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 FILOSOFIA
CARTESIO
FORMAZIONE E I VIAGGI
Nace il 31 marzo 1596 a La Haye e viene educato nel collegio dei gesuiti di La Flèche. Nel
1619 fa

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FILOSOFIA CARTESIO FORMAZIONE E I VIAGGI Nace il 31 marzo 1596 a La Haye e viene educato nel collegio dei gesuiti di La Flèche. Nel 1619 fa 3 sogni rivelatori, che suscitano in lui la prima intuizione del suo metodo. La prima opera in cui esprime la sua intenzione è Regole per digerire l'ingegno, partecipa alla guerra dei 30 anni. Poi si dedica agli studi di matematica e fisica e continua ad elaborare la sua dottrina sul metodo. APPROFONDIMENTO DEGLI STUDI E LE OPERE MAGGIORI In olanda compone un trattato di metafisica e riprende lo studio della fisica e progetta di scrivere un trattato sul mondo, divulga alcuni dei suoi risultati raggiunti: diottrica, meteore, geometria. Poi conclude la stesura del trattato di metafisica grazie all'amico Mersenne e nel 1641 viene pubblicata con Le meditazioni sulla filosofia prima. Più tardi rielabora il trattato I principi di filosofia. Muore a Stoccolma l'11 febbraio 1650. IL METODO Cartesio non vuole insegnare quanto ha imparato ma descrive se stesso, infatti nel discorso sul metodo parla in 1 persona. Alla scuola della Flèche ritiene di non aver appreso nessun criterio sicuro per distinguere il vero e il falso. I TERMINI DEL PROBLEMA LA PAROLA METODO deriva dal greco Méthodos, parola composta da metà(attraverso qualcosa, seguire qualcosa) e hodòs ( strada) ed indica un procedimento di...

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indagine ordinato e semplice, elaborato sul modello seguito dalla matematica, utile all'uomo in ambito conoscitivo quanto in ambito pratico). Il metodo che cartesio cerca è teorico e pratico, deve condurre a saper distinguere vero e falso in vista dell'utilità e dei vantaggi che può derivarne. Una forma di sapere come questa deve consentire all'uomo l'ideazione di congegni che gli facciano godere senza fatica le cose della Terra, Cartesio pensa che potrebbe liberare gli uomini da un'infinità di malattie. Il metodo quindi deve essere un criterio di orientamento unico e semplice che serva all'uomo in campio sia teorico e pratico e che abbia come fine il vantaggio dell'uomo nel mondo. Per definire il proprio metodo si svolge alla matematica, La matematica per cartesio è già in possesso di un metodo efficace ma non sufficiente. E' necessario giustificare. Si tratta di giustificare il metodo e la possibilità della sua applicazione universale, riportando che l'uomo come soggetto pensante o ragione. Il compito filosofico di Cartesio è quello di: formulare le regole del metodo, fondare il valore assoluto e universale del metodo, dimostrare la fecondità del metodo. LE REGOLE il metodo cartesiano si concretizza in quattro regole: 1) La regola fondamentale prescrive l'evidenza, impone di accettare come vero solo ciò che si presenta alla mente in modo chiaro e distinto e di escludere gli elementi con una qualche forma di dubbio. 2) La regola dell'analisi, un problema deve essere suddiviso in sotto-problemi più semplici 3) La regola della sintesi, si passa dalle conoscenze più semplici alle più semplici gradatamente 4) Questa regola prescrive di controllare l'applicazione delle due regole precedenti che mediante l'enumerazione si controlla che l'analisi sia stata condotta correttamente, invece mediante la revisione si fa altrettanto per la sintesi. La loro formulazione è nella seconda parte del Discorso sul Metodo. IL DUBBIO E IL COGITO Le regole metodiche individuate non hanno la propria giustificazione, quindi Cartesio deve giustificarle risalendo alla loro radice, l'uomo come soggettività o come ragione. DAL DUBBIO METODICO A QUELLO IPERBOLICO E COGITO Le regole del metodo non hanno però in sé la loro giustificazione ed anche la loro base tratta dalla matematica non è detto che sia applicabile in altri campi; alla ricerca di un criterio di validità maggiormente fondato Cartesio risale alla loro radice, all'uomo come soggettività o come ragione. Per trovare il punto di partenza di un metodo bisogna applicare il dubbio metodico, dubitando di tutto, si giungerà a un principio che resiste al dubbio, questo principio dovrà essere ritenuto saldissimo e tale da poter servire da fondamento. In questo principio si troverà la giustificazione del metodo. Cartesio ritiene che niente si sottragga al dubbio, si deve dubitare dubitare delle conoscenze sensibili, perché i sensi ci ingannano. Ma ci sono delle conoscenze vere sia da svegli che da dormienti, le conoscenze matematiche, ma nemmeno queste possono essere sottratte al dubbio perché sono state create da Dio. Siamo stati creati da un genio maligno, da una potenza malvagia che ci inganna. Quindi il dubbio metodico si estende a tutto e diventa dubbio iperbolico. Ma in questo dubbio si intravede una prima certezza, posso ammette di ingannarmi, ma per farlo devo esistere e essere qualcosa. Io esisto, è assolutamente vero, si dubita solo chi esiste penso, dunque sono: cogito ergo sum. In latino cogitare significa pensare e per Cartesio la verità originaria in grado di sconfiggere il dubbio iperbolico, esprime la certezza indubitabile; nelle Meditazioni Metafisiche esprime tale certezza anche con la formula ego cogito, ego existo; nel Discorso sul Metodo l'aveva presentata come un'inferenza, un ragionamento. E' comunque l'unica verità che si sottrae ad ogni dubbio, l'attività del dubitare la conferma. L'espressione inglese I'm thinking rende ancor meglio il concetto perché pensare per Cartesio non comprende solo l'attività logico-razionale, ma anche l'immaginare. LA NATURA DEL COGITO lo non esisto se non come cosa che dubita, cioè come cosa che pensa. La certezza del mio esistere appartengono solo le determinazioni del mio pensiero: dubitare, affermare, negare... Le cose pensate, immaginate... possono non essere reali. Io esisto è uguale a io sono un oggetto pensante, cioè spirito intelletto o ragione. La mia esistenza di soggetto pensante è certa come non lo è l'esistenza di nessuna delle cose che penso. Ciò che io percepisco non esiste, ma è impossibile che non esista io. Il principio cartesiano si tratta di trovare nell'esistenza del soggetto pensante il principio che garantisce la validità della conoscenza umana e l'efficacia dell'azione umana sul mondo. DISCUSSIONE INTORNO AL COGITO I contemporanei di Cartesio lo discutono ampiamente. Arnauld vede nel ragionamento cartesiano un circolo vizioso, se il cogito ergo sum viene accettato perché evidente, allora la regola dell'evidenza risulta anteriore allo stesso cogito e la pretesa di giustificarla in virtù del cogito diventa illusoria. L'io è assolutamente certo di essere una cosa che pensa. Di conseguenza non posso pensare di non pensare. Per Pierre Gassendi il principio di Cartesio è in realtà la conclusione di un sillogismo abbreviato: tutto ciò che pensa esiste. lo penso. Dunque esisto. Cartesio risponde che il cogito non è un ragionamento ma un'intuizione immediata della mente. Thomas Hobbes dice che Cartesio ha torto nel pretendere di pronunciarsi su come l'io esiste, ovvero nel definirlo uno spirito, un'anima. Cartesio replica affermando: 1) che l'uomo non passeggia costantemente, però pensa sempre, il pensiero è essenziale, 2) il pensiero esige un sub-iectum, un sostegno, se c'è pensiero, deve esserci una cosa o sostanza che sta sotto. DIO COME GIUSTIFICAZIONE METAFISICA DELLE CERTEZZE UMANE lo sono un essere pensante che ha idee, per idea si intende ogni oggetto o contenuto del pensiero. Sono sicuro del fatto che tali idee esistono nel mio spirito, fanno parte di me come soggetto pensante. Non sono invece sicuro che a queste idee corrispondano realtà effettive fuori di me. Tutte le cose percepite dai sensi sono per me delle idee, e queste idee esistono nel mio spirito. Ma esistono cose fuori di me? L'ipotesi del genio maligno continua a gravare sul mondo esterno a me, Cartesio dovrà dimostrare l'esistenza di Dio e di un Dio buono che non inganna l'uomo. La dimostrazione dell'esistenza di un Dio perfetto e buono ha valore gnoseologico. LE PROVE DELL'ESISTENZA DI DIO Cartesio elabora le sue prove dell'esistenza di Dio come un procedimento a priori, cioè partendo dal cogito, dall'analisi dei contenuti di pensiero. Egli esamina le idee (le rappresentazioni) e le distingue in 3 categorie. quelle presenti in me da sempre, non derivate dall'esterno (innate) quelle estranee a me, derivate dal di fuori (avventizie) quelle formate o trovate da me stesso (fattizie). Alla prima classe appartiene il concetto di cosa o sostanza: che esisto e che sono una cosa pensante, lo sa me. Alla seconda appartengono le idee delle cose naturali. Alla terza appartengono le idee delle cose chimeriche o inventate. Per scoprire se a qualcuna delle idee corrisponda una realtà esterna, occorre interrogarsi sulla loro causa: è possibile trovare un'idea che sia causata da una realtà al di fuori della mente? Alcune delle idee possedute dal soggetto, quelle di animali, di cose, o anche quelle fattizie possono essere create dal soggetto. L'idea di Dio è però “speciale”, come quella di infinito: è innata. E' difficile pensare che io, creatura limitata e imperfetta, abbia potuto concepire e produrre da me l'idea di una sostanza infinita, eterna, immutabile, indipendente, onnisciente, onnipotente, con tutte le perfezioni possibili. La causa dell'idea di Dio dovrà essere dunque esterna al soggetto. Inoltre la causa di un'idea deve avere tanta realtà quanto ne ha l'idea stessa e quanta ne possiede il suo oggetto Perciò l'idea di una sostanza infinita e perfetta dovrà essere una sostanza infinita e perfetta effettivamente esistente. Cioè una realtà finita come la mente umana non può produrre la rappresentazione dell'infinito. Questa idea dovrà essere causata quindi da una realtà infinita, da un ente infinito effettivamente esistente. Questa prima prova cartesiana dell'esistenza di Dio. Anche la seconda prova parte dal cogito, se sono in grado di riconoscermi come un essere finito imperfetto, è perché esiste un essere più perfetto di me. E' evidente che non sono io il creatore di me stesso. La terza prova: non è possibile concepire Dio come un essere sovranamente perfetto senza ammettere la sua esistenza, perché l'esistenza è una delle sue perfezioni necessari CRITICHE ALLE PROVE DELL'ESISTENZA DI DIO DIO COME GARANTE DELL'EVIDENZA Con la dimostrazione dell'esistenza di Dio e riconosciuta l'esistenza, posso dire che Dio, essendo perfetto, non può ingannarmi. Quindi tutto ciò che appare chiaro ed evidente deve essere vero, perché Dio lo garantisce come tale. LA POSSIBILITA' DELL'ERRORE Nel sistema cartesiano in cui la verità della conoscenza trova il proprio fondamento in un Dio buono e perfetto, com'è possibile l'errore? Dipende dall'intelletto e la volontà. L'intelletto umano è limitato e la volontà umana è libera e quindi più estesa dell'intelletto. Nella possibilità di affermare o di negare ciò che l'intelletto non riesce a percepire chiaramente consiste la possibilità dell'errore. L'errore non ci sarebbe se mi astenessi dal dare il mio giudizio intorno a ciò che non è abbastanza chiaro. L'errore dipende unicamente dal libero arbitrio che Dio ha dato all'uomo e si può evitare soltanto attenendosi scrupolosamente alle regole del metodo e a quello dell'evidenza. DUALISMO CARTESIANO L'evidenza consente a Cartesio di eliminare il dubbio che all'inizio del suo ragionamento aveva avanzato sulla realtà delle cose corporee. L'idea di cose corporee che esistono fuori di me e che agiscono sui miei sensi non può essere ingannevole. Tuttavia non possiamo affermare che i corpi possiedono realmente tutte le qualità che noi percepiamo. Cartesio fa una distinzione tra proprietà oggettive e soggettive. Tutte le determinazioni quantitative sono qualità reali (oggettive) dei corpi. Quelli che dipendono dalla percezione che abbiamo noi sono soggettive e non esistono nella realtà corporea. Cartesio ammette accanto alla sostanza pesante che costituisce l'io, una sostanza estesa, o corporea. Secondo un rigoroso dualismo ontologico (con tale espressione si indica una concezione della realtà che si divide in due ambiti radicalmente opposti e di natura eterogenea. Ribadiamo per Cartesio UNA SOSTANZA PENSANTE, RES COGITANS, incorporea, inestesa, consapevole e libera; UNA SOSTANZA CORPOREA, RES EXTENSA, estesa, spaziale, inconsapevole e meccanicamente determinata. Dunque per Cartesio tutte le attività spirituali come pensare, volere, desiderare sono modi della sostanza pensante, di un'anima individuale, mentre i corpi modificazioni accidentali di un'unica sostanza estesa.) divide la realtà in 2 zone distinte ed eterogenee: sostanza pesante, incorporea inestesa consapevole e libera. sostanza estesa, che è corporea, spaziale inconsapevole e meccanicamente determinata. Dopo questa divisione, Cartesio trova il problema di riunire le 2 sostanze, cioè di spiegarne il rapporto, tra anima e corpo. Pensa di risolvere la questione con la teoria della ghiandola pineale (odierna epifisi), che concepisce come la sola parte del cervello che può unificare le sensazioni che vengono dagli organi di senso. LA FILOSOFIA PRATICA Nella terza parte del Discorso sul metodo stabilisce alcune regole di morale provvisoria. La prima regola prescriveva di obbedire alle leggi e ai costumi del paese. Con questa regola rinunciava a estendere la propria critica al dominio della morale e della politica. Distingueva due ambiti diversi: la pratica della vita e la contemplazione della verità. Nel primo, la volontà ha l'obbligo di decidersi senza attendere l'evidenza, nel secondo ha l'obbligo di non decidere finchè l'evidenza non sia stata raggiunta. L'uomo non può accontentarsi che della verità evidente, mentre nel dominio dell'azione può accontentarsi di una verità solo probabile. La prima regola della morale ha un valore permanente e definitivo. La seconda regola prescriveva di essere il più fermi e risoluti possibile nell'azione e di seguire con costanza anche l'opinione dubbiosa. Anche questa regola è suggerita dalle necessità della vita, che spesso obbligano ad agire anche in mancanza di elementi sicuri e definitivi. Ma essa perde ogni carattere provvisorio quando la ragione entri in possesso del suo metodo. La terza regola prescrive di cercare di vincere piuttosto se stessi che la fortuna e di cambiare i propri desideri più che l'ordine nel mondo. Cartesio sosteneva che nulla è del tutto in nostro potere tranne i nostri pensieri. Questa regola fu fondamentale per la morale di Cartesio. Esprime lo spirito del cartesianesimo, delineando in tal modo l'ideale stesso della morale cartesiana: la saggezza. LO STUDIO DELLE PASSIONI Cartesio non fece mai seguire una morale definitiva. Nello scritto del Le passioni dell'anima distingue nell'anima azioni e affezioni: le azioni dipendono dalla volontà, le affezioni sono involontarie e costituite da sentimenti, emozioni, causate da spiriti vitali, da forze meccaniche che agiscono sul corpo. La forza dell'anima consiste nel saper vincere le emozioni, mentre la sua debolezza sta nel lasciarsi dominare dalle emozioni da sentimenti, emozioni, causate da spiriti vitali, da forze meccaniche che agiscono sul corpo, ma non significa che le emozioni siano essenzialmente nocive. La tristezza e la gioia sono emozioni fondamentali. Provando odio per ciò che le provoca tristezza, l'anima scopre quali sono le cose che nuocciono. Provando amore per ciò che le procura gioia, capisce quali sono le cose utili al corpo e le cerca. Alle emozioni è connesso uno stato di schiavitù da cui l'uomo deve cercare di liberarsi. Esse quasi sempre rivelano il bene e il male, ma li ingigantiscono. Quindi l'uomo deve lasciarsi guidare dall'esperienza e la ragione, solo così potrà distinguere nel loro giusto valore il bene e il male evitando gli eccessi. In questo dominio sulle emozioni consiste la saggezza, si ottiene estendendo il dominio del pensiero chiaro e distinto separando questo dominio dai movimenti del sangue e degli spiriti vitali, dai quali le emozioni dipendono. In questo progressivo dominio della ragione risiede il tratto saliente della morale cartesiana. DA CARTESIO AI LIBERTINI LA LOTTA PER LA RAGIONE La filosofia di Cartesio suscitò molte reazioni. Il cartesianesimo è considerato da 2 diversi punti di vista: come tecnica razionale, procede in modo autonomo e geometricamente, utilizzando soltanto le idee chiare e distinte in ordine rigoroso, come insieme di dottrine metafisiche e fisiche, le prove dell'esistenza di Dio, la spiritualità e la libertà dell'anima. Cartesio tiene più al successo di questo secondo punto. Il cartesianesimo appare come l'episodio maggiore di quella lotta per la ragione che si può definire come l'insegna della cultura filosofica del 600. Questa lotta tende a: far prevalere la ragione nel dominio morale, politico religioso e scientifico. chiarire il concetto stesso di ragione. Per il primo punto la lotta per la ragione condotta dai pensatori seicenteschi andrà molto al di là degli intenti di Cartesio, lui intende la propria filosofia come una sostanziale conferma della metafisica, della morale e della religione. Per il secondo punto il cartesianesimo costituisce una delle due grandi alternative che si fronteggiano nella lotta per la ragione. Se Cartesio vede nella ragione una forza unica,

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M

Fantastico, imparerò da questo appunto oggi. Saluti 👍👍

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FILOSOFIA CARTESIO FORMAZIONE E I VIAGGI Nace il 31 marzo 1596 a La Haye e viene educato nel collegio dei gesuiti di La Flèche. Nel 1619 fa 3 sogni rivelatori, che suscitano in lui la prima intuizione del suo metodo. La prima opera in cui esprime la sua intenzione è Regole per digerire l'ingegno, partecipa alla guerra dei 30 anni. Poi si dedica agli studi di matematica e fisica e continua ad elaborare la sua dottrina sul metodo. APPROFONDIMENTO DEGLI STUDI E LE OPERE MAGGIORI In olanda compone un trattato di metafisica e riprende lo studio della fisica e progetta di scrivere un trattato sul mondo, divulga alcuni dei suoi risultati raggiunti: diottrica, meteore, geometria. Poi conclude la stesura del trattato di metafisica grazie all'amico Mersenne e nel 1641 viene pubblicata con Le meditazioni sulla filosofia prima. Più tardi rielabora il trattato I principi di filosofia. Muore a Stoccolma l'11 febbraio 1650. IL METODO Cartesio non vuole insegnare quanto ha imparato ma descrive se stesso, infatti nel discorso sul metodo parla in 1 persona. Alla scuola della Flèche ritiene di non aver appreso nessun criterio sicuro per distinguere il vero e il falso. I TERMINI DEL PROBLEMA LA PAROLA METODO deriva dal greco Méthodos, parola composta da metà(attraverso qualcosa, seguire qualcosa) e hodòs ( strada) ed indica un procedimento di...

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indagine ordinato e semplice, elaborato sul modello seguito dalla matematica, utile all'uomo in ambito conoscitivo quanto in ambito pratico). Il metodo che cartesio cerca è teorico e pratico, deve condurre a saper distinguere vero e falso in vista dell'utilità e dei vantaggi che può derivarne. Una forma di sapere come questa deve consentire all'uomo l'ideazione di congegni che gli facciano godere senza fatica le cose della Terra, Cartesio pensa che potrebbe liberare gli uomini da un'infinità di malattie. Il metodo quindi deve essere un criterio di orientamento unico e semplice che serva all'uomo in campio sia teorico e pratico e che abbia come fine il vantaggio dell'uomo nel mondo. Per definire il proprio metodo si svolge alla matematica, La matematica per cartesio è già in possesso di un metodo efficace ma non sufficiente. E' necessario giustificare. Si tratta di giustificare il metodo e la possibilità della sua applicazione universale, riportando che l'uomo come soggetto pensante o ragione. Il compito filosofico di Cartesio è quello di: formulare le regole del metodo, fondare il valore assoluto e universale del metodo, dimostrare la fecondità del metodo. LE REGOLE il metodo cartesiano si concretizza in quattro regole: 1) La regola fondamentale prescrive l'evidenza, impone di accettare come vero solo ciò che si presenta alla mente in modo chiaro e distinto e di escludere gli elementi con una qualche forma di dubbio. 2) La regola dell'analisi, un problema deve essere suddiviso in sotto-problemi più semplici 3) La regola della sintesi, si passa dalle conoscenze più semplici alle più semplici gradatamente 4) Questa regola prescrive di controllare l'applicazione delle due regole precedenti che mediante l'enumerazione si controlla che l'analisi sia stata condotta correttamente, invece mediante la revisione si fa altrettanto per la sintesi. La loro formulazione è nella seconda parte del Discorso sul Metodo. IL DUBBIO E IL COGITO Le regole metodiche individuate non hanno la propria giustificazione, quindi Cartesio deve giustificarle risalendo alla loro radice, l'uomo come soggettività o come ragione. DAL DUBBIO METODICO A QUELLO IPERBOLICO E COGITO Le regole del metodo non hanno però in sé la loro giustificazione ed anche la loro base tratta dalla matematica non è detto che sia applicabile in altri campi; alla ricerca di un criterio di validità maggiormente fondato Cartesio risale alla loro radice, all'uomo come soggettività o come ragione. Per trovare il punto di partenza di un metodo bisogna applicare il dubbio metodico, dubitando di tutto, si giungerà a un principio che resiste al dubbio, questo principio dovrà essere ritenuto saldissimo e tale da poter servire da fondamento. In questo principio si troverà la giustificazione del metodo. Cartesio ritiene che niente si sottragga al dubbio, si deve dubitare dubitare delle conoscenze sensibili, perché i sensi ci ingannano. Ma ci sono delle conoscenze vere sia da svegli che da dormienti, le conoscenze matematiche, ma nemmeno queste possono essere sottratte al dubbio perché sono state create da Dio. Siamo stati creati da un genio maligno, da una potenza malvagia che ci inganna. Quindi il dubbio metodico si estende a tutto e diventa dubbio iperbolico. Ma in questo dubbio si intravede una prima certezza, posso ammette di ingannarmi, ma per farlo devo esistere e essere qualcosa. Io esisto, è assolutamente vero, si dubita solo chi esiste penso, dunque sono: cogito ergo sum. In latino cogitare significa pensare e per Cartesio la verità originaria in grado di sconfiggere il dubbio iperbolico, esprime la certezza indubitabile; nelle Meditazioni Metafisiche esprime tale certezza anche con la formula ego cogito, ego existo; nel Discorso sul Metodo l'aveva presentata come un'inferenza, un ragionamento. E' comunque l'unica verità che si sottrae ad ogni dubbio, l'attività del dubitare la conferma. L'espressione inglese I'm thinking rende ancor meglio il concetto perché pensare per Cartesio non comprende solo l'attività logico-razionale, ma anche l'immaginare. LA NATURA DEL COGITO lo non esisto se non come cosa che dubita, cioè come cosa che pensa. La certezza del mio esistere appartengono solo le determinazioni del mio pensiero: dubitare, affermare, negare... Le cose pensate, immaginate... possono non essere reali. Io esisto è uguale a io sono un oggetto pensante, cioè spirito intelletto o ragione. La mia esistenza di soggetto pensante è certa come non lo è l'esistenza di nessuna delle cose che penso. Ciò che io percepisco non esiste, ma è impossibile che non esista io. Il principio cartesiano si tratta di trovare nell'esistenza del soggetto pensante il principio che garantisce la validità della conoscenza umana e l'efficacia dell'azione umana sul mondo. DISCUSSIONE INTORNO AL COGITO I contemporanei di Cartesio lo discutono ampiamente. Arnauld vede nel ragionamento cartesiano un circolo vizioso, se il cogito ergo sum viene accettato perché evidente, allora la regola dell'evidenza risulta anteriore allo stesso cogito e la pretesa di giustificarla in virtù del cogito diventa illusoria. L'io è assolutamente certo di essere una cosa che pensa. Di conseguenza non posso pensare di non pensare. Per Pierre Gassendi il principio di Cartesio è in realtà la conclusione di un sillogismo abbreviato: tutto ciò che pensa esiste. lo penso. Dunque esisto. Cartesio risponde che il cogito non è un ragionamento ma un'intuizione immediata della mente. Thomas Hobbes dice che Cartesio ha torto nel pretendere di pronunciarsi su come l'io esiste, ovvero nel definirlo uno spirito, un'anima. Cartesio replica affermando: 1) che l'uomo non passeggia costantemente, però pensa sempre, il pensiero è essenziale, 2) il pensiero esige un sub-iectum, un sostegno, se c'è pensiero, deve esserci una cosa o sostanza che sta sotto. DIO COME GIUSTIFICAZIONE METAFISICA DELLE CERTEZZE UMANE lo sono un essere pensante che ha idee, per idea si intende ogni oggetto o contenuto del pensiero. Sono sicuro del fatto che tali idee esistono nel mio spirito, fanno parte di me come soggetto pensante. Non sono invece sicuro che a queste idee corrispondano realtà effettive fuori di me. Tutte le cose percepite dai sensi sono per me delle idee, e queste idee esistono nel mio spirito. Ma esistono cose fuori di me? L'ipotesi del genio maligno continua a gravare sul mondo esterno a me, Cartesio dovrà dimostrare l'esistenza di Dio e di un Dio buono che non inganna l'uomo. La dimostrazione dell'esistenza di un Dio perfetto e buono ha valore gnoseologico. LE PROVE DELL'ESISTENZA DI DIO Cartesio elabora le sue prove dell'esistenza di Dio come un procedimento a priori, cioè partendo dal cogito, dall'analisi dei contenuti di pensiero. Egli esamina le idee (le rappresentazioni) e le distingue in 3 categorie. quelle presenti in me da sempre, non derivate dall'esterno (innate) quelle estranee a me, derivate dal di fuori (avventizie) quelle formate o trovate da me stesso (fattizie). Alla prima classe appartiene il concetto di cosa o sostanza: che esisto e che sono una cosa pensante, lo sa me. Alla seconda appartengono le idee delle cose naturali. Alla terza appartengono le idee delle cose chimeriche o inventate. Per scoprire se a qualcuna delle idee corrisponda una realtà esterna, occorre interrogarsi sulla loro causa: è possibile trovare un'idea che sia causata da una realtà al di fuori della mente? Alcune delle idee possedute dal soggetto, quelle di animali, di cose, o anche quelle fattizie possono essere create dal soggetto. L'idea di Dio è però “speciale”, come quella di infinito: è innata. E' difficile pensare che io, creatura limitata e imperfetta, abbia potuto concepire e produrre da me l'idea di una sostanza infinita, eterna, immutabile, indipendente, onnisciente, onnipotente, con tutte le perfezioni possibili. La causa dell'idea di Dio dovrà essere dunque esterna al soggetto. Inoltre la causa di un'idea deve avere tanta realtà quanto ne ha l'idea stessa e quanta ne possiede il suo oggetto Perciò l'idea di una sostanza infinita e perfetta dovrà essere una sostanza infinita e perfetta effettivamente esistente. Cioè una realtà finita come la mente umana non può produrre la rappresentazione dell'infinito. Questa idea dovrà essere causata quindi da una realtà infinita, da un ente infinito effettivamente esistente. Questa prima prova cartesiana dell'esistenza di Dio. Anche la seconda prova parte dal cogito, se sono in grado di riconoscermi come un essere finito imperfetto, è perché esiste un essere più perfetto di me. E' evidente che non sono io il creatore di me stesso. La terza prova: non è possibile concepire Dio come un essere sovranamente perfetto senza ammettere la sua esistenza, perché l'esistenza è una delle sue perfezioni necessari CRITICHE ALLE PROVE DELL'ESISTENZA DI DIO DIO COME GARANTE DELL'EVIDENZA Con la dimostrazione dell'esistenza di Dio e riconosciuta l'esistenza, posso dire che Dio, essendo perfetto, non può ingannarmi. Quindi tutto ciò che appare chiaro ed evidente deve essere vero, perché Dio lo garantisce come tale. LA POSSIBILITA' DELL'ERRORE Nel sistema cartesiano in cui la verità della conoscenza trova il proprio fondamento in un Dio buono e perfetto, com'è possibile l'errore? Dipende dall'intelletto e la volontà. L'intelletto umano è limitato e la volontà umana è libera e quindi più estesa dell'intelletto. Nella possibilità di affermare o di negare ciò che l'intelletto non riesce a percepire chiaramente consiste la possibilità dell'errore. L'errore non ci sarebbe se mi astenessi dal dare il mio giudizio intorno a ciò che non è abbastanza chiaro. L'errore dipende unicamente dal libero arbitrio che Dio ha dato all'uomo e si può evitare soltanto attenendosi scrupolosamente alle regole del metodo e a quello dell'evidenza. DUALISMO CARTESIANO L'evidenza consente a Cartesio di eliminare il dubbio che all'inizio del suo ragionamento aveva avanzato sulla realtà delle cose corporee. L'idea di cose corporee che esistono fuori di me e che agiscono sui miei sensi non può essere ingannevole. Tuttavia non possiamo affermare che i corpi possiedono realmente tutte le qualità che noi percepiamo. Cartesio fa una distinzione tra proprietà oggettive e soggettive. Tutte le determinazioni quantitative sono qualità reali (oggettive) dei corpi. Quelli che dipendono dalla percezione che abbiamo noi sono soggettive e non esistono nella realtà corporea. Cartesio ammette accanto alla sostanza pesante che costituisce l'io, una sostanza estesa, o corporea. Secondo un rigoroso dualismo ontologico (con tale espressione si indica una concezione della realtà che si divide in due ambiti radicalmente opposti e di natura eterogenea. Ribadiamo per Cartesio UNA SOSTANZA PENSANTE, RES COGITANS, incorporea, inestesa, consapevole e libera; UNA SOSTANZA CORPOREA, RES EXTENSA, estesa, spaziale, inconsapevole e meccanicamente determinata. Dunque per Cartesio tutte le attività spirituali come pensare, volere, desiderare sono modi della sostanza pensante, di un'anima individuale, mentre i corpi modificazioni accidentali di un'unica sostanza estesa.) divide la realtà in 2 zone distinte ed eterogenee: sostanza pesante, incorporea inestesa consapevole e libera. sostanza estesa, che è corporea, spaziale inconsapevole e meccanicamente determinata. Dopo questa divisione, Cartesio trova il problema di riunire le 2 sostanze, cioè di spiegarne il rapporto, tra anima e corpo. Pensa di risolvere la questione con la teoria della ghiandola pineale (odierna epifisi), che concepisce come la sola parte del cervello che può unificare le sensazioni che vengono dagli organi di senso. LA FILOSOFIA PRATICA Nella terza parte del Discorso sul metodo stabilisce alcune regole di morale provvisoria. La prima regola prescriveva di obbedire alle leggi e ai costumi del paese. Con questa regola rinunciava a estendere la propria critica al dominio della morale e della politica. Distingueva due ambiti diversi: la pratica della vita e la contemplazione della verità. Nel primo, la volontà ha l'obbligo di decidersi senza attendere l'evidenza, nel secondo ha l'obbligo di non decidere finchè l'evidenza non sia stata raggiunta. L'uomo non può accontentarsi che della verità evidente, mentre nel dominio dell'azione può accontentarsi di una verità solo probabile. La prima regola della morale ha un valore permanente e definitivo. La seconda regola prescriveva di essere il più fermi e risoluti possibile nell'azione e di seguire con costanza anche l'opinione dubbiosa. Anche questa regola è suggerita dalle necessità della vita, che spesso obbligano ad agire anche in mancanza di elementi sicuri e definitivi. Ma essa perde ogni carattere provvisorio quando la ragione entri in possesso del suo metodo. La terza regola prescrive di cercare di vincere piuttosto se stessi che la fortuna e di cambiare i propri desideri più che l'ordine nel mondo. Cartesio sosteneva che nulla è del tutto in nostro potere tranne i nostri pensieri. Questa regola fu fondamentale per la morale di Cartesio. Esprime lo spirito del cartesianesimo, delineando in tal modo l'ideale stesso della morale cartesiana: la saggezza. LO STUDIO DELLE PASSIONI Cartesio non fece mai seguire una morale definitiva. Nello scritto del Le passioni dell'anima distingue nell'anima azioni e affezioni: le azioni dipendono dalla volontà, le affezioni sono involontarie e costituite da sentimenti, emozioni, causate da spiriti vitali, da forze meccaniche che agiscono sul corpo. La forza dell'anima consiste nel saper vincere le emozioni, mentre la sua debolezza sta nel lasciarsi dominare dalle emozioni da sentimenti, emozioni, causate da spiriti vitali, da forze meccaniche che agiscono sul corpo, ma non significa che le emozioni siano essenzialmente nocive. La tristezza e la gioia sono emozioni fondamentali. Provando odio per ciò che le provoca tristezza, l'anima scopre quali sono le cose che nuocciono. Provando amore per ciò che le procura gioia, capisce quali sono le cose utili al corpo e le cerca. Alle emozioni è connesso uno stato di schiavitù da cui l'uomo deve cercare di liberarsi. Esse quasi sempre rivelano il bene e il male, ma li ingigantiscono. Quindi l'uomo deve lasciarsi guidare dall'esperienza e la ragione, solo così potrà distinguere nel loro giusto valore il bene e il male evitando gli eccessi. In questo dominio sulle emozioni consiste la saggezza, si ottiene estendendo il dominio del pensiero chiaro e distinto separando questo dominio dai movimenti del sangue e degli spiriti vitali, dai quali le emozioni dipendono. In questo progressivo dominio della ragione risiede il tratto saliente della morale cartesiana. DA CARTESIO AI LIBERTINI LA LOTTA PER LA RAGIONE La filosofia di Cartesio suscitò molte reazioni. Il cartesianesimo è considerato da 2 diversi punti di vista: come tecnica razionale, procede in modo autonomo e geometricamente, utilizzando soltanto le idee chiare e distinte in ordine rigoroso, come insieme di dottrine metafisiche e fisiche, le prove dell'esistenza di Dio, la spiritualità e la libertà dell'anima. Cartesio tiene più al successo di questo secondo punto. Il cartesianesimo appare come l'episodio maggiore di quella lotta per la ragione che si può definire come l'insegna della cultura filosofica del 600. Questa lotta tende a: far prevalere la ragione nel dominio morale, politico religioso e scientifico. chiarire il concetto stesso di ragione. Per il primo punto la lotta per la ragione condotta dai pensatori seicenteschi andrà molto al di là degli intenti di Cartesio, lui intende la propria filosofia come una sostanziale conferma della metafisica, della morale e della religione. Per il secondo punto il cartesianesimo costituisce una delle due grandi alternative che si fronteggiano nella lotta per la ragione. Se Cartesio vede nella ragione una forza unica,