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I canto del Paradiso di Dante

I canto del Paradiso di Dante

 Dante - Canto I del Paradiso
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Introduzione al Paradiso
Il Paradiso come Dante lo vede e lo descrive, di fatto è inesistente. Infatti se l'

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Isabella Raudino

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parafrasi, analisi e commento del primo canto del Paradiso di Dante

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Dante - Canto I del Paradiso 1 Introduzione al Paradiso Il Paradiso come Dante lo vede e lo descrive, di fatto è inesistente. Infatti se l'inferno è un luogo tangibile ed eterno anche dopo il giudizio universale e ugualmente il purgatorio, anche se sarà destinato a sparire dopo che anche l'ultima anima avrà espiato la sua pena alla fine dei tempi, il paradiso è uno spettacolo allestito da Dio per un unico spettatore: Dante. I beati scendono lungo l'empireo per accogliere e mostrare a Dante le verità teologiche e penetrare come egli può nel mistero di Dio e della fede. Questo cambia anche le modalità di comunicazione fra Dante e le anime del paradiso: se nei due luoghi precedenti erano dialoghi improvvisati in quanto Dante era un semplice visitatore e a volte anche non gradito, il dialogato celeste è un copione scritto dalla carità e le anime già sanno i pensieri e le domande che porrà Dante perchè leggono tutto dal riflesso di Dio. = L'esperienza del Paradiso è ineffabile (latinismo: in + for/faris ciò che non può essere detto), infatti Dante narratore sa che scrivere del Paradiso è una sfida persa in partenza, non potendo e non sapendo come descrivere la visione dell'eterno. La qualità lirica inizia a basarsi sulle impressioni soggettive di Dante che quella realtà...

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ha lasciato nella mente del protagonista. Le descrizioni si fanno mano a mano più complicate e il linguaggio più aulico quanto più ci si avvicina alla visione di Dio (che non verrà mai, la commedia si chiude mentre Dante viene folgorato dalla luce divina). Questo induce nel lettore un'immaginazione costante: tende a chiedersi come sarà davvero il Paradiso se quello che racconta Dante non è altro che un ombra delle sue percezioni. Parafrasi La gloria di colui che tutto muove (perifrasi di Dio) penetra nell'universo e alcune parti splende di più e in altre meno. Io mi trovai nella parte del cielo dove splende di più e vidi cose che ne può né sa raccontare chi scende da lassù, perchè il nostro intelletto avvicinandosi all'oggetto del suo desiderio (perifrasi per indicare Dio) sprofonda a tal punto che la memoria non può andargli dietro. E per la verità quanto io potei conservare (nella memoria) del santo regno sarà oggetto della mia poesia. O buon Apollo, per la mia ultima fatica letteraria elargiscimi tanto del tuo valore poetico quanto ne richiedi per concedere la gloria poetica. Fino ad ora mi è stato sufficiente uno solo dei due gioghi del monte Parnaso ma adesso mi è necessario addentrarmi nell'impresa con entrambi i gioghi. Entra nel mio petto, con la tua forza come quando traesti Marsia fuori dalla sacca della sua pelle/ come quando scorticasti Marsia. O divina virtù, se mi aiuti al punto che l'immagine del regno beato si manifesti impressa nella mia mente, mi vedrai ai piedi del tuo albero prediletto venire, per incoronarmi di quelle foglie di cui tu e l'argomento mi farete degno. Così raramente, o padre, viene colto per celebrare un generale o un poeta, per colpa e vergogna dei 2 vizi umani, che generare gioia dalla serena divinità di Delfi dovrebbe l'albero di Peneo, quando qualcuno ne ha sete. vv 46: quando vidi Beatrice alla mia sinistra rivolta a guardare il sole: nemmeno un'aquila l'avrebbe guardato così. E così come solitamente il secondo raggio si separa dal primo e risale in su, come vuol tornare in quota il falcone pellegrino, così quel gesto, che dagli occhi era rimasto impresso nella mia mente, ripeté il mio sguardo, e fissai il sole più a lungo di quanto facciamo di solito. Molte cose lì sono permesse, che sulla Terra non sono possibili alle nostre capacità, in virtù del luogo fatto da Dio proprio per la specie umana. Quella vista non la soffrii molto, ma neppure così poco da non vedere la luce sfavillare, come ferro bollente che esce dal fuoco; e subito mi sembrò che alla luce altra luce si aggiungesse, come se il Creatore avesse adornato il cielo d'un altro sole. Beatrice le eterne cerchie dei cieli fissava; e io su di lei fissai i miei, ormai distolti dal sole. Guardandola mi sentii come Glauco quando assaggiò la pianta che lo fece membro degli dèi del mare. Il senso del trascendere a parole non si può spiegare; ma quest'esempio basti a quelli a cui la Grazia riserverà l'esperienza. Analisi del testo v. 1, La gloria di colui che tutto muove: perifrasi per indicare Dio. v. 10, Veramente...: latinismo per "tuttavia". v. 24, diletto legno: perifrasi per indicare l'albero di alloro, prediletto da Apollo. vv. 34 - 36, Poca favilla ... Cirra risponda: metafora per significare che l'invocazione è terminata e, benché il poeta la reputi breve, si auspica che venga ascoltata. vv.39 - 40, che quattro ... migliore stella: questa complessa metafora indica che è il giorno dell'equinozio di primavera ed il sole è in congiunzione con la costellazione dell'ariete. v.38, lucerna del mondo: perifrasi per indicare il Sole. VV.49 54, E sì come oltre nostr'uso: complessa similitudine in cui l'istinto di Dante di imitare il gesto di Beatrice viene paragonato alla somiglianza con cui il riflesso di un raggio di sole somiglia al raggio stesso; mentre la rapidità con cui compie il gesto viene paragonata a quella del falco pellegrino. v. 73, amor che 'l ciel governi: perifrasi per indicare Dio. Colui che tutto move = perifrasi (v. 1). Per indicare Dio (concezione aristotelica) Fu' io = anastrofe (v. 5). Cioè: "io fui". Al suo disire = perifrasi (v. 7). Cioè: "oggetto del suo desiderio", per indicare Dio. Fammi del tuo valor sì fatto vaso = metafora (v. 14). Cioè: "riempimi di ispirazione". Fammi del tuo valor sì fatto vaso, come dimandi a dar l'amato alloro = similitudine (vv. 14-15). Cioè: "riempimi della tua ispirazione poetica per questa ultima Cantica, tanto quanto è richiesto per conquistare l'agognato alloro poetico". L'un giogo di Parnaso = metonimia (v. 16). Cioè: "una sola cima del monte Parnaso", la sede per le divinità, per indicare l'ispirazione delle Muse. Assai mi fu = anastrofe (v. 17). Cioè: "mi è stata sufficiente". Petto mio = anastrofe (v. 19). Cioè: "mio petto". Spira tue sì come quando Marsia traesti de la vagina de le membra sue = similitudine (vv. 19-21). Cioè: "ispirami tu con quella stessa intensità, proprio come quando tirasti fuori Marsia dal rivestimento della sua pelle". Traesti / de la vagina = enjambement (vv. 20-21). Le membra sue = anastrofe (v. 21). Cioè: "le sue membra". O divina virtù = apostrofe (v. 22). Al piè del tuo diletto legno / venire = enjambement (vv. 25-26). Legno = metonimia (v. 25). La materia per l'oggetto, legno anziché albero. Lieta / delfica deità = enjambement (vv. 31-32). La fronda / peneia = enjambement (vv. 32-33). Cioè: "la fronda di Peneo, l'alloro". Con miglior voci / si pregherà = enjambement (vv. 35-36). Cirra metonimia (v. 36). La sede per il dio Apollo. = La lucerna del mondo = perifrasi (v. 38). Per indicare il Sole. Tempera e suggella = endiadi (v. 42). Fatto avea = anastrofe (v. 43). Cioè: "aveva fatto". Aguglia sì non li s'affisse unquanco fissò mai in tal modo". = 3 = similitudine (v. 48). Cioè: "un'aquila non lo E sì come secondo raggio suole uscir del primo e risalire in suso, pur come pelegrin che tornar vuole, così de l'atto suo, per li occhi infuso ne l'imagine mia, il mio si fece, e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso similitudine (vv. 49-54). Cioè: "È come un raggio riflesso si allontana sempre dal primo per dirigersi verso l'alto, proprio come il pellegrino che vuole ritornare in patria, così al suo atteggiamento, giunto alla mia mente attraverso gli occhi, io conformai il mio, e fissai lo sguardo al sole più a lungo di quanto lo consentono le capacità umane". Suole / uscir = enjambement (vv. 49-50). Tornar vuole = anastrofe (v. 51). Cioè: "vuole tornare". De l'atto suo = anastrofe (v. 52). Cioè: "dal suo atteggiamento". Ne l'imagine mia = anastrofe (v. 53). Cioè: "nella mia mente". L'umana spece = anastrofe (v. 57). Cioè: "specie umana". Sfavillar dintorno, com'ferro che bogliente esce del foco similitudine (vv. 59-60). Cioè: "sfavillare tutto intorno, come un ferro incandescente appena uscito dal fuoco". Parve giorno a giorno essere aggiunto, come quei che puote avesse il ciel d'un altro sole addorno = similitudine (vv. 61-63). Cioè: "sembrò che al giorno ne fosse stato aggiunto un altro, come se Dio avesse adornato il cielo di un secondo sole". Quei che puote = perifrasi (v. 62). Cioè: "colui che può tutto", per indicare Dio. Nel suo aspetto tal dentro mi fei, qual si fé Glauco nel gustar de l'erba che ‘l fé consorto in mar de li altri dèi = similitudine (vv. 67-69). Cioè: "Nel guardarla divenni dentro come quando Glauco mangiò l'erba, che lo trasformò in una divinità marina". Creasti novellamente = enjambement (vv. 73-74). = Significati allegorici e commento Il canto proemiale Il canto si divide in due parti: nella prima, fino al v. 36, Dante annuncia al lettore l'argomento della nuova cantica e invoca l'aiuto poetico di Apollo (è il proemio); nella seconda comincia la vera e propria narrazione, con la descrizione dell'ascesa verso la sfera celeste della Luna, e con la trattazione dei primi dubbi fisico-teologici. Il proemio Il Paradiso si apre con il tradizionale proemio, articolato secondo le norme della retorica classica in dichiarazione dell'argomento (vv. 1-12), e invocazione alle Muse (vv. 13-36). Data l'eccezionalità del viaggio in Paradiso, nella dichiarazione dell'argomento Dante denuncia subito la difficoltà di riferire la propria esperienza. Per l'altezza della materia, la tradizionale richiesta di aiuto e ispirazione poetica è rivolta, oltre che alle Muse, al dio Apollo, che si rivela come «immagine» cristiana di Dio, in quanto massimo esponente divino della poesia. Il tema della luce La rappresentazione del Paradiso avviene principalmente attraverso immagini di luce; già questo canto ne è ricolmo, a partire dalla definizione di Dio che risplende in ogni luogo dell'universo (v. 2). Ineffabilità delle realtà del Paradiso. Le sublimi realtà che Dante si accinge a contemplare sono tanto alte che non sarà possibile descriverle efficacemente con parole umane, e in certi casi il poeta vi rinuncerà del tutto. Così è già annunciato ai vv. 4-12 e 70-72. La mitologia. Molto frequente sarà il ricorso di Dante a miti classici, sia per similitudini, sia assimilando figure pagane e figure cristiane, sia descrivendo fenomeni astrologici. Ne sono esempio, nel canto, i riferimenti ad Apollo (vv. 13 sgg.) e a Glauco (vv. 67-69). L'astronomia. Dante immagina il Paradiso distribuito nei vari cieli del sistema tolemaico: da qui la forte presenza di riferimenti astronomici nella cantica. Non si tratta però solo di fantasia poetica, ma anche e soprattutto di affermazioni scientifiche e teologiche in rapporto alle conoscenze dell'epoca. Così ad esempio si rivelerà di primaria importanza la teoria delle influenze celesti. In questo canto, cfr. i passi astronomici ai vv. 37-42 dove con una complessa perifrasi astronomica Dante ci fa intendere che l'inizio del viaggio avviene in primavera a mezzogiorno sotto il segno dell'Ariete. La primavera infatti nella concezione medievale era simbolo di rinascita e il viaggio inizia nell'ora più luminosa del giorno che indica la luce divina. La trasumanazione di Dante. Per compiere il suo eccezionale viaggio in Paradiso, Dante deve oltrepassare i limiti della natura umana terrena: questa è la trasumanazione di cui parla ai vv. 67-72. Si tratta di un processo continuo, che permette al poeta di ascendere a sempre maggiore perfezione, e si manifesta soprattutto all'acuirsi delle sue capacità visive, poiché sarà il vedere, fisico e intellettuale, il mezzo supremo per la conoscenza del Paradiso. Le similitudini. Tra gli strumenti espressivi di Dante, un posto di rilievo occupano le similitudini: si tratta infatti del mezzo più immediato per rendere l'idea di una realtà soprannaturale irraggiungibile dalla ragione umana. In questo canto ne ritroviamo alcune fra quelle 5 più frequenti in tutta la cantica: quella del pellegrino e del raggio di luce riflessa (vv. 49-54). Commento Il nucleo fondamentale del canto è al verso 70, in quel trasumanar che rappresenta il culmine della tensione e la realizzazione di un desiderio di antica data. Infatti il tramite del processo mistico che significar per serba non si porta è proprio colei che fu ed è oggetto dell'amore di Dante. Qui, proprio nell'intensità dello sguardo del poeta e nel trasumanar che esce dalla quotidiana esperienza dell'uomo, umano e divino si compenetrano nello scenario luminoso della luce di Dio: Beatrice è la donna finalmente posseduta, ma anche l'angelo che scioglie Dante dai vincoli della terrestrità e l'avvia al Paradiso. Mai donna è stata cantata con tanta passione e contemporaneamente in tale dimensione divina. Dante e Beatrice sono ormai complici di un unico intento grandioso: il raggiungimento della visione di Dio. Questa conquista non è un fatto puramente individuale ma collettivo, riguarda non solo Dante ma tutta l'umanità. È così che l'amore umano diventa strumento di salvazione per ogni uomo: quella scintilla, che colpì Dante a nove anni, è divenuta un fuoco che investe il mondo, perché. anche il mondo bruci dell'amore di Dio. Ancora una volta, per il poeta, Dio è al culmine dell'esperienza umana, non in contrapposizione con l'uomo ma suo compimento e perfezione. Il poeta che ha cantato la disperazione, l'angoscia, la colpa e l'espiazione, che si è inoltrato dentro le viscere della terra e si è affaticato sulla dura salita del Purgatorio è ormai pronto per lo slancio finale verso Dio. Il suo Dio però è una conquista. si trova in seguito a una lunga e impegnativa ricerca, nella quale la ragione gioca un ruolo fondamentale. È lei che, in un continuo confronto con l'istinto, propone di ricostruire un ordine confacente all'uomo: le forze irrazionali sotto plasmate e si dirigono verso un fine che le esalta: non si tratta di reprimere i bisogni terreni ma di realizzarli in una prospettiva più alta. La ragione ha fatto toccare con mano a Dante come l'istinto mal guidato sia distruttivo, gli ha fatto comprendere la necessità dell'espiazione ai fitti di una presa di coscienza definitiva, l'ha infine abbandonato allo sguardo protettivo di Beatrice, figura stella rivelazione teologica: quell'amore terreno che poteva diventare colpa e dannazione si è aperto la via del cielo e Dante, attraverso gli occhi di Beatrice, raggiunge il Paradiso concezione stilnovista della donna angelo che porta l'uomo alla salvezza divina.

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ha lasciato nella mente del protagonista. Le descrizioni si fanno mano a mano più complicate e il linguaggio più aulico quanto più ci si avvicina alla visione di Dio (che non verrà mai, la commedia si chiude mentre Dante viene folgorato dalla luce divina). Questo induce nel lettore un'immaginazione costante: tende a chiedersi come sarà davvero il Paradiso se quello che racconta Dante non è altro che un ombra delle sue percezioni. Parafrasi La gloria di colui che tutto muove (perifrasi di Dio) penetra nell'universo e alcune parti splende di più e in altre meno. Io mi trovai nella parte del cielo dove splende di più e vidi cose che ne può né sa raccontare chi scende da lassù, perchè il nostro intelletto avvicinandosi all'oggetto del suo desiderio (perifrasi per indicare Dio) sprofonda a tal punto che la memoria non può andargli dietro. E per la verità quanto io potei conservare (nella memoria) del santo regno sarà oggetto della mia poesia. O buon Apollo, per la mia ultima fatica letteraria elargiscimi tanto del tuo valore poetico quanto ne richiedi per concedere la gloria poetica. Fino ad ora mi è stato sufficiente uno solo dei due gioghi del monte Parnaso ma adesso mi è necessario addentrarmi nell'impresa con entrambi i gioghi. Entra nel mio petto, con la tua forza come quando traesti Marsia fuori dalla sacca della sua pelle/ come quando scorticasti Marsia. O divina virtù, se mi aiuti al punto che l'immagine del regno beato si manifesti impressa nella mia mente, mi vedrai ai piedi del tuo albero prediletto venire, per incoronarmi di quelle foglie di cui tu e l'argomento mi farete degno. Così raramente, o padre, viene colto per celebrare un generale o un poeta, per colpa e vergogna dei 2 vizi umani, che generare gioia dalla serena divinità di Delfi dovrebbe l'albero di Peneo, quando qualcuno ne ha sete. vv 46: quando vidi Beatrice alla mia sinistra rivolta a guardare il sole: nemmeno un'aquila l'avrebbe guardato così. E così come solitamente il secondo raggio si separa dal primo e risale in su, come vuol tornare in quota il falcone pellegrino, così quel gesto, che dagli occhi era rimasto impresso nella mia mente, ripeté il mio sguardo, e fissai il sole più a lungo di quanto facciamo di solito. Molte cose lì sono permesse, che sulla Terra non sono possibili alle nostre capacità, in virtù del luogo fatto da Dio proprio per la specie umana. Quella vista non la soffrii molto, ma neppure così poco da non vedere la luce sfavillare, come ferro bollente che esce dal fuoco; e subito mi sembrò che alla luce altra luce si aggiungesse, come se il Creatore avesse adornato il cielo d'un altro sole. Beatrice le eterne cerchie dei cieli fissava; e io su di lei fissai i miei, ormai distolti dal sole. Guardandola mi sentii come Glauco quando assaggiò la pianta che lo fece membro degli dèi del mare. Il senso del trascendere a parole non si può spiegare; ma quest'esempio basti a quelli a cui la Grazia riserverà l'esperienza. Analisi del testo v. 1, La gloria di colui che tutto muove: perifrasi per indicare Dio. v. 10, Veramente...: latinismo per "tuttavia". v. 24, diletto legno: perifrasi per indicare l'albero di alloro, prediletto da Apollo. vv. 34 - 36, Poca favilla ... Cirra risponda: metafora per significare che l'invocazione è terminata e, benché il poeta la reputi breve, si auspica che venga ascoltata. vv.39 - 40, che quattro ... migliore stella: questa complessa metafora indica che è il giorno dell'equinozio di primavera ed il sole è in congiunzione con la costellazione dell'ariete. v.38, lucerna del mondo: perifrasi per indicare il Sole. VV.49 54, E sì come oltre nostr'uso: complessa similitudine in cui l'istinto di Dante di imitare il gesto di Beatrice viene paragonato alla somiglianza con cui il riflesso di un raggio di sole somiglia al raggio stesso; mentre la rapidità con cui compie il gesto viene paragonata a quella del falco pellegrino. v. 73, amor che 'l ciel governi: perifrasi per indicare Dio. Colui che tutto move = perifrasi (v. 1). Per indicare Dio (concezione aristotelica) Fu' io = anastrofe (v. 5). Cioè: "io fui". Al suo disire = perifrasi (v. 7). Cioè: "oggetto del suo desiderio", per indicare Dio. Fammi del tuo valor sì fatto vaso = metafora (v. 14). Cioè: "riempimi di ispirazione". Fammi del tuo valor sì fatto vaso, come dimandi a dar l'amato alloro = similitudine (vv. 14-15). Cioè: "riempimi della tua ispirazione poetica per questa ultima Cantica, tanto quanto è richiesto per conquistare l'agognato alloro poetico". L'un giogo di Parnaso = metonimia (v. 16). Cioè: "una sola cima del monte Parnaso", la sede per le divinità, per indicare l'ispirazione delle Muse. Assai mi fu = anastrofe (v. 17). Cioè: "mi è stata sufficiente". Petto mio = anastrofe (v. 19). Cioè: "mio petto". Spira tue sì come quando Marsia traesti de la vagina de le membra sue = similitudine (vv. 19-21). Cioè: "ispirami tu con quella stessa intensità, proprio come quando tirasti fuori Marsia dal rivestimento della sua pelle". Traesti / de la vagina = enjambement (vv. 20-21). Le membra sue = anastrofe (v. 21). Cioè: "le sue membra". O divina virtù = apostrofe (v. 22). Al piè del tuo diletto legno / venire = enjambement (vv. 25-26). Legno = metonimia (v. 25). La materia per l'oggetto, legno anziché albero. Lieta / delfica deità = enjambement (vv. 31-32). La fronda / peneia = enjambement (vv. 32-33). Cioè: "la fronda di Peneo, l'alloro". Con miglior voci / si pregherà = enjambement (vv. 35-36). Cirra metonimia (v. 36). La sede per il dio Apollo. = La lucerna del mondo = perifrasi (v. 38). Per indicare il Sole. Tempera e suggella = endiadi (v. 42). Fatto avea = anastrofe (v. 43). Cioè: "aveva fatto". Aguglia sì non li s'affisse unquanco fissò mai in tal modo". = 3 = similitudine (v. 48). Cioè: "un'aquila non lo E sì come secondo raggio suole uscir del primo e risalire in suso, pur come pelegrin che tornar vuole, così de l'atto suo, per li occhi infuso ne l'imagine mia, il mio si fece, e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso similitudine (vv. 49-54). Cioè: "È come un raggio riflesso si allontana sempre dal primo per dirigersi verso l'alto, proprio come il pellegrino che vuole ritornare in patria, così al suo atteggiamento, giunto alla mia mente attraverso gli occhi, io conformai il mio, e fissai lo sguardo al sole più a lungo di quanto lo consentono le capacità umane". Suole / uscir = enjambement (vv. 49-50). Tornar vuole = anastrofe (v. 51). Cioè: "vuole tornare". De l'atto suo = anastrofe (v. 52). Cioè: "dal suo atteggiamento". Ne l'imagine mia = anastrofe (v. 53). Cioè: "nella mia mente". L'umana spece = anastrofe (v. 57). Cioè: "specie umana". Sfavillar dintorno, com'ferro che bogliente esce del foco similitudine (vv. 59-60). Cioè: "sfavillare tutto intorno, come un ferro incandescente appena uscito dal fuoco". Parve giorno a giorno essere aggiunto, come quei che puote avesse il ciel d'un altro sole addorno = similitudine (vv. 61-63). Cioè: "sembrò che al giorno ne fosse stato aggiunto un altro, come se Dio avesse adornato il cielo di un secondo sole". Quei che puote = perifrasi (v. 62). Cioè: "colui che può tutto", per indicare Dio. Nel suo aspetto tal dentro mi fei, qual si fé Glauco nel gustar de l'erba che ‘l fé consorto in mar de li altri dèi = similitudine (vv. 67-69). Cioè: "Nel guardarla divenni dentro come quando Glauco mangiò l'erba, che lo trasformò in una divinità marina". Creasti novellamente = enjambement (vv. 73-74). = Significati allegorici e commento Il canto proemiale Il canto si divide in due parti: nella prima, fino al v. 36, Dante annuncia al lettore l'argomento della nuova cantica e invoca l'aiuto poetico di Apollo (è il proemio); nella seconda comincia la vera e propria narrazione, con la descrizione dell'ascesa verso la sfera celeste della Luna, e con la trattazione dei primi dubbi fisico-teologici. Il proemio Il Paradiso si apre con il tradizionale proemio, articolato secondo le norme della retorica classica in dichiarazione dell'argomento (vv. 1-12), e invocazione alle Muse (vv. 13-36). Data l'eccezionalità del viaggio in Paradiso, nella dichiarazione dell'argomento Dante denuncia subito la difficoltà di riferire la propria esperienza. Per l'altezza della materia, la tradizionale richiesta di aiuto e ispirazione poetica è rivolta, oltre che alle Muse, al dio Apollo, che si rivela come «immagine» cristiana di Dio, in quanto massimo esponente divino della poesia. Il tema della luce La rappresentazione del Paradiso avviene principalmente attraverso immagini di luce; già questo canto ne è ricolmo, a partire dalla definizione di Dio che risplende in ogni luogo dell'universo (v. 2). Ineffabilità delle realtà del Paradiso. Le sublimi realtà che Dante si accinge a contemplare sono tanto alte che non sarà possibile descriverle efficacemente con parole umane, e in certi casi il poeta vi rinuncerà del tutto. Così è già annunciato ai vv. 4-12 e 70-72. La mitologia. Molto frequente sarà il ricorso di Dante a miti classici, sia per similitudini, sia assimilando figure pagane e figure cristiane, sia descrivendo fenomeni astrologici. Ne sono esempio, nel canto, i riferimenti ad Apollo (vv. 13 sgg.) e a Glauco (vv. 67-69). L'astronomia. Dante immagina il Paradiso distribuito nei vari cieli del sistema tolemaico: da qui la forte presenza di riferimenti astronomici nella cantica. Non si tratta però solo di fantasia poetica, ma anche e soprattutto di affermazioni scientifiche e teologiche in rapporto alle conoscenze dell'epoca. Così ad esempio si rivelerà di primaria importanza la teoria delle influenze celesti. In questo canto, cfr. i passi astronomici ai vv. 37-42 dove con una complessa perifrasi astronomica Dante ci fa intendere che l'inizio del viaggio avviene in primavera a mezzogiorno sotto il segno dell'Ariete. La primavera infatti nella concezione medievale era simbolo di rinascita e il viaggio inizia nell'ora più luminosa del giorno che indica la luce divina. La trasumanazione di Dante. Per compiere il suo eccezionale viaggio in Paradiso, Dante deve oltrepassare i limiti della natura umana terrena: questa è la trasumanazione di cui parla ai vv. 67-72. Si tratta di un processo continuo, che permette al poeta di ascendere a sempre maggiore perfezione, e si manifesta soprattutto all'acuirsi delle sue capacità visive, poiché sarà il vedere, fisico e intellettuale, il mezzo supremo per la conoscenza del Paradiso. Le similitudini. Tra gli strumenti espressivi di Dante, un posto di rilievo occupano le similitudini: si tratta infatti del mezzo più immediato per rendere l'idea di una realtà soprannaturale irraggiungibile dalla ragione umana. In questo canto ne ritroviamo alcune fra quelle 5 più frequenti in tutta la cantica: quella del pellegrino e del raggio di luce riflessa (vv. 49-54). Commento Il nucleo fondamentale del canto è al verso 70, in quel trasumanar che rappresenta il culmine della tensione e la realizzazione di un desiderio di antica data. Infatti il tramite del processo mistico che significar per serba non si porta è proprio colei che fu ed è oggetto dell'amore di Dante. Qui, proprio nell'intensità dello sguardo del poeta e nel trasumanar che esce dalla quotidiana esperienza dell'uomo, umano e divino si compenetrano nello scenario luminoso della luce di Dio: Beatrice è la donna finalmente posseduta, ma anche l'angelo che scioglie Dante dai vincoli della terrestrità e l'avvia al Paradiso. Mai donna è stata cantata con tanta passione e contemporaneamente in tale dimensione divina. Dante e Beatrice sono ormai complici di un unico intento grandioso: il raggiungimento della visione di Dio. Questa conquista non è un fatto puramente individuale ma collettivo, riguarda non solo Dante ma tutta l'umanità. È così che l'amore umano diventa strumento di salvazione per ogni uomo: quella scintilla, che colpì Dante a nove anni, è divenuta un fuoco che investe il mondo, perché. anche il mondo bruci dell'amore di Dio. Ancora una volta, per il poeta, Dio è al culmine dell'esperienza umana, non in contrapposizione con l'uomo ma suo compimento e perfezione. Il poeta che ha cantato la disperazione, l'angoscia, la colpa e l'espiazione, che si è inoltrato dentro le viscere della terra e si è affaticato sulla dura salita del Purgatorio è ormai pronto per lo slancio finale verso Dio. Il suo Dio però è una conquista. si trova in seguito a una lunga e impegnativa ricerca, nella quale la ragione gioca un ruolo fondamentale. È lei che, in un continuo confronto con l'istinto, propone di ricostruire un ordine confacente all'uomo: le forze irrazionali sotto plasmate e si dirigono verso un fine che le esalta: non si tratta di reprimere i bisogni terreni ma di realizzarli in una prospettiva più alta. La ragione ha fatto toccare con mano a Dante come l'istinto mal guidato sia distruttivo, gli ha fatto comprendere la necessità dell'espiazione ai fitti di una presa di coscienza definitiva, l'ha infine abbandonato allo sguardo protettivo di Beatrice, figura stella rivelazione teologica: quell'amore terreno che poteva diventare colpa e dannazione si è aperto la via del cielo e Dante, attraverso gli occhi di Beatrice, raggiunge il Paradiso concezione stilnovista della donna angelo che porta l'uomo alla salvezza divina.