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 LE SCUOLE ECONOMICHE
L'EVOLUZIONE DEL PENSIERO ECONOMICO
Scuole economiche e realtà
La storia del pensiero economico studia l'evoluzione de

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LE SCUOLE ECONOMICHE L'EVOLUZIONE DEL PENSIERO ECONOMICO Scuole economiche e realtà La storia del pensiero economico studia l'evoluzione del pensiero degli economisti nel tempo, nel loro sforzo di osservare la realtà e trovare strumenti di analisi idonei a interpretarla. Essi vengono raggruppati in scuole, che presentano una certa omogeneità di posizioni di fronte ai problemi reali. Tre periodi L'intera storia del pensiero economico può essere suddivisa in tre periodi: periodo frammentario, che va dalle origini fino all'inizio del XVI secolo; periodo pre-scientifico, che va dall'inizio del XVI secolo al 1776 e comprende il mercantilismo e la fisiocrazia; periodo scientifico, che va dal 1776 ai giorni nostri e comprende la scuola classica, la scuola socialista, la scuola storica, la scuola neoclassica, la scuola keynesiana e la scuola monetarista. IL PERIODO FRAMMENTARIO Il periodo frammentario è così chiamato perché i riferimenti all'economia sono episodici e si trovano in altri contesti. Nel Medioevo in opere di filosofia e teologia si trovano osservazioni economiche, ma esclusivamente sotto il profilo morale. Il pensiero economico nell'antichità Il pensiero dell'antichità può riassumersi in due filoni principali: quello "collettivista" di Platone e quello "individualista" di Aristotele. Il collettivismo di Platone ha la sua base nella condanna dell'arricchimento individuale, che comporta atti ingiusti nei confronti della comunità. Aristotele, invece, riconosceva che il desiderio di arricchimento individuale poteva stimolare l'iniziativa economica....

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Aristotele ha cercato di studiare la realtà concreta e molte sue intuizioni sono valide ancora oggi. Il pensiero economico medievale La base di partenza del pensiero economico medievale fu fornita da Aristotele, interpretato alla luce della diversa concezione del lavoro umano che il cristianesimo aveva nel frattempo sviluppato. Gli ideali del pensiero medievale sono espressi nella Summa Theologica di Tommaso d'Aquino, che si preoccupò di scoprire ciò che era giusto per l'uomo, subordinando le scelte economiche alle direttive della morale cattolica. IL MERCANTILISMO Nel XVI secolo si formarono i grandi Stati nazionali moderni: la Francia, la Spagna e l'Inghilterra. Le scoperte geografiche aprirono all'Europa fonti straordinarie di materie prime, insieme a un afflusso di metalli preziosi. Per i mercantilisti, il compito dell'economia era quello di ricercare le leggi che rendono più ricco, più potente e più popolato lo Stato. Colbert, il maggior interprete del mercantilismo Jean-Baptiste Colbert fu capo dell'Amministrazione centrale dello Stato francese sotto Luigi XIV. Attuando le idee dei mercantilisti, egli praticò una politica commerciale basata sul protezionismo, ovvero rivolta a contrastare la concorrenza estera in modo da sostenere i prodotti nazionali. Convinto che la potenza dello Stato dipendesse dalla quantità di metalli preziosi presenti nel Paese, egli riteneva che gli Stati sprovvisti di miniere dovessero promuovere le esportazioni, per acquistare con il ricavato metalli preziosi, e che lo Stato dovesse ridurre le importazioni imponendo dazi doganali (imposte che colpiscono le importazioni, rendendole meno convenienti), regolamentando in dettaglio l'attività economica per promuovere l'industria nazionale. La bilancia commerciale è un conto che registra tutte le esportazioni e le importazioni operate da uno Stato verso e dal Resto del mondo. Costituisce la parte più importante della bilancia dei pagamenti, il conto in cui sono registrati i flussi finanziari che hanno come contropartita le merci. La prima teoria quantitativa della moneta L'inflazione è l'aumento generalizzato e continuo del livello dei prezzi, cioè la diminuzione prolungata nel tempo del valore o potere di acquisto della moneta. Le gravi tensioni inflazionistiche verificatesi soprattutto in Spagna e in Portogallo spinsero i mercantilisti a indagare sui fondamenti del valore della moneta. Jean Bodin e Bernardo Davanzati formularono una teoria quantitativa della moneta, secondo cui i prezzi generali dei beni sono direttamente proporzionali alla quantità di moneta in circolazione nel dato momento. King, un precursore dell'economia moderna Gregory King introdusse la nozione di elasticità della domanda e dell'offerta analizzando le oscillazioni del prezzo del grano. Celebre è il suo calcolo della variazione del prezzo del grano al variare del raccolto (legge di King), che anticipò di oltre due secoli i moderni studi sulla domanda. LA FISIOCRAZIA La scuola fisiocratica (fisiocrazia = governo della natura) si sviluppò nella seconda metà del XVIII secolo nella Francia dei filosofi illuministi. L'illuminismo è un movimento nato in Francia nel XVIII secolo che si proponeva di “illuminare” la mente degli uomini avvalendosi della ragione e dei progressi della scienza. Il fondatore della scuola fisiocratica è François Quesnay, il quale pubblicò nel 1758 il Tableau Économique, un testo che illustrava la circolazione del prodotto fra le classi sociali (classe produttiva, classe dei proprietari, classe sterile). Ordine economico naturale Gli esponenti di questa scuola partirono dalla convinzione dell'esistenza di un ordine economico naturale, basato su leggi fisiche e su leggi morali che l'uomo deve adottare nel suo stesso interesse. Nella visione fisiocratica, il compito dell'economia è quello di scoprire le leggi naturali che stanno alla base della produzione e della distribuzione dei beni. Il rispetto di queste leggi assicura equilibrio e benessere. La fisiocrazia si basa sull'idea che l'agricoltura sia l'unica fonte di ricchezza, per cui qualsiasi tentativo dello Stato di regolamentare l'economia sarebbe stato dannoso. Un attento studio del processo produttivo L'analisi del processo produttivo è l'elemento caratterizzante di questa scuola e indice della sua superiorità rispetto ai mercantilisti. Per i fisiocratici lo sviluppo economico si realizzava solo attraverso il miglioramento delle tecniche agricole e la tutela dei coltivatori da parte dello Stato, che doveva assicurare libertà di commercio a favore delle esportazioni dei prodotti agricoli francesi. LA SCUOLA CLASSICA La scuola classica iniziò con la pubblicazione della Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith (1776) e si sviluppò sino alla metà del XIX secolo. Questo periodo è caratterizzato da un profondo cambiamento: la rivoluzione industriale. L'analisi classica del capitalismo Il capitalismo un sistema economico caratterizzato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, in cui la scelta dei beni da produrre spetta ai consumatori e le decisioni economiche vengono assunte dai singoli operatori. In Smith emerge chiaramente la convinzione che il capitalismo costituisce una rottura irreversibile rispetto al passato. Nei sistemi precedenti era fondamentale la finalità di soddisfare i consumi delle classi ricche; nel sistema capitalistico, invece, mediante l'accumulazione e la trasformazione del sovrappiù in capitale, è possibile accrescere la produzione a beneficio di tutta la popolazione. Anche secondo questa scuola esiste un ordine naturale, una mano invisibile che guida ogni soggetto a promuovere il benessere della società quando agisce per realizzare il proprio interesse. Perseguendo un proprio interesse, infatti, spesso si promuove quello della società più efficacemente di quando si intende veramente promuoverlo. Data la convinzione dell'esistenza di un ordine naturale, lo Stato deve astenersi dall'intervenire nell'economia. La dottrina del laissez faire Il principio "laissez faire, laissez passer" sostiene il non intervento dello Stato nell'economia, in base alla convinzione che il sistema economico operi spontaneamente sempre al meglio e sia in grado di autoregolarsi, adattandosi alle nuove situazioni che si verificano sul mercato. Tre campi di indagine Il pensiero classico si soffermò in particolare attorno a tre nuclei principali di indagine: il problema dello sviluppo del sistema capitalistico; il problema del valore; il problema della distribuzione del prodotto fra i fattori che hanno concorso a produrlo. La teoria dello sviluppo economico Per sviluppo economico si intende una crescita durevole del reddito reale, cioè espresso in termini di beni e servizi. Gli studiosi delle epoche precedenti non avevano elaborato una teoria dello sviluppo, in quanto i fenomeni da interpretare erano caratterizzati dalla stazionarietà del sistema economico. Con la rivoluzione industriale si realizza un "surplus" che viene destinato a nuovi investimenti (accumulazione capitalistica); si ottiene così una maggiore quantità di nuova produzione e si esce dallo stato stazionario. Ricardo e lo studio dei conflitti sociali David Ricardo studiò la distribuzione del prodotto fra le classi che concorrono alla sua formazione: i proprietari terrieri, i capitalisti e i lavoratori. Per Ricardo il valore dei beni dipende dalla quantità di lavoro in essi incorporato; anche il valore degli strumenti della produzione (e quindi del capitale) dipende dal lavoro impiegato a produrli: questa è la teoria del valore-lavoro. Thomas R. Malthus e il ristagno economico Thomas Robert Malthus è noto per aver attirato l'attenzione sul problema della scarsità della terra coltivabile in contrasto con la crescente richiesta dei suoi prodotti. Nella sua analisi il capitalismo non è in grado di migliorare le condizioni dei lavoratori, sia perché la crescita demografica è eccessiva, sia perché con il nuovo sistema di produzione industriale si va incontro a una crisi di sovrapproduzione e ristagno. Jean B. Say e la “legge degli sbocchi" A Jean Baptiste Say si deve la formulazione della legge degli sbocchi, secondo cui l'offerta crea la propria domanda. Questo fa sì che nel lungo periodo non vi sia mai sovrapproduzione. A fronte di una maggiore produzione di beni, viene distribuito nel sistema un maggior reddito e ciò fa crescere la domanda: il sistema tende dunque spontaneamente all'equilibrio fra quantità prodotte e quantità domandate. LA SCUOLA SOCIALISTA Karl Marx, il massimo esponente della scuola socialista, criticò in termini scientifici il modo di produzione capitalistico. Nella Critica dell'economia politica (1858), Marx osserva che nella produzione gli uomini non entrano liberamente, ma in rapporti necessari, indipendenti dalla loro volontà. Marx sosteneva che il capitalismo si fondava sullo sfruttamento del proletariato e che ciò era all'origine della lotta di classe. Il proletariato era l'insieme dei lavoratori dipendenti che prestavano la loro forza-lavoro dietro un salario, privi della proprietà dei mezzi di produzione e di qualsiasi altra ricchezza, ma dotati soltanto della capacità di generare prole (figli). Il crollo del sistema capitalistico Secondo Marx, quando il processo di concentrazione della ricchezza giungerà allo stadio finale, si avrà un movimento rivoluzionario che porterà alla dittatura del proletariato per giungere infine a una società senza classi. LA SCUOLA STORICA La scuola storica, sorta in Germania dopo la metà dell'Ottocento, non accettava la idee della scuola classica, sia perché in quel Paese persisteva la tradizione mercantilista, sia perché i principi del liberismo erano contrari agli interessi delle classi dominanti che temevano la concorrenza della più avanzata industria inglese. Le critiche ai classici Le basi iniziali di questa scuola vennero poste verso la metà dell'Ottocento da Wihelm Roscher; fu però Bruno Hildebrand a porsi decisamente contro l'impostazione della scuola classica, negando che in economia potessero esistere leggi naturali, valide in ogni tempo e in tutti i Paesi. La scuola storica negò quindi la possibilità di elaborare leggi scientifiche in campo economico, in quanto ciascuna società ha proprie regole di comportamento; compito dell'economia doveva invece essere lo studio delle leggi del mutamento sociale. La nuova scuola storica, sorta dopo il 1870 attorno a Gustav Schmoller, discusse sia problemi di metodo, sia di vera e propria teoria, utilizzando però soprattutto statistiche e documenti storici. La scuola storica si rifiutava di privilegiare il metodo deduttivo, essendo in favore di quello induttivo. Weber e lo "spirito del capitalismo" La scuola storica ebbe notevole diffusione negli ultimi decenni del XIX secolo, soprattutto nell'area tedesca e influenzò il pensiero di numerosi studiosi tra cui Max Weber, che cercò di collegare la nascita dello "spirito del capitalismo" al diffondersi delle nuove confessioni religiose legate alla riforma protestante. La protezione delle "industrie nascenti" Nell'ambito del pensiero tedesco una posizione autonoma fu quella di Friedrich List, il quale sostenne la necessità di difendere le industrie nascenti dei Paesi che si avviavano all'industrializzazione. Gli economisti di questa scuola erano infatti favorevoli all'intervento dello Stato nell'economia per promuovere l'industria nascente e proteggerla dalla concorrenza estera. LA SCUOLA NEOCLASSICA Negli anni 1871-1874 appaiono contemporaneamente le opere di tre grandi studiosi: Karl Menger, Stanley Jevons e Léon Walras, i quali elaborano un nuovo metodo di indagine che dà origine alla scuola neoclassica. Questa nuova scuola condivide con la scuola classica tre principi fondamentali: le leggi economiche non dipendono dalle condizioni storiche, ma dalla natura del comportamento umano; il metodo deduttivo è più vantaggioso del metodo induttivo; il mercato di libera concorrenza crea spontaneamente un equilibrio di piena occupazione, perciò ogni intervento dello Stato è dannoso. A differenza dei classici, la scuola neoclassica: fa frequente ricorso alla matematica, a grafici e tabelle; studia l'equilibrio generale del sistema economico a partire dagli equilibri parziali, analizzando il comportamento dei singoli soggetti; critica la teoria del valore-lavoro, sostituendola con quella del valore-utilità. Nell'ambito della scuola neoclassica, la scuola marginalista e la scuola di Cambridge svilupparono le analisi degli equilibri parziali (microeconomia), mentre la scuola di Losanna formulò una teoria dell'equilibrio economico generale. La scuola marginalista Il punto di partenza della scuola marginalista non è la produzione, ma il consumo dei beni e l'utilità che i soggetti economici possono trarre dal consumo stesso. I marginalisti formularono una teoria sulla base del concetto di utilità marginale, cioè dell'utilità connessa al consumo di un'unità aggiuntiva di bene. I beni hanno un valore in quanto sono utili, cioè servono a soddisfare un bisogno dell'uomo, e tale valore è tanto più elevato quanto maggiore è la scarsità dei beni e più intenso è il bisogno. Al problema della distribuzione, i marginalisti hanno dato una soluzione tendente a sottolineare l'armonia del sistema: i fattori produttivi (terra, lavoro, capitale) sono remunerati in rapporto al loro contributo alla produzione. Secondo i marginalisti, il libero mercato assicura spontaneamente un equilibrio di pieno impiego dei fattori produttivi, per cui ogni intervento dello Stato è dannoso. La scuola di Cambridge La scuola di Cambridge presenta un sistema che si pone come mediatore tra la tradizione classica e la teoria marginalista. La scuola di Cambridge ha fatto suo il metodo degli equilibri parziali, elaborato da Alfred Marshall e da lui applicato allo studio della domanda. Questo metodo, anche noto col nome di clausola del ceteris paribus, consiste nell'isolare l'influenza di un solo fattore fra i tanti che caratterizzano i fenomeni economici. La scuola di Losanna La scuola di Losanna, detta anche scuola matematica, perviene a una sintesi generale, che riassume in un sistema di relazioni interdipendenti le posizioni di equilibrio di tutti gli operatori economici. Per questo la costruzione teorica di questa scuola è nota come teoria dell'equilibrio economico generale. I suoi esponenti più importanti furono Léon Walras e Vilfredo Pareto.

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Un appunto così carino per la scuola 😍😍, è davvero utile!

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LE SCUOLE ECONOMICHE L'EVOLUZIONE DEL PENSIERO ECONOMICO Scuole economiche e realtà La storia del pensiero economico studia l'evoluzione del pensiero degli economisti nel tempo, nel loro sforzo di osservare la realtà e trovare strumenti di analisi idonei a interpretarla. Essi vengono raggruppati in scuole, che presentano una certa omogeneità di posizioni di fronte ai problemi reali. Tre periodi L'intera storia del pensiero economico può essere suddivisa in tre periodi: periodo frammentario, che va dalle origini fino all'inizio del XVI secolo; periodo pre-scientifico, che va dall'inizio del XVI secolo al 1776 e comprende il mercantilismo e la fisiocrazia; periodo scientifico, che va dal 1776 ai giorni nostri e comprende la scuola classica, la scuola socialista, la scuola storica, la scuola neoclassica, la scuola keynesiana e la scuola monetarista. IL PERIODO FRAMMENTARIO Il periodo frammentario è così chiamato perché i riferimenti all'economia sono episodici e si trovano in altri contesti. Nel Medioevo in opere di filosofia e teologia si trovano osservazioni economiche, ma esclusivamente sotto il profilo morale. Il pensiero economico nell'antichità Il pensiero dell'antichità può riassumersi in due filoni principali: quello "collettivista" di Platone e quello "individualista" di Aristotele. Il collettivismo di Platone ha la sua base nella condanna dell'arricchimento individuale, che comporta atti ingiusti nei confronti della comunità. Aristotele, invece, riconosceva che il desiderio di arricchimento individuale poteva stimolare l'iniziativa economica....

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Aristotele ha cercato di studiare la realtà concreta e molte sue intuizioni sono valide ancora oggi. Il pensiero economico medievale La base di partenza del pensiero economico medievale fu fornita da Aristotele, interpretato alla luce della diversa concezione del lavoro umano che il cristianesimo aveva nel frattempo sviluppato. Gli ideali del pensiero medievale sono espressi nella Summa Theologica di Tommaso d'Aquino, che si preoccupò di scoprire ciò che era giusto per l'uomo, subordinando le scelte economiche alle direttive della morale cattolica. IL MERCANTILISMO Nel XVI secolo si formarono i grandi Stati nazionali moderni: la Francia, la Spagna e l'Inghilterra. Le scoperte geografiche aprirono all'Europa fonti straordinarie di materie prime, insieme a un afflusso di metalli preziosi. Per i mercantilisti, il compito dell'economia era quello di ricercare le leggi che rendono più ricco, più potente e più popolato lo Stato. Colbert, il maggior interprete del mercantilismo Jean-Baptiste Colbert fu capo dell'Amministrazione centrale dello Stato francese sotto Luigi XIV. Attuando le idee dei mercantilisti, egli praticò una politica commerciale basata sul protezionismo, ovvero rivolta a contrastare la concorrenza estera in modo da sostenere i prodotti nazionali. Convinto che la potenza dello Stato dipendesse dalla quantità di metalli preziosi presenti nel Paese, egli riteneva che gli Stati sprovvisti di miniere dovessero promuovere le esportazioni, per acquistare con il ricavato metalli preziosi, e che lo Stato dovesse ridurre le importazioni imponendo dazi doganali (imposte che colpiscono le importazioni, rendendole meno convenienti), regolamentando in dettaglio l'attività economica per promuovere l'industria nazionale. La bilancia commerciale è un conto che registra tutte le esportazioni e le importazioni operate da uno Stato verso e dal Resto del mondo. Costituisce la parte più importante della bilancia dei pagamenti, il conto in cui sono registrati i flussi finanziari che hanno come contropartita le merci. La prima teoria quantitativa della moneta L'inflazione è l'aumento generalizzato e continuo del livello dei prezzi, cioè la diminuzione prolungata nel tempo del valore o potere di acquisto della moneta. Le gravi tensioni inflazionistiche verificatesi soprattutto in Spagna e in Portogallo spinsero i mercantilisti a indagare sui fondamenti del valore della moneta. Jean Bodin e Bernardo Davanzati formularono una teoria quantitativa della moneta, secondo cui i prezzi generali dei beni sono direttamente proporzionali alla quantità di moneta in circolazione nel dato momento. King, un precursore dell'economia moderna Gregory King introdusse la nozione di elasticità della domanda e dell'offerta analizzando le oscillazioni del prezzo del grano. Celebre è il suo calcolo della variazione del prezzo del grano al variare del raccolto (legge di King), che anticipò di oltre due secoli i moderni studi sulla domanda. LA FISIOCRAZIA La scuola fisiocratica (fisiocrazia = governo della natura) si sviluppò nella seconda metà del XVIII secolo nella Francia dei filosofi illuministi. L'illuminismo è un movimento nato in Francia nel XVIII secolo che si proponeva di “illuminare” la mente degli uomini avvalendosi della ragione e dei progressi della scienza. Il fondatore della scuola fisiocratica è François Quesnay, il quale pubblicò nel 1758 il Tableau Économique, un testo che illustrava la circolazione del prodotto fra le classi sociali (classe produttiva, classe dei proprietari, classe sterile). Ordine economico naturale Gli esponenti di questa scuola partirono dalla convinzione dell'esistenza di un ordine economico naturale, basato su leggi fisiche e su leggi morali che l'uomo deve adottare nel suo stesso interesse. Nella visione fisiocratica, il compito dell'economia è quello di scoprire le leggi naturali che stanno alla base della produzione e della distribuzione dei beni. Il rispetto di queste leggi assicura equilibrio e benessere. La fisiocrazia si basa sull'idea che l'agricoltura sia l'unica fonte di ricchezza, per cui qualsiasi tentativo dello Stato di regolamentare l'economia sarebbe stato dannoso. Un attento studio del processo produttivo L'analisi del processo produttivo è l'elemento caratterizzante di questa scuola e indice della sua superiorità rispetto ai mercantilisti. Per i fisiocratici lo sviluppo economico si realizzava solo attraverso il miglioramento delle tecniche agricole e la tutela dei coltivatori da parte dello Stato, che doveva assicurare libertà di commercio a favore delle esportazioni dei prodotti agricoli francesi. LA SCUOLA CLASSICA La scuola classica iniziò con la pubblicazione della Ricchezza delle Nazioni di Adam Smith (1776) e si sviluppò sino alla metà del XIX secolo. Questo periodo è caratterizzato da un profondo cambiamento: la rivoluzione industriale. L'analisi classica del capitalismo Il capitalismo un sistema economico caratterizzato dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, in cui la scelta dei beni da produrre spetta ai consumatori e le decisioni economiche vengono assunte dai singoli operatori. In Smith emerge chiaramente la convinzione che il capitalismo costituisce una rottura irreversibile rispetto al passato. Nei sistemi precedenti era fondamentale la finalità di soddisfare i consumi delle classi ricche; nel sistema capitalistico, invece, mediante l'accumulazione e la trasformazione del sovrappiù in capitale, è possibile accrescere la produzione a beneficio di tutta la popolazione. Anche secondo questa scuola esiste un ordine naturale, una mano invisibile che guida ogni soggetto a promuovere il benessere della società quando agisce per realizzare il proprio interesse. Perseguendo un proprio interesse, infatti, spesso si promuove quello della società più efficacemente di quando si intende veramente promuoverlo. Data la convinzione dell'esistenza di un ordine naturale, lo Stato deve astenersi dall'intervenire nell'economia. La dottrina del laissez faire Il principio "laissez faire, laissez passer" sostiene il non intervento dello Stato nell'economia, in base alla convinzione che il sistema economico operi spontaneamente sempre al meglio e sia in grado di autoregolarsi, adattandosi alle nuove situazioni che si verificano sul mercato. Tre campi di indagine Il pensiero classico si soffermò in particolare attorno a tre nuclei principali di indagine: il problema dello sviluppo del sistema capitalistico; il problema del valore; il problema della distribuzione del prodotto fra i fattori che hanno concorso a produrlo. La teoria dello sviluppo economico Per sviluppo economico si intende una crescita durevole del reddito reale, cioè espresso in termini di beni e servizi. Gli studiosi delle epoche precedenti non avevano elaborato una teoria dello sviluppo, in quanto i fenomeni da interpretare erano caratterizzati dalla stazionarietà del sistema economico. Con la rivoluzione industriale si realizza un "surplus" che viene destinato a nuovi investimenti (accumulazione capitalistica); si ottiene così una maggiore quantità di nuova produzione e si esce dallo stato stazionario. Ricardo e lo studio dei conflitti sociali David Ricardo studiò la distribuzione del prodotto fra le classi che concorrono alla sua formazione: i proprietari terrieri, i capitalisti e i lavoratori. Per Ricardo il valore dei beni dipende dalla quantità di lavoro in essi incorporato; anche il valore degli strumenti della produzione (e quindi del capitale) dipende dal lavoro impiegato a produrli: questa è la teoria del valore-lavoro. Thomas R. Malthus e il ristagno economico Thomas Robert Malthus è noto per aver attirato l'attenzione sul problema della scarsità della terra coltivabile in contrasto con la crescente richiesta dei suoi prodotti. Nella sua analisi il capitalismo non è in grado di migliorare le condizioni dei lavoratori, sia perché la crescita demografica è eccessiva, sia perché con il nuovo sistema di produzione industriale si va incontro a una crisi di sovrapproduzione e ristagno. Jean B. Say e la “legge degli sbocchi" A Jean Baptiste Say si deve la formulazione della legge degli sbocchi, secondo cui l'offerta crea la propria domanda. Questo fa sì che nel lungo periodo non vi sia mai sovrapproduzione. A fronte di una maggiore produzione di beni, viene distribuito nel sistema un maggior reddito e ciò fa crescere la domanda: il sistema tende dunque spontaneamente all'equilibrio fra quantità prodotte e quantità domandate. LA SCUOLA SOCIALISTA Karl Marx, il massimo esponente della scuola socialista, criticò in termini scientifici il modo di produzione capitalistico. Nella Critica dell'economia politica (1858), Marx osserva che nella produzione gli uomini non entrano liberamente, ma in rapporti necessari, indipendenti dalla loro volontà. Marx sosteneva che il capitalismo si fondava sullo sfruttamento del proletariato e che ciò era all'origine della lotta di classe. Il proletariato era l'insieme dei lavoratori dipendenti che prestavano la loro forza-lavoro dietro un salario, privi della proprietà dei mezzi di produzione e di qualsiasi altra ricchezza, ma dotati soltanto della capacità di generare prole (figli). Il crollo del sistema capitalistico Secondo Marx, quando il processo di concentrazione della ricchezza giungerà allo stadio finale, si avrà un movimento rivoluzionario che porterà alla dittatura del proletariato per giungere infine a una società senza classi. LA SCUOLA STORICA La scuola storica, sorta in Germania dopo la metà dell'Ottocento, non accettava la idee della scuola classica, sia perché in quel Paese persisteva la tradizione mercantilista, sia perché i principi del liberismo erano contrari agli interessi delle classi dominanti che temevano la concorrenza della più avanzata industria inglese. Le critiche ai classici Le basi iniziali di questa scuola vennero poste verso la metà dell'Ottocento da Wihelm Roscher; fu però Bruno Hildebrand a porsi decisamente contro l'impostazione della scuola classica, negando che in economia potessero esistere leggi naturali, valide in ogni tempo e in tutti i Paesi. La scuola storica negò quindi la possibilità di elaborare leggi scientifiche in campo economico, in quanto ciascuna società ha proprie regole di comportamento; compito dell'economia doveva invece essere lo studio delle leggi del mutamento sociale. La nuova scuola storica, sorta dopo il 1870 attorno a Gustav Schmoller, discusse sia problemi di metodo, sia di vera e propria teoria, utilizzando però soprattutto statistiche e documenti storici. La scuola storica si rifiutava di privilegiare il metodo deduttivo, essendo in favore di quello induttivo. Weber e lo "spirito del capitalismo" La scuola storica ebbe notevole diffusione negli ultimi decenni del XIX secolo, soprattutto nell'area tedesca e influenzò il pensiero di numerosi studiosi tra cui Max Weber, che cercò di collegare la nascita dello "spirito del capitalismo" al diffondersi delle nuove confessioni religiose legate alla riforma protestante. La protezione delle "industrie nascenti" Nell'ambito del pensiero tedesco una posizione autonoma fu quella di Friedrich List, il quale sostenne la necessità di difendere le industrie nascenti dei Paesi che si avviavano all'industrializzazione. Gli economisti di questa scuola erano infatti favorevoli all'intervento dello Stato nell'economia per promuovere l'industria nascente e proteggerla dalla concorrenza estera. LA SCUOLA NEOCLASSICA Negli anni 1871-1874 appaiono contemporaneamente le opere di tre grandi studiosi: Karl Menger, Stanley Jevons e Léon Walras, i quali elaborano un nuovo metodo di indagine che dà origine alla scuola neoclassica. Questa nuova scuola condivide con la scuola classica tre principi fondamentali: le leggi economiche non dipendono dalle condizioni storiche, ma dalla natura del comportamento umano; il metodo deduttivo è più vantaggioso del metodo induttivo; il mercato di libera concorrenza crea spontaneamente un equilibrio di piena occupazione, perciò ogni intervento dello Stato è dannoso. A differenza dei classici, la scuola neoclassica: fa frequente ricorso alla matematica, a grafici e tabelle; studia l'equilibrio generale del sistema economico a partire dagli equilibri parziali, analizzando il comportamento dei singoli soggetti; critica la teoria del valore-lavoro, sostituendola con quella del valore-utilità. Nell'ambito della scuola neoclassica, la scuola marginalista e la scuola di Cambridge svilupparono le analisi degli equilibri parziali (microeconomia), mentre la scuola di Losanna formulò una teoria dell'equilibrio economico generale. La scuola marginalista Il punto di partenza della scuola marginalista non è la produzione, ma il consumo dei beni e l'utilità che i soggetti economici possono trarre dal consumo stesso. I marginalisti formularono una teoria sulla base del concetto di utilità marginale, cioè dell'utilità connessa al consumo di un'unità aggiuntiva di bene. I beni hanno un valore in quanto sono utili, cioè servono a soddisfare un bisogno dell'uomo, e tale valore è tanto più elevato quanto maggiore è la scarsità dei beni e più intenso è il bisogno. Al problema della distribuzione, i marginalisti hanno dato una soluzione tendente a sottolineare l'armonia del sistema: i fattori produttivi (terra, lavoro, capitale) sono remunerati in rapporto al loro contributo alla produzione. Secondo i marginalisti, il libero mercato assicura spontaneamente un equilibrio di pieno impiego dei fattori produttivi, per cui ogni intervento dello Stato è dannoso. La scuola di Cambridge La scuola di Cambridge presenta un sistema che si pone come mediatore tra la tradizione classica e la teoria marginalista. La scuola di Cambridge ha fatto suo il metodo degli equilibri parziali, elaborato da Alfred Marshall e da lui applicato allo studio della domanda. Questo metodo, anche noto col nome di clausola del ceteris paribus, consiste nell'isolare l'influenza di un solo fattore fra i tanti che caratterizzano i fenomeni economici. La scuola di Losanna La scuola di Losanna, detta anche scuola matematica, perviene a una sintesi generale, che riassume in un sistema di relazioni interdipendenti le posizioni di equilibrio di tutti gli operatori economici. Per questo la costruzione teorica di questa scuola è nota come teoria dell'equilibrio economico generale. I suoi esponenti più importanti furono Léon Walras e Vilfredo Pareto.