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 De re publica: Somnium Scipionis
L'Africano Maggiore spiega al nipote che le anime di coloro che hanno servito la patria godono la
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Traduzione del Somnium Scipionis, libro finale del De re publica di Cicerone

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De re publica: Somnium Scipionis L'Africano Maggiore spiega al nipote che le anime di coloro che hanno servito la patria godono la vita e la felicità eterna in cielo. Con grande commozione dell'Emiliano gli si mostra poi l'anima di suo padre Emilio Paolo, e lo esorta a compiere il suo dovere verso lo Stato. All'Emiliano si dispiega la vista del cielo e degli astri: a grande distanza, piccolissima, la Terra. 13. "Ma perché con più ardore tu ti disponga alla difesa dello Stato, tieni in mente questo: a tutti coloro che hanno salvato, aiutato, accresciuto la patria, è assegnata in cielo una sede ben determinata, dove nella beatitudine possano godere di una vita eterna; infatti, a quel dio supremo che governa il mondo niente di ciò che accade in terra è più gradito di quelle aggregazioni e riunioni di uomini associate nel diritto, che prendono il nome di Stati; i loro governanti e difensori, partiti da qui, a qui ritornano". 14. Allora io pur sconvolto, non tanto dal timore della morte quanto delle insidie dei miei parenti, tuttavia gli chiesi se continuasse a vivere lui e mio padre Paolo e altri che noi consideriamo morti. "Anzi" rispose "vivono di vera vita proprio questi che volarono via dai vincoli del corpo come usciti da...

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un carcere, mentre quella che ha nome vita, la vostra, è morte. E non vedi ora venire verso di te tuo padre Paolo?" Appena lo vidi, scoppiai in un pianto dirotto, ma lui mi gettò le braccia al collo e baciandomi cercava di frenare il mio pianto. 15. E io appena riuscii a trattenere le lacrime e a poter di nuovo parlare, "Ti prego" dissi “padre mio, santissimo e ottimo, poiché questa è la vera vita, come ora ho sentito dire dall'Africano, perché continuo a rimanere sulla Terra? Che cosa aspetto a venire qua da voi?». "Non è possibile!" rispose lui "Fino a quando quel dio, il cui tempio è tutta l'immensità che vedi, non ti avrà liberato dalla prigionia del corpo, non potrà spalancarsi per te la porta del cielo. Infatti la legge per cui gli uomini vengono al mondo è quella di custodire quel globo che tu vedi al centro di questo tempio e che si chiama Terra, ed a loro è assegnata un'anima che prende origine da quegli eterni fuochi che voi denominate costellazioni e stelle; queste di forma sferica e circolare, animate da mente divina, con straordinaria velocità compiono i loro giri e le loro orbite. Perciò tu, Publio, e tutti gli uomini pii dovete trattenere l'anima nel carcere del corpo, e non dovete fuggirvene dalla vita umana senza l'ordine di colui da cui quell'anima vi è stata data, perché non sembri che vi siate sottratti al compito che il dio vi ha assegnato e che è proprio dell'uomo. 16. Ma tu, Scipione, come il tuo avo e come me che ti ho generato, segui giustizia e pietà, che non solo ha grande importanza nei rapporti fra familiari e congiunti, ma grandissima nei confronti della patria; questa vita è la via verso il cielo e verso la schiera di coloro che hanno cessato di vivere e liberati dal peso del corpo abitano in quel luogo che tu vedi (c'era un cerchio che riluceva in mezzo alle fiamme di abbagliante fulgore) che voi, come avete appreso dai Greci, chiamate Via Lattea. Da qui io contemplavo l'universo, e anche gli altri corpi celesti mi apparivano di una meravigliosa luminosità. C'erano stelle che noi dalla Terra non abbiamo mai visto e la grandezza di tutte era tale che mai neppure abbiamo supposto, fra cui quella più piccola, che e la più lontana dal cielo e la più vicina dalla Terra, risplendeva di luce non propria. Le masse delle stelle poi superavano facilmente la grandezza della Terra. Anzi proprio la Terra mi apparve così piccola che io provai pena per il nostro impero con il quale noi arriviamo a toccare, si può dire, un punto di essa.

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D

Fantastico, imparerò da questo appunto oggi. Saluti 👍👍

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un carcere, mentre quella che ha nome vita, la vostra, è morte. E non vedi ora venire verso di te tuo padre Paolo?" Appena lo vidi, scoppiai in un pianto dirotto, ma lui mi gettò le braccia al collo e baciandomi cercava di frenare il mio pianto. 15. E io appena riuscii a trattenere le lacrime e a poter di nuovo parlare, "Ti prego" dissi “padre mio, santissimo e ottimo, poiché questa è la vera vita, come ora ho sentito dire dall'Africano, perché continuo a rimanere sulla Terra? Che cosa aspetto a venire qua da voi?». "Non è possibile!" rispose lui "Fino a quando quel dio, il cui tempio è tutta l'immensità che vedi, non ti avrà liberato dalla prigionia del corpo, non potrà spalancarsi per te la porta del cielo. Infatti la legge per cui gli uomini vengono al mondo è quella di custodire quel globo che tu vedi al centro di questo tempio e che si chiama Terra, ed a loro è assegnata un'anima che prende origine da quegli eterni fuochi che voi denominate costellazioni e stelle; queste di forma sferica e circolare, animate da mente divina, con straordinaria velocità compiono i loro giri e le loro orbite. Perciò tu, Publio, e tutti gli uomini pii dovete trattenere l'anima nel carcere del corpo, e non dovete fuggirvene dalla vita umana senza l'ordine di colui da cui quell'anima vi è stata data, perché non sembri che vi siate sottratti al compito che il dio vi ha assegnato e che è proprio dell'uomo. 16. Ma tu, Scipione, come il tuo avo e come me che ti ho generato, segui giustizia e pietà, che non solo ha grande importanza nei rapporti fra familiari e congiunti, ma grandissima nei confronti della patria; questa vita è la via verso il cielo e verso la schiera di coloro che hanno cessato di vivere e liberati dal peso del corpo abitano in quel luogo che tu vedi (c'era un cerchio che riluceva in mezzo alle fiamme di abbagliante fulgore) che voi, come avete appreso dai Greci, chiamate Via Lattea. Da qui io contemplavo l'universo, e anche gli altri corpi celesti mi apparivano di una meravigliosa luminosità. C'erano stelle che noi dalla Terra non abbiamo mai visto e la grandezza di tutte era tale che mai neppure abbiamo supposto, fra cui quella più piccola, che e la più lontana dal cielo e la più vicina dalla Terra, risplendeva di luce non propria. Le masse delle stelle poi superavano facilmente la grandezza della Terra. Anzi proprio la Terra mi apparve così piccola che io provai pena per il nostro impero con il quale noi arriviamo a toccare, si può dire, un punto di essa.