte drammatica presso i Romani. Di derivazione etrusca, non ebbero mai una vera e propria evoluzione teatrale, ma contribuirono alla nascita di una drammaturgia latina. Secondo il grammatico Festo, il termine "fescennini" avrebbe due diverse origini. Secondo la prima, esso deriverebbe dalla città di Fescennium, al confine fra Etruria e Lazio, dove si svolgevano feste agresti per il raccolto ed era radicato l'uso di festeggiare per l'abbondanza del raccolto scambiandosi dei versi in forma sboccata e licenziosa, come ringraziamento alla divinità fallica. Per la seconda, invece, il nome avrebbe origine da fascinum, che significa al tempo stesso "malocchio" e "membro virile", in riferimento alle maledizioni che venivano lanciate sui carri (che trasportavano l'uva) degli altri agricoltori durante la vendemmia. Questo genere letterario sarebbe quindi il risultato o dell'influenza etrusca nella cultura romana o il tentativo di esorcizzare il forte timore che i romani avevano per il malocchio scherzando su di esso ed irridendolo con il fallo. Satura drammatica Lo spirito farsesco dei fescennini e delle rappresentazioni di musica e danza etrusche generò la prima forma drammaturgica latina di cui abbiamo notizia: la satura. "Satura quidem tota nostra est" (Institutio oratoria, X, 1.93), diceva con orgoglio Quintiliano nel I secolo: rispetto ad altri generi importati, la satira (letteralmente miscuglio) è totalmente romana. Questo genere consisteva in una rappresentazione teatrale mista di danze, musica e recitazione. FORME SCRITTE Iscrizioni La più famosa iscrizione del periodo rimane quella del Lapis Niger nel Foro romano a Roma (dove si dice che sia morto Romolo e poi asceso al cielo con il nome di Quirino), su un cippo mutilo a forma piramidale in un alfabeto latino arcaico, cioè coi caratteri alfabetici di derivazione greco-etrusca, con andamento bustrofedico (alternativamente, da sinistra a destra e da destra a sinistra, come si muovono i buoi quando arano il campo). Si tratta di una prescrizione di carattere religioso, forse un divieto di passaggio sul luogo, pena altrimenti la consacrazione agli dèi inferi (SAKROS ESED, vi si legge, cioè SACER SIT); probabilmente esisteva nel sito un antico sepolcro incluso ormai nell'abitato, che non doveva essere profanato per nessun motivo. Fino alla dimostrazione di falso storico di fine 800 (e non risalente al VII-VI sec. a.C.), anche se studi più recenti ne dimostrano il contrario, della Fibula praenestina, una spilla rinvenuta a 4 Palestrina, l'antica Preneste, questa è sembrata essere la più antica iscrizione latina mai rinvenuta, risultando di ardua comprensione. A queste iscrizioni possiamo aggiungere quelle incise su vasellame: il Vaso di Duenos (forse si voleva indicare l'aggettivo bonus), vaso d'argilla dato dall'unione di tre vasetti, risalente al VI o V sec. a.C. e la Cista Ficoroni, datata IV sec. a.C., così detta dal cognome dello scopritore, un vaso cilindrico di bronzo, forse urna cineraria, con un'iscrizione riportata sul coperchio. Hentbe HEMEDD Fibula prenestina 16 161104 Il vaso di Dueno 5

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Ciò non significa che la letteratura latina non riuscì, col tempo, ad affermare una sua propria originalità, certamente partendo da una prima fase di imitazione di quanto i Greci erano riusciti a costruire in secoli della loro storia. Vero è anche che la letteratura latina fu influenzata non solo dai Greci del Sud della penisola italica, ma anche dagli Etruschi (a Nord), che dominarono Roma per almeno un secolo. Questi ultimi, influenzarono enormemente la città latina, soprattutto nella concezione religiosa, ossessionati com'erano dal pensiero della morte, dall'oltretomba, immaginato con caratteri assai spaventosi, oltreché dall'arte degli aruspici e degli auguri. Lingua e primi documenti linguistici La lingua latina, appartenente al ceppo occidentale delle lingue indoeuropee, nacque come parlata regionale del Latium, ma si estese poi alle terre sotto il dominio di Roma, arricchendosi tramite gli influssi italici, etruschi e greci. L'alfabeto latino, che iniziò a diffondersi attorno al VII secolo, come testimoniano le iscrizioni ritrovate su alcuni oggetti di uso quotidiano o su lastre di pietra, derivò da quello greco di Cuma tramite la mediazione degli Etruschi; la scrittura, inizialmente da destra verso sinistra, assunse gradualmente andamento bustrofedico per poi divenire definitivamente orientata da sinistra verso destra. 1 Tra VII e VI secolo a.C., sotto il regno dei Tarquini, la diffusione della scrittura conobbe un forte impulso; Roma tuttavia rimase fino alla fine dell'età regia sostanzialmente bilingue, con la coesistenza della lingua etrusca accanto al latino. È attestata, attorno al IV secolo a.C., la presenza nell'Urbe di scribae professionisti, al servizio dei magistrati incaricati dell'amministrazione statale; contemporaneamente, la lingua latina era adoperata per scopi di natura giuridica o sacrale, seppure non esistesse una reale cultura letteraria. Caratteristica di tale lingua, ancora instabile sul piano della grafia, era la sintassi semplice ed elementare, prevalentemente paratattica. L'origine dei vocaboli, talvolta derivati direttamente dalle lingue dei popoli limitrofi, era quella rurale e agreste; solo nel III secolo a.C., tramite il contatto con la letteratura e la filosofia greca, il latino poté acquisire un vocabolario tecnico e concettuale più ampio e complesso. Nella Roma arcaica del VII secolo a.C. era già diffusa la scrittura, sia per uso privato che pubblico: a testimoniarlo sono i rari documenti epigrafici rinvenuti, scritti in maniera poco chiara con caratteri alfabetici di derivazione greca, a conferma dell'influenza che ebbero le città della Magna Grecia sulla cultura romana. Esempi dei primi documenti linguistici latini sono l'iscrizione bustrofedica (da destra a sinistra e viceversa, come il solco di aratro trainato da buoi) del lapis niger, scoperto nel Foro romano nel 1899; l'iscrizione del vaso di Dueno, scoperto nel 1880 e risalente al VI secolo a.C.; il lapis Satricanus, una pietra proveniente dall'antica città di Satricum (Lazio meridionale) che riporta una dedica di un dono votivo Mamartei, "a Marte". Più recenti sono la coppa di Civita Castellana (V-IV secolo a.C.) e la Cista Ficoroni (IV-III secolo a.C.), che riportano iscrizioni facilmente decifrabili rispetto a quelle più arcaiche. [¹4] La fibula Praenestina, invece, che reca un'iscrizione da destra a sinistra in caratteri grecizzanti e che un tempo veniva datata ad una data anteriore al VI secolo a.C., è stata considerata un falso dall'archeologa fiorentina Margherita Guarducci. Produzione di documenti preletterari Sono considerati documenti preletterari alcuni testi latini arcaici, orali e scritti, rinvenuti per via epigrafica su vari supporti, oppure tramandati per via letteraria, che risalgono a un'epoca compresa tra gli inizi documentati della lingua latina e la fine del III secolo a.C.. I documenti letterari di questo lungo periodo possono essere, poi, suddivisi in documenti ufficiali (in prevalenza di natura religiosa) e documenti privati (tra cui le iscrizioni funebri). [¹2] Si tratta di testi di vario genere, alcuni definibili "protoletterari", altri di carattere puramente occasionale, non facenti parte delle prime opere della letteratura latina, la cui nascita coinciderebbe con le prime opere scritte di Livio Andronico (metà del III secolo a.C.). I testi latini arcaici propriamente detti testimoniano in modo più o meno fedele le fasi linguistiche più arcaiche del latino. L'arco cronologico di queste attestazioni non si spinge oltre il 240 a.C., ritenuta solitamente la data approssimativa dell'inizio della letteratura latina. FORME ORALI TESTI RELIGIOSI Carmina Il carmen (da canere= cantare) era una forma religiosa in versi, in bilico tra poesia e prosa, caratterizzata da ripetizioni foniche, utilizzata presso i Romani per accompagnare un rito in tono solenne e dal carattere propiziatorio, augurale. In latino il termine Carmen va spesso a indicare generi diversi dalla poesia, come i responsi profetici, le formule magiche o di incantesimo. Pertanto i poeti che definivano la propria poesia carmen potevano voler indicare una connessione con un ambito magico-sacrale. Perfino le sentenze delle leggi delle XII tavole furono definite carmina. 2 Venivano trasmessi oralmente di generazione in generazione. Di questa produzione, che doveva costituire un patrimonio assai consistente, conosciamo soltanto alcuni testi che sono stati messi per iscritto in età molto più tarda rispetto alla loro origine. Essi sono documenti preziosi di cerimonie e riti più antichi e s'inquadrano in una concezione pragmatica, utilitaristica e formalistica della religione. Ricordiamo il Carmen Lustrale, Carmen Arvale e il Carmen Saliare. Il Carmen Lustrale era un carme preletterario latino consistente in una preghiera rituale del culto privato rivolta al dio Marte, dove il pater familias rivolgeva alla divinità questa preghiera per ottenerne, in cambio, la protezione e la purificazione (lustratio) degli arva, i campi coltivati, dalle forze e dagli spiriti maligni. Il Carmen Arvale era un canto liturgico tradizionale dei Fratelli Arvali (Fratres Arvales), un antico collegio sacerdotale romano, recitato come purificazione dei campi (Ambarvalia)agli inizi di maggio oppure recitato a marzo e ottobre, periodo di inizio e fine delle campagne militari, dai sacerdoti Salii (conosciuti anche come i "sacerdoti saltellanti"), per ingraziarsi il favore degli di Marte. In quest'ultimo rito i sacerdoti, eseguivano le loro danze sacre e cantavano danzando e percuotendo i loro dodici scudi sacri (ancilia). TESTI CELEBRATIVI E PRIVATI Carmina convivalia venivano poi chiamati quei canti, in versi saturni, che venivano intonati durante i banchetti di famiglie aristocratiche per celebrare le glorie degli antenati della gens oppure i Carmina triumphalia, che venivano improvvisati dai soldati, per inneggiare il trionfo del loro comandante vittorioso. Il Carmen Nelei (Carme di Néleo), composizione drammatica, era un'anonima opera letteraria mitologica latina di età arcaica, di cui restano pochi frammenti. Si trattava di un carmen convivalium testo di argomento prevalentemente epico o leggendario che veniva recitato durante i banchetti presso le case delle più prestigiose famiglie romane, di cui abbiamo notizia, assieme al Carmen Priami. A differenza del Carmen Priami (che narrava della presa di Troia, collegandosi alle leggendarie origini di Roma), il Carmen Nelei non era composto di versi saturni, ma di senari giambici. Non è possibile stabilire con sicurezza quando l'opera fu scritta, probabilmente tra il III e il II secolo a.C., tuttavia essa testimonia l'esistenza di una materia epica a Roma anche nella fase preletteraria. Laudationes funebres La laudatio funebris (lett. lode funebre) era l'orazione che veniva pronunciata presso i romani in memoria di un defunto, durante la cerimonia funebre. Il rito del funerale prevedeva più fasi, tra cui una processione durante la quale i familiari del defunto esponevano le imagines dei loro antenati, mentre donne appositamente pagate (praeficae) intonavano i lamenti funebri, detti neniae e spesse volte urlavano e si si graffiavano le guance e si strappavano i capelli in segno di disperazione per il lutto. Vi era quindi la laudatio, recitata normalmente da parte del figlio del defunto o di un suo parente, che esaltava anche la gens di partenenza. IL TEATRO PRELETTERARIO Nel mondo greco-italico si assiste alla fioritura di spettacoli teatrali fin dal VI secolo a.C. nei quali prevale l'aspetto buffonesco. In Magna Grecia e Sicilia dalla fine del V al III secolo a.C. si diffonde la farsa fliacica, commedia popolare, in gran parte improvvisata in cui gli attori-mimi erano provvisti di costumi e maschere caricaturali. Tutto quello che ne è rimasto sono le raffigurazioni su vasi, ritrovate nei pressi di Taranto, il cui studio ha permesso solo una parziale ricostruzione del genere. Nel 364 a.C., durante i ludi romani fu introdotta per la prima volta nel programma della festa una forma di teatro originale, costituita da una successione di scenette farsesche, contrasti, parodie, canti e danze. Tito Livio, in Ab Urbe condita libri, racconta come in quell'anno (364 a.C.) i Romani, non riuscendo a debellare una pestilenza, decisero di inserire, per placare l'ira divina, anche ludi scenici, 3 per i quali fecero venire appositamente dei ludiones (cioè artisti e danzatori), dall'Etruria. Queste manifestazioni, per lo più considerate come bassi divertimenti popolari, subirono la severità dei legislatori dell'epoca. Il carattere licenzioso e gli attacchi a personalità di spicco dell'epoca incorsero nello sfavore delle autorità, che misero dei limiti a queste rappresentazioni, con leggi austere a difesa dei costumi romani e persino la proibizione di posti a sedere nei teatri. Atellana L'Atellana, farsa popolaresca di origine osca, fu importata a Roma nel 391 a.C. da Atella, città campana: prevedeva maschere ed era caratterizzata dall'improvvisazione degli attori su un canovaccio. Era uno spettacolo in cui gli attori interpretavano di solito quattro ruoli fissi, improvvisando su un intreccio di base (trica): il vecchio stupido (Pappus), lo scimunito (Maccus), il cialtrone (Bucco), il gobbo furbo (Dossennus). Le atellane ebbero molto successo a Roma, esercitando un'influenza notevole sulla successiva produzione teatrale. Fescennini I versi fascennini, tipicamente popolari, erano la più antica forma di arte drammatica presso i Romani. Di derivazione etrusca, non ebbero mai una vera e propria evoluzione teatrale, ma contribuirono alla nascita di una drammaturgia latina. Secondo il grammatico Festo, il termine "fescennini" avrebbe due diverse origini. Secondo la prima, esso deriverebbe dalla città di Fescennium, al confine fra Etruria e Lazio, dove si svolgevano feste agresti per il raccolto ed era radicato l'uso di festeggiare per l'abbondanza del raccolto scambiandosi dei versi in forma sboccata e licenziosa, come ringraziamento alla divinità fallica. Per la seconda, invece, il nome avrebbe origine da fascinum, che significa al tempo stesso "malocchio" e "membro virile", in riferimento alle maledizioni che venivano lanciate sui carri (che trasportavano l'uva) degli altri agricoltori durante la vendemmia. Questo genere letterario sarebbe quindi il risultato o dell'influenza etrusca nella cultura romana o il tentativo di esorcizzare il forte timore che i romani avevano per il malocchio scherzando su di esso ed irridendolo con il fallo. Satura drammatica Lo spirito farsesco dei fescennini e delle rappresentazioni di musica e danza etrusche generò la prima forma drammaturgica latina di cui abbiamo notizia: la satura. "Satura quidem tota nostra est" (Institutio oratoria, X, 1.93), diceva con orgoglio Quintiliano nel I secolo: rispetto ad altri generi importati, la satira (letteralmente miscuglio) è totalmente romana. Questo genere consisteva in una rappresentazione teatrale mista di danze, musica e recitazione. FORME SCRITTE Iscrizioni La più famosa iscrizione del periodo rimane quella del Lapis Niger nel Foro romano a Roma (dove si dice che sia morto Romolo e poi asceso al cielo con il nome di Quirino), su un cippo mutilo a forma piramidale in un alfabeto latino arcaico, cioè coi caratteri alfabetici di derivazione greco-etrusca, con andamento bustrofedico (alternativamente, da sinistra a destra e da destra a sinistra, come si muovono i buoi quando arano il campo). Si tratta di una prescrizione di carattere religioso, forse un divieto di passaggio sul luogo, pena altrimenti la consacrazione agli dèi inferi (SAKROS ESED, vi si legge, cioè SACER SIT); probabilmente esisteva nel sito un antico sepolcro incluso ormai nell'abitato, che non doveva essere profanato per nessun motivo. Fino alla dimostrazione di falso storico di fine 800 (e non risalente al VII-VI sec. a.C.), anche se studi più recenti ne dimostrano il contrario, della Fibula praenestina, una spilla rinvenuta a 4 Palestrina, l'antica Preneste, questa è sembrata essere la più antica iscrizione latina mai rinvenuta, risultando di ardua comprensione. A queste iscrizioni possiamo aggiungere quelle incise su vasellame: il Vaso di Duenos (forse si voleva indicare l'aggettivo bonus), vaso d'argilla dato dall'unione di tre vasetti, risalente al VI o V sec. a.C. e la Cista Ficoroni, datata IV sec. a.C., così detta dal cognome dello scopritore, un vaso cilindrico di bronzo, forse urna cineraria, con un'iscrizione riportata sul coperchio. Hentbe HEMEDD Fibula prenestina 16 161104 Il vaso di Dueno 5