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parafrasi del mito di Deucalione e Pirra

 Parafrasi
Il mito di Deucalione e Pirra
Deucalione, figlio del titano Prometeo, e sua moglie Pirra sono scampati al
diluvio voluto da Giove

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Parafrasi Il mito di Deucalione e Pirra Deucalione, figlio del titano Prometeo, e sua moglie Pirra sono scampati al diluvio voluto da Giove per punire la violenza degli esseri umani. I due sposi, onesti e devoti, hanno meritato la benevolenza degli dei e la loro piccola barca ha resistito alle piogge torrenziali ed è approdata sul monte Parnaso. Qui essi contemplano la desolazione del mondo e chiedono l'aiuto divino per popolare nuovamente la terra. Il responso richiederà uno sforzo di interpretazione da parte di Deucalione. La Focide separa l'Aonia dalla regione dell'Eta, fu terra fertile finché fu terra, ma in quel momento ogni cosa era coperta dall'acqua, a causa del diluvio, trasformandola così in una distesa d'acqua. Lì un monte con due cime, chiamato Parnaso si eleva al cielo. Le sue cime oltrepassano le nuvole. Tutto era coperto dal mare, tranne questo luogo, lo stesso dove Deucalione approdò con la consorte in una piccola barca; Adorano le ninfe Coricie, cioè le ninfe che risiedono sul Parnaso, gli dei del monte e Temi, la dea della giustizia, madre del titano Prometeo, che era in grado di rivelare il futuro che allora teneva gli oracoli (i responsi). Non c'era né uomo migliore né più amante del giusto di Deucalione, né donna più timorata (scrupolosa e coscienziosa) di Pirra. Allora Giove, quando vide che...

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il mondo era ridotto a una palude stagnante e che di tante migliaia di uomini ora restava un uomo, e che di tante migliaia di donne ora restava una donna, tutti e due innocenti, tutti e due pii, disperse le nubi con il vento di Aquilone (Borea) e in quel momento era di nuovo possibile vedere dalla terra il cielo e viceversa. Cessa anche l'ira del mare: Nettuno depone il tridente, quieta le onde e chiama Tritone (divinità marina, figlio di Nettuno), che sporge dalle onde vorticose con le spalle incrostate di conchiglie native (che aveva sin dalla nascita), Nettuno gli ordina di soffiare nella buccina cava (grossa conchiglia a forma di chiocciola) e di richiamare le onde e i fiumi. Tritone prende la buccina cava, avvolta su se stessa, che cresce allargandosi dalla spirale in fondo, e quando vi soffia in mezzo al mare, riempie del suo suono le spiagge ad oriente e occidente. E anche allora, quando la conchiglia toccò la bocca umida del dio, in mezzo alla barba bagnata, e soffiò, secondo gli ordini, la ritirata, il suono venne udito in tutte le acque della terra e del mare, e dove venne udito, le fermò tutte. Il mare aveva di nuovo una spiaggia, l'alveo (spazio entro cui scorre un fiume) conteneva i fiumi, anche in piena, l'acqua cala, si vedono uscire i colli, la terra emerge, crescendo come le acque diminuiscono, e dopo un lungo periodo di tempo i boschi tornano a mostrare le sommità degli alberi scoperte e hanno ancora il fango sulle loro fronde (foglie). La terra era riemersa dalle acque e ogni elemento naturale aveva ritrovato la propria collocazione. Ma quando Deucalione vide il mondo deserto e le terre desolate, in un profondo silenzio, disse piangendo a Pirra: <<Sorella (in realtà Pirra era cugina di Deucalione, in quanto figlia di Epimeteo), sposa, sola donna superstite, che hai in comune con me famiglia e parentela. Uniti, allora, dal letto e adesso dal pericolo, siamo gli unici abitanti di tutte le terre che vedono oriente e occidente, il resto se l'è preso il mare. E anche adesso temiamo di non riuscire a sopravvivere, le nubi ci suscitano ancora paura. Come ti sentiresti, povera te, se tu fossi sopravvissuta al destino (di morte) senza di me? Da sola, come potresti sopportare il terrore? Chi consolerebbe il tuo pianto? Credimi, che se il mare avesse preso te, ti seguirei, sposa, e il mare avrebbe anche me. Potessi restaurare con le arti paterne (secondo una versione del mito Prometeo aveva plasmato l'uomo con la creta) i popoli e infondere vita alla terra plasmata! Ora il genere umano sopravvive in noi due: restiamo esempio degli uomini.>>. Poi stabilirono di pregare gli dei e di chiedere aiuto al sacro oracolo. Senza alcuna esitazione, si accostarono alle acque del Cefiso (fiume che nasceva sul monte Parnaso). L'acqua del fiume era ancora torbida a causa delle piogge e degli straripamenti, ma era già tornata a scorrere secondo il suo corso abituale. Con quell'acqua si spruzzarono le vesti e il capo, poi si diressero al tempio della dea santa, cioè Temi: il tetto era sporco di pallido muschio, l'altare non aveva fuoco. Come toccarono i gradini del tempio, tutti e due si gettarono a terra e baciarono intimoriti il freddo sasso, che costituisce l'entrata del tempio, dicendo:<< se gli dei si lasciano convincere e impietosire dalle preghiere giuste, se l'ira divina si piega, dicci, Temi, in che modo si può riparare il danno del genere umano; soccorri, pietosissima, il mondo sommerso>>. La dea si commosse e rispose: <<Uscite dal tempio col capo velato e slacciate le vesti: poi gettatevi dietro le spalle le ossa della grande madre>>. Tacquero a lungo stupiti, poi ruppe il silenzio per prima Pirra, rifiutando obbedienza agli ordini divini; chiese perdono con voce tremante, ma temette che, gettando le ossa, avrebbe offeso la madre defunta. Ripetono intanto le parole oscure ed enigmatiche del responso avuto, e continuarono a meditare tra sé: poi il figlio di Prometeo tranquillizzò la figlia di Epimeteo, dicendo: << O il mio ingegno s'inganna, o, giacché l'oracolo è devoto e non può richiedere una profanazione, la grande madre è la terra; per ossa credo s'intendano le pietre nel corpo della terra: l'ordine è di gettarcele dietro le spalle>>. Benché Pirra rimase colpita dalla spiegazione del suo sposo, la speranza restava incerta: entrambi diffidavano dell'ordine divino. Ma non ci perdevano niente a tentare. Si allontanarono col capo velato e si slacciarono le vesti, in quanto in antichità il capo velato e le vesti slacciate erano un segno di rispetto verso gli dei. Si gettarono dietro le spalle le pietre richieste. Le pietre (chi lo crederebbe se non lo garantisse la tradizione antica?) cominciarono a perdere durezza e rigidità, ad ammorbidirsi a poco a poco e a prendere forma. Quando crebbero ed ebbero sostanza più tenera cominciò a farsi vedere, ancora non chiaro, un aspetto umano ma, similissime a statue di marmo appena iniziate, erano non rifinite e come abbozzi. Però in loro la parte terrosa e umida di qualche succo cominciò a fare le funzioni del corpo, la parte solida e non pieghevole divenne ossa, quelle che erano venature diventarono vene. In breve tempo, per volontà degli dei, le pietre scagliate dall'uomo presero aspetto di uomini, da quelle scagliate dalla donna rinacque la donna. Per questo siamo una specie dura, abituata alle fatiche, diamo, infatti, testimonianza alla nostra origine.

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Un appunto così carino per la scuola 😍😍, è davvero utile!

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il mondo era ridotto a una palude stagnante e che di tante migliaia di uomini ora restava un uomo, e che di tante migliaia di donne ora restava una donna, tutti e due innocenti, tutti e due pii, disperse le nubi con il vento di Aquilone (Borea) e in quel momento era di nuovo possibile vedere dalla terra il cielo e viceversa. Cessa anche l'ira del mare: Nettuno depone il tridente, quieta le onde e chiama Tritone (divinità marina, figlio di Nettuno), che sporge dalle onde vorticose con le spalle incrostate di conchiglie native (che aveva sin dalla nascita), Nettuno gli ordina di soffiare nella buccina cava (grossa conchiglia a forma di chiocciola) e di richiamare le onde e i fiumi. Tritone prende la buccina cava, avvolta su se stessa, che cresce allargandosi dalla spirale in fondo, e quando vi soffia in mezzo al mare, riempie del suo suono le spiagge ad oriente e occidente. E anche allora, quando la conchiglia toccò la bocca umida del dio, in mezzo alla barba bagnata, e soffiò, secondo gli ordini, la ritirata, il suono venne udito in tutte le acque della terra e del mare, e dove venne udito, le fermò tutte. Il mare aveva di nuovo una spiaggia, l'alveo (spazio entro cui scorre un fiume) conteneva i fiumi, anche in piena, l'acqua cala, si vedono uscire i colli, la terra emerge, crescendo come le acque diminuiscono, e dopo un lungo periodo di tempo i boschi tornano a mostrare le sommità degli alberi scoperte e hanno ancora il fango sulle loro fronde (foglie). La terra era riemersa dalle acque e ogni elemento naturale aveva ritrovato la propria collocazione. Ma quando Deucalione vide il mondo deserto e le terre desolate, in un profondo silenzio, disse piangendo a Pirra: <<Sorella (in realtà Pirra era cugina di Deucalione, in quanto figlia di Epimeteo), sposa, sola donna superstite, che hai in comune con me famiglia e parentela. Uniti, allora, dal letto e adesso dal pericolo, siamo gli unici abitanti di tutte le terre che vedono oriente e occidente, il resto se l'è preso il mare. E anche adesso temiamo di non riuscire a sopravvivere, le nubi ci suscitano ancora paura. Come ti sentiresti, povera te, se tu fossi sopravvissuta al destino (di morte) senza di me? Da sola, come potresti sopportare il terrore? Chi consolerebbe il tuo pianto? Credimi, che se il mare avesse preso te, ti seguirei, sposa, e il mare avrebbe anche me. Potessi restaurare con le arti paterne (secondo una versione del mito Prometeo aveva plasmato l'uomo con la creta) i popoli e infondere vita alla terra plasmata! Ora il genere umano sopravvive in noi due: restiamo esempio degli uomini.>>. Poi stabilirono di pregare gli dei e di chiedere aiuto al sacro oracolo. Senza alcuna esitazione, si accostarono alle acque del Cefiso (fiume che nasceva sul monte Parnaso). L'acqua del fiume era ancora torbida a causa delle piogge e degli straripamenti, ma era già tornata a scorrere secondo il suo corso abituale. Con quell'acqua si spruzzarono le vesti e il capo, poi si diressero al tempio della dea santa, cioè Temi: il tetto era sporco di pallido muschio, l'altare non aveva fuoco. Come toccarono i gradini del tempio, tutti e due si gettarono a terra e baciarono intimoriti il freddo sasso, che costituisce l'entrata del tempio, dicendo:<< se gli dei si lasciano convincere e impietosire dalle preghiere giuste, se l'ira divina si piega, dicci, Temi, in che modo si può riparare il danno del genere umano; soccorri, pietosissima, il mondo sommerso>>. La dea si commosse e rispose: <<Uscite dal tempio col capo velato e slacciate le vesti: poi gettatevi dietro le spalle le ossa della grande madre>>. Tacquero a lungo stupiti, poi ruppe il silenzio per prima Pirra, rifiutando obbedienza agli ordini divini; chiese perdono con voce tremante, ma temette che, gettando le ossa, avrebbe offeso la madre defunta. Ripetono intanto le parole oscure ed enigmatiche del responso avuto, e continuarono a meditare tra sé: poi il figlio di Prometeo tranquillizzò la figlia di Epimeteo, dicendo: << O il mio ingegno s'inganna, o, giacché l'oracolo è devoto e non può richiedere una profanazione, la grande madre è la terra; per ossa credo s'intendano le pietre nel corpo della terra: l'ordine è di gettarcele dietro le spalle>>. Benché Pirra rimase colpita dalla spiegazione del suo sposo, la speranza restava incerta: entrambi diffidavano dell'ordine divino. Ma non ci perdevano niente a tentare. Si allontanarono col capo velato e si slacciarono le vesti, in quanto in antichità il capo velato e le vesti slacciate erano un segno di rispetto verso gli dei. Si gettarono dietro le spalle le pietre richieste. Le pietre (chi lo crederebbe se non lo garantisse la tradizione antica?) cominciarono a perdere durezza e rigidità, ad ammorbidirsi a poco a poco e a prendere forma. Quando crebbero ed ebbero sostanza più tenera cominciò a farsi vedere, ancora non chiaro, un aspetto umano ma, similissime a statue di marmo appena iniziate, erano non rifinite e come abbozzi. Però in loro la parte terrosa e umida di qualche succo cominciò a fare le funzioni del corpo, la parte solida e non pieghevole divenne ossa, quelle che erano venature diventarono vene. In breve tempo, per volontà degli dei, le pietre scagliate dall'uomo presero aspetto di uomini, da quelle scagliate dalla donna rinacque la donna. Per questo siamo una specie dura, abituata alle fatiche, diamo, infatti, testimonianza alla nostra origine.