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Giovanni Verga e opere

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La vita
Giovanni Verga
Nasce a Catania nel 1840 da una famiglia di agiati proprietari terrieri. Compì i primi
studi presso maestri privati,
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Ciclo dei Vintine e Novelle Rusticane

Un racconto di lotta per il possesso e la degenerazione morale nel mondo contadino siciliano, con un protagonista avido e solitario.

La vita Giovanni Verga Nasce a Catania nel 1840 da una famiglia di agiati proprietari terrieri. Compì i primi studi presso maestri privati, influenzato dal Romanticismo. A 18 anni si iscrisse alla facoltà di legge ma la lasciò per dedicarsi agli studi letterari e al giornalismo politico. I testi su cui si forma il suo gusto sono, più che i classici italiani e latini, quelli di scrittori francesi moderni. Per diventare un autentico scrittore e venire a contatto con la società letteraria italiana, nel 1869 si reca a Firenze. Nel 1872, ancora legato al tema romantico, a Milano entra a contatto con gli ambienti della Scapigliatura. Nel 1878 avviene la svolta verso il Verismo con la pubblicazione di Rosso Malpelo. Seguono Vita dei campi, nel 1881 il primo romanzo del ciclo dei vinti, I Malavoglia, poi le Novelle rusticane e Per le vie, il dramma Cavalleria rusticana e le novelle di Vagabondaggio. Nel 1889 il secondo romanzo del ciclo, Mastro-don Gesualdo. Negli anni successivi Verga lavora al terzo, La duchessa de Leyra ma non riesce a ultimarlo. Nel 1893 si trasferisce definitivamente a Catania e dopo il 1903, anno del suo ultimo dramma, Dal tuo al mio, si chiude in un silenzio totale dedicandosi alla cura dell'attività agricola e ossessionato dalle preoccupazioni economiche. Muore nel 1922, l'anno che...

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Stefano S, utente iOS

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Susanna, utente iOS

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Didascalia alternativa:

vedrà la marcia su Roma e la salita al potere del fascismo. La svolta verista Nel 1878 esce Rosso Malpelo, la storia di un garzone di miniera che vive in un ambiente duro e disumano, narrata con un linguaggio che riproduce il modo di raccontare di una narrazione popolare. è la prima opera ispirata ad una rigorosa impersonalità. Cioè deve conferire al racconto l'impronta di cosa realmente avvenuta, ma non basta che ciò che è accaduto sia reale e documentato: deve essere raccontato in modo da porre il lettore 'faccia a faccia col fatto nudo e schietto' in modo che abbia l'impressione di vederlo con gli occhi dello scrittore. Per questo lo scrittore deve eclissarsi, cioè non deve comparire nel narrato con le sue reazioni soggettive, riflessioni, spiegazioni, come nella narrativa tradizionale. L'opera dovrà sembrare essersi fatta da sé. Il lettore avrà l'impressione di assistere ai fatti che si stanno svolgendo sotto i suoi occhi, deve essere introdotto nel mezzo degli avvenimenti senza qualcuno che gli spieghi gli antefatti e tracci un profilo dei personaggi. Per questo Verga ammette che può creare un po' di confusione alle prime pagine: però man mano che i personaggi si fanno conoscere attraverso le loro azioni e parole il loro carattere e la storia si rivela al lettore. Verga sa bene che l'impersonalità è solo un processo espressivo adottato per avere certi effetti e che dietro c'è pur sempre l'artista che mette in atto quei procedimenti per dare una determinata impressione. Il pensiero Alla base del pensiero di Verga c'è una concezione pessimistica della realtà, secondo cui la vita è mossa da un cieco meccanismo ed è vista come una dura lotta per la sopravvivenza in cui i più forti prevalgono sui più deboli. La lotta per la sopravvivenza, regolata dalla legge del più forte è una legge di natura che, proprio per questo, è immodificabile e necessaria. Come conseguenza è impossibile elevarsi, sia economicamente sia socialmente. I Malavoglia dell'omonimo romanzo cercano di abbandonare la loro condizione di pescatori per diventare commercianti, ma falliscono drammaticamente. Gesualdo Motta, dopo essersi arricchito, tenta di unirsi all'aristocrazia ma riceve solo odio e disprezzo. Il mondo di Verga è fatto da esigenze materiali sempre uguali, da tradizioni arcaiche e da una rigida gerarchia sociale. Se il mondo è immutabile e il cambiamento è impossibile, è illegittimo anche qualsiasi giudizio da parte dell'autore sulla vicenda raccontata. La realtà è governata da una legge di natura crudele e immutabile, a cui non ci sono alternative. Lo scrittore, quindi, può solo fotografare la realtà nei suoi meccanismi fondamentali. A differenza di Zola, Verga non si propone di denunciare la condizione delle classi sociali più svantaggiate. Il verismo, piuttosto, si limita a studiare e rappresentare la realtà per come è. Ciò però non significa che Verga fosse indifferente a certi temi sociali. La sua attenzione si concentra sui vinti, sulle classi sociali più umili, di cui lo scrittore parla con un linguaggio lucido e disincantato. Lontano da ogni forma di pietismo e di mitizzazione, fornisce una rappresentazione dura della realtà. Guarda però al presente e al futuro senza alcuna speranza di miglioramento: critica la società borghese ma rinuncia a ogni tentativo di lotta sociale. Da questo punto di vista risulta ancora legato alla mentalità siciliana dell'epoca, profondamente tradizionalista e fatalista. Il pessimismo di Verga è strettamente collegato al suo punto di vista materialista, che nega ogni trascendenza. Nelle sue opere non ci sono né Dio né provvidenza, così come manca completamente la fiducia che sulla terra possa realizzarsi un futuro migliore, che l'uomo può conquistarsi con i suoi sforzi. Coloro che tentano di rompere con il passato e con il loro retaggio finiscono per diventare dei vinti. La moralità e la saggezza consiste invece nell'accettare con rassegnazione il proprio destino. La lingua Verga cerca di raggiungere una rigorosa aderenza al parlato delle classi popolari ricorrendo al discorso indiretto libero. Nelle sue opere tornano inoltre espressioni e termini dialettali (anche volgari), conservando così la propria corrispondenza con il mondo reale. È da sottolineare che Verga non sceglie di scrivere in dialetto, né si usare in letteratura una vera e propria lingua parlata. Una scelta simile, infatti, avrebbe ristretto la diffusione delle sue opere. Usa piuttosto una lingua italiana in cui inserisce espressioni, vocaboli e strutture sintattiche tipiche della parlata siciliana. Rosso Malpelo Temi: - Rosso Malpelo è una novella scritta da Giovanni Verga. Racconta la storia di un giovane ragazzo che lavora in una cava di sabbia in Sicilia. Aveva i capelli rossi che, all'epoca, erano considerati un segno di malvagità. Dopo aver detto addio al padre e all'amico Ranocchio, anche Rosso Malpelo muore. Il personaggio di Malpelo. Rosso Malpelo è un ragazzo di cui quasi tutti ignorano il vero nome, al punto che persino la mamma lo ha quasi dimenticato. Tutti, infatti, lo chiamavano Malpelo per via dei suoi capelli rossi. Stando alle credenze popolari, infatti, i capelli rossi sono indice di cattiveria. Trascurato e maltrattato da tutti, madre e sorella comprese, Malpelo cresce rassicurato solo dal padre, che lo difende spesso, con cui lavora presso una cava di rena. La morte del padre. Le cose precipitano quando l'uomo, Mastro Misciu detto Bestia, accetta di abbattere un pilastro considerato ormai inutile. Si tratta di un incarico molto pericoloso, accettato solo per bisogno di denaro, che finisce con il costargli la vita malgrado gli sforzi compiuti dal figlio per liberarlo dalle macerie. Il lutto segna profondamente Malpelo, che decide di meritarsi definitivamente la nomina dovuta al suo aspetto e inizia effettivamente a comportarsi in modo cattivo con tutti e ad avere comportamenti violenti di vario tipo arrivando anche a picchiare il vecchio asino. Il rapporto con Ranocchio. La sua solitudine fatta solo di duro lavoro, però, non è destinata a durare, perché alla cava arriva Ranocchio: un ragazzo con un femore lussato molto gracile e inesperto. Tra i due nasce uno strano legame: Malpelo maltratta il nuovo arrivato e si rivolge spesso a lui in modo violento ma, d'altro canto, fa di tutto per proteggerlo dandogli il proprio cibo e svolgendo al suo posto le mansioni più pesanti. Il tempo trascorre in questo modo fino a che il cadavere di Mastro Misciu non viene ritrovato consentendo al ragazzo di recuperare almeno gli attrezzi da lavoro del padre, che decide di tenere come ricordo. Si tratta di una temporanea consolazione: Ranocchio, malato di tisi, dopo essere finito a terra per via di una spinta del suo compagno di lavoro, peggiora e, nonostante gli sforzi dell'amico che gli porta vino e minestra nel tentativo di farlo riprendere, muore. La conclusione. Ora Malpelo è definitivamente solo. La madre e la sorella sono andate a vivere altrove e a lui non resta che lavorare nella cava dove le giornate sono molto dure. Senza nessuno che si prende cura di lui, il ragazzo accetta di svolgere le mansioni più rischiose al punto che un giorno, portando con sé gli attrezzi del padre, scompare durante un'esplorazione del sottosuolo alla ricerca di un pozzo. Inghiottito dalla terra Malpelo scompare lasciando ai ragazzi una pesante eredità: la paura che il suo fantasma si aggiri per la cava "coi capelli rossi e gli occhiacci grigi". I Malavoglia Il romanzo è frutto di un lungo lavoro di progettazione e stesura e rappresenta la prima tappa di quello che doveva essere il Ciclo dei vinti. In questo primo romanzo Verga parte dal livello sociale più basso e descrive la vita del villaggio di pescatori siciliano di Aci Trezza. Il romanzo rappresenta la fiumana del progresso che travolge i vinti, coloro che non riescono a stare al passo con la storia e con i cambiamenti. Nella storia il mondo tradizionale, rappresentato dai Malavoglia, si oppone alla logica economica moderna, rappresentata dagli altri abitanti del villaggio. Il romanzo narra la storia della famiglia Toscana, detta malignamente dal popolo "Malavoglia", una famiglia di pescatori del piccolo paese siciliano di Aci Trezza. Padron 'Ntoni è il capofamiglia e l'unità e l'economia familiare sono garantite dalla casa del nespolo e dal peschereccio, chiamato "La Provvidenza", ma una serie inarrestabile di disastri colpirà la famiglia. Il giovane Ntoni, nipote di Padron ‘Ntoni, deve partire per il servizio militare. A ciò si aggiunge una cattiva annata per la pesca e il bisogno di una dote per Mena, la figlia maggiore, che si deve sposare. Padron 'Ntoni decide allora di tentare la via del commercio, ma la Provvidenza - la barca che serve al sostentamento di tutta la famiglia - naufraga e muore Bastianazzo, figlio di Padron 'Ntoni e futuro capofamiglia. La nave era carica di lupini comprati a credito dall'usuraio Zio Crocefisso. Questo evento causa la rovina economica dei Malavoglia, che perdono anche la casa del nespolo. Poco dopo il colera uccide la madre. La Provvidenza, che era stata riparata, naufraga di nuovo, i membri della famiglia rimangono senza lavoro e sono costretti ad arrangiarsi con lavoretti poco redditizi. Intanto il giovane Ntoni, partito per il militare, entra in contatto con il mondo esterno. Finito il servizio militare si rifiuta di tornare a casa per dedicarsi al duro lavoro che le difficoltà economiche della famiglia gli orrebbe. Decide di dedicarsi al contrabbando e a una vita dissipata. Finisce in carcere dopo una rissa con la guardia che aveva tentato di sedurre la sorella Lia. L'altro nipote, Luca, muore durante la battaglia di Lissa del 1866. Lia, dopo l'episodio con la guardia, si sente disonorata e fugge a Catania, dove finisce per lavorare come prostituta. A causa di questo Mena non può più sposarsi. Il nucleo familiare è completamente distrutto e Padron 'Ntoni, ormai malato, si avvicina alla morte. Tuttavia, dopo tanti sacrifici, l'ultimo nipote, Alessi, riesce a ricomprare la casa del Nespolo e tenta di ricostruire il nucleo familiare senza però riuscirci: Padron 'Ntoni muore in ospedale, lontano dalla casa e dalla famiglia mentre il giovane 'Ntoni, uscito dal carcere, capisce di non poter più esser parte di quella vita e abbandona per sempre il paese natale. Mastro don Gesualdo Tra i romanzi dello scrittore siciliano Giovanni Verga, è certamente uno dei più noti, ed è il secondo del ciclo di romanzi detto Ciclo dei vinti. Pubblicato dall'autore verista nel 1889, ha richiesto a Giovanni Verga circa 9 anni di lavoro. Il romanzo è diviso in quattro parti ed è ambientato a Vizzini, paese natale di Giovanni Verga, e si apre con la scena di un incendio che sta distruggendo la casa dei nobili decaduti Trao. Tra chi accorre alla casa c'è anche Mastro don Gesualdo Motta, un muratore che si era arricchito attraverso la costruzione di mulini. TRAMA Mastro don Gesualdo, il quale punta all'elevazione sociale, vuole sposare una dei fratelli Trao: Bianca. Ci riuscirà ma finisce per soffrire di una sorta di esclusione: si sente escluso da una parte dal mondo aristocratico, e dall'altra dal mondo dal quale veniva. Insomma: se per gli aristocratici era sempre rimasto un mastro, per il popolo era diventato un don. Uno dei dolori maggiori gli è però arrecato dalla moglie e dalla figlia. Il nostro protagonista, infatti, non si sente amato dalla propria famiglia. Manda la figlia in un collegio per nobili e la vizia ma i due si allontanano quando la ragazza si innamora del cugino Corrado La Gurna. Alla fine mastro don Gesualdo si ritrova vedovo, lascia il paese a causa dei moti del 1848 e di un cancro incurabile e si stabilisce a vivere a casa della figlia, dove assiste alla dilapidazione delle sue stesse ricchezze. Con il romanzo Mastro don Gesualdo, Giovanni Verga rappresenta la decadenza dell'aristocrazia e tratteggia le caratteristiche dell'ascesa della borghesia contemporanea del suo tempo. Una borghesia votata all'individualismo e al materialismo. La sete di denaro di Gesualdo gli crea intorno il deserto nei rapporti affettivi. Gli eroi del Verga sono infatti i poveri e gli umili e se qualcuno come Gesualdo tenta di invertire le regole si troverà tutti contro, dai parenti agli amici, dai vicini a persino i familiari; attorno al cadavere del Mastro, infatti si svolge il chiacchiericcio persino dei servi, cosa che in una normale circostanza non si sarebbero mai permessi di fare. Riferimenti al pensiero nelle opere : Rosso malpelo = Si tratta di far presente al mondo tematiche quali la povertà nera e lo sfruttamento delle classi disagiate della Sicilia alla fine del XIX secolo. Il narratore, non essendo onnisciente, ma portavoce di un ambiente popolare primitivo e rozzo, non è depositario della verità, come i narratori tradizionali. Difatti ciò che dice del protagonista non è attendibile: il narratore non capisce i suoi sentimenti e il suo modo di agire, anzi, questo viene deformato e associato al pregiudizio. Se nella prima parte Malpelo è visto solo dall'esterno, dal punto di vista ottuso e malevolo del suo ambiente, nella seconda parte in lui si proietta il pessimismo dello scrittore, Rosso ha colto perfettamente l'essenza della legge del più forte che regola tutta la realtà e su questa presa di coscienza regola la sua condotta. I Malavoglia = è un finale emblematico: il personaggio inquieto, che aveva messo in crisi quel sistema, se ne distacca per sempre, allontanandosi verso la realtà del progresso delle grandi città. Se nella prima fase del verismo verga persisteva una componente nostalgica romantica per la realtà arcaica della campagna, poi, approdato ad un verismo pessimistico si rende conto che quello non è un mondo che scompare ma un mondo mitico, che non è mai esistito. Mastro Don Gesualdo = L'integrazione della casta a cui ambisce il Mastro che si fa Don, è un'operazione contorta, anacronistica, errata. C'è sempre la "roba", quella che con ambizione e fatica Gesualdo ha conquistato oltrepassando i suoi antagonisti nobili, quella protesa a soddisfare una relazione familiare - moglie, figlia, cognati, cugini - arida e ipocrita. Alla fine di tutti i tentativi per migliorare una posizione umana e sociale, si rende conto che ha fallito.