Giacomo Leopardi

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 Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi nasce a Recanati, nelle Marche, il 29 giugno 1798. Recanati a quel tempo era solo un
piccolo borgo di uno
 Giacomo Leopardi
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In questo file troverete tutto su Giacomo Leopardi: vita, pensiero, opere e poesie. Le poesie sono conplete di testo, parafrasi, spiegazione e commento personale. Ho usato questo file per preparare la maturità 2022, voto 100/100 e lode.

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Giacomo Leopardi Giacomo Leopardi nasce a Recanati, nelle Marche, il 29 giugno 1798. Recanati a quel tempo era solo un piccolo borgo di uno degli stati più arretrati d'Europa: Lo Stato Pontificio. Leopardi nasce in una famiglia che poteva essere annoverata tra le più importanti della nobiltà marchigiana, ma che realtà si trovava in cattive condizioni patrimoniali. Il padre di Leopardi, il conte Monaldo, era un uomo colto, ma di una cultura attardata e accademica, e dagli orientamenti politici ostili e conservatori. Giacomo crebbe quindi in questo ambiente bigotto e conservatore dominato soprattutto dalla madre, una donna dura e autoritaria che fece della sua vita familiare un ambiente privo di affetti. Giacomo fu inizialmente istruito da precettori ecclesiastici, ma ben presto, all'età di dieci anni non ebbe più nulla da imparare. Diede quindi il via ad un periodo di studio matto e disperatissimo durato ben sette anni, che contribuì a minare il suo già debole fisico. Nonostante tutto, si trasformò ben presto in un uomo dalla vastissima cultura. Imparò il latino, il greco e l'ebraico ed infine scrisse e tradusse alcune opere che stupirono i dotti dell'epoca. Nel 1816 si apre la prima fase importane della vita di Leopardi: LA CONVERSIONE ESTETICA. In questa fase Leopardi abbandona le minuzie filologiche e si entusiasma...

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Didascalia alternativa:

per i grandi poeti quali Omero, Virgilio e Dante, comincia a leggere i moderni ed entra in contatto con il romanticismo. Fondamentale in questo contesto è stata l'amicizia con Giordani, che lo portò ancora di più ad una grande apertura al mondo esterno. Questa apertura al mondo era in forte contrasto però con la sua vita familiare. Giacomo iniziò infatti a vedere in modo ancora più ostile la sua vita a Recanati, e decide allora di scappare, ma fallisce e si apre così nel 1819 la seconda fase più importante del suo pensiero: LA CONVERSIONE FILOSOFICA, ovvero la sua fase "pessimistica”. Leopardi passa dal bello al vero, dalla poesia di immaginazione alla filosofia. Ma questo può essere considerato il periodo più importante della sua vita poiché inizia a fare importanti riflessioni che lo porteranno ad un pessimismo prima storico, poi cosmico ed infine eroico. Sia apre quindi, nel 1819 un periodo che dura fino al 1822, e che è denominato pessimismo storico. Leopardi procede con una profonda riflessione paragonando gli Antichi ai Moderni. Per Leopardi, infatti, gli antichi erano più felici perché non avendo il progresso moderno erano in maggiore contatto con la natura che genera illusioni. Gli antichi inoltre avevano una vita molto più piena e intensa e quindi non avevano proprio il tempo materiale per pensare alla nullità di tutte le cose. I Moderni invece, a causa del progresso, sono venuti a contatto con la ragione che fa venir meno tutte le illusioni. Quindi se con gli antichi si poteva parlare di una poesia dell'immaginazione, con i moderni sia parlerà di poesia sentimentale. Di conseguenza si può facilmente dedurre che in questo periodo Leopardi vede la natura come una madre benigna dedita al bene degli uomini, e la ragione come maligna poiché disillude la specie umana. A questo periodo storico corrispondono inoltre i Piccoli Idilli e le canzoni. 1 Dal 1823 al 1830 subentra al pessimismo storico, quello che viene definito pessimismo cosmico. La concezione di natura benigna entra in crisi quando Leopardi si rende conto che più che ad interessarsi al bene dei singoli individui, la natura mira alla conservazione della specie. Leopardi arriva a dedurre che il male rientra nel piano stesso della natura, la quale ha messo nell'uomo quel desiderio di felicità infinita senza però dargli mezzi per soddisfarlo. Ma se causa dell'infelicità dell'uomo è la natura stessa, ciò vuol dire che tutti gli uomini di ogni tempo e luogo sono infelici. In una fase intermedia Leopardi cerca poi di attribuire la responsabilità del male al fato proponendo una concezione dualistica natura benigna contro fato maligno, ma ben presto arriva alla soluzione delle contraddizioni rovesciando la sua concezione della natura. Essa non verrà più vista come madre amorosa e provvidente, ma come un meccanismo cieco ed indifferente alla sorte delle sue creature. Si passerà quindi da una concezione finalistica (quella di una natura che opera consapevolmente per un fine) ad una concezione meccanicistica e materialistica (ovvero tutta la realtà non è nient'altro che materia). In questa fase sarà quindi la natura ad essere vista come maligna (NATURA MALIGNA) poiché prima ci illude e poi ci disillude, mentre la ragione sarà benigna (RAGIONE BENIGNA) poiché ci mostra quelli che sono gli inganni della natura. A questo periodo corrispondono i Grandi Idilli e le Operette Morali. Dal 1831 al 1837 si ha invece il periodo del pessimismo eroico. Leopardi ci dice che se tutti siamo destinati ad un medesimo destino l'unica cosa che ci resta da fare è quella di unire le forze in una social catena per rendere la permanenza sulla Terra meno triste ed uscire dal negativo. Corrispondenti a questo periodo sono La Ginestra e il Ciclo di Aspasia Nel 1822, con la scusa del lavoro, Leopardi riesce finalmente ad uscire da Recanati e inizia a viaggiare. Va prima a Roma, dove si aspetta di trovare un andamento culturale più ampio, ma queste sue aspettative saranno presto deluse. Va poi a Bologna e Milano, ed infine a Firenze, ma la sua stabilizzazione definitiva sarà a Napoli presso l'amico Antonio Ranieri, dove rimarrà per cinque anni, dal 1833 al 1837, anno della sua morte. Delineati i momenti fondamentali della vita di Leopardi, bisogna analizzare le sue opere maggiori: Il periodo successivo alla sua conversione al bello è ricco di esperimenti letterari, vediamo infatti come Leopardi si accinge a scrivere Versi, Elgie ed Epistole che racchiuderà poi in un'unica opera a cui darà il nome de "I Canti". Il titolo non è scelto a caso, ma rimanda a lo stile puramente lirico di queste poesie. Troviamo innanzitutto le Canzoni. Questi sono componimenti ad impianto classicistico, le cui prime cinque affrontano una tematica civile, e sono animate da aspri spunti politici contro l'età presente. Con questi componimenti il pessimismo storico giunge poi ad una svolta: Non si incolpa ancora la natura per l’infelicità dell'uomo, ma gli dei e il fato, che iniziano ad essere visti come forze malvagie che perseguitano l'uomo. Un carattere molto diverso dalle Canzoni lo presentano gli Idilli. Essi si differenziano sia nelle tematiche, che sono intime ed autobiografiche, sia nel linguaggio, che è più colloquiale e semplice. La parola idillio deriva dal greco, e il suo principale rappresentante fu Teocrito, autore di componimenti ambientati in un mondo pastorale idealizzato, visto come rifugio di pace e serenità. In Leopardi però la parola idillio identificava solo la brevità dei testi, i quali non definivano un mondo pastorale, ma raccontavano le esperienze interne al suo animo, e quindi veniva utilizzato per raccontare le esperienze del mondo interiore. 2 Chiusa la stagione degli idilli però comincia per Leopardi un periodo privo di stimoli, nel quale l'unica produzione è filosofica, e corrisponde alle Operette Morali. Queste sono prose ad argomentazione filosofica, ma non la classica filosofia speculativa, bensì una filosofia che ha il compito di scuotere la patria e il suo tempo. Il diminutivo “Operette" da un lato riconduce al taglio breve dei componimenti, dall'altro sottolinea la scelta di un tratto più lieve, che faccia leva sul comico e sull'ironia. Si tratta però, allo stesso tempo, di scritti molto profondi in cui il pensiero non è sminuito dalle forme del comico. Proprio con la forma comica, infatti, Leopardi ha deciso di raccontare nelle operette i temi fondamentali del suo pessimismo: l'impossibilità del piacere, la noia, il dolore, e i mali materiali che affliggono l'umanità. Durante il periodo trascorso a Pisa però, Leopardi assiste ad un “risorgimento” dei propri stimoli. Inizia così a scrivere nuovi componimenti che riprendono i temi, gli atteggiamenti e il linguaggio degli idilli. Così i Canti pisano-recanatesi, chiamati così poiché vengono scritti tra Recanati e Pisa, prendono il nome di Grandi Idilli. Tuttavia, i grandi idilli non sono pienamente la ripresa dei piccoli idilli. Tra i due si collocano esperienze decisive, come la fine delle illusioni giovanili e la consapevolezza del vero, con la costruzione di un sistema filosofico fondato su un pessimismo assoluto. Le immagini rievocate nei grandi idilli sono poi spoglie, e costantemente accompagnate dalla consapevolezza del dolore, del vuoto dell'esistenza e della morte. Il linguaggio diventa più aspro e misurato. I versi non sono più sciolti ma endecasillabi e settenari, e si succedono senza nessuno schema fisso. Questa struttura da vita alla canzone libera leopardiana. L'ultima stagione leopardiana si colloca dopo il suo allontanamento definitivo da Recanati. Questo periodo segna una svolta di grande rilievo rispetto alla poesia precedente. Negli anni fiorentini si colloca infatti il primo vero amore di Leopardi: quello per Fanny Targioni Tozzetti, la quale però non corrisponde l'amore del poeta. La delusione di questo amore che aveva creduto eterno, porta Leopardi a comporre il Ciclo di Aspasia, composto da cinque componimenti in cui si trova una poesia nuda, severa, e quasi priva di immagini sensibili. Il linguaggio si fa aspro, antimusicale e la sintassi diventa complessa e spezzata. Il canto più significativo è sicuramente A Se Stesso. Questa breve poesia fu pubblicata per la prima volta nell'edizione napoletana dei Canti, e fa parte della sezione dei canti fiorentini. Il titolo annuncia un soliloquio che, per il suo contenuto mortuario, prende la forma di un'iscrizione tombale. Il soggetto si chiude in se stesso e invita il proprio cuore ad abbandonare la vita, la speranza, i palpiti, a constatare l'insensatezza di tutte le cose e a disprezzare se stesso e il resto del mondo. Il collasso del desiderio e della vita si traduce in un collasso della forma poetica: il componimento è infatti brevissimo. Importanti nel componimento sono poi i tratti in cui Leopardi scrive "Amaro e noia è la vita... e fango è il mondo", in cui è ormai chiaro che per Leopardi la vita consiste solo in dolore e noia, nient'altro. L'Infinito è sicuramente la poesia più famosa di Leopardi, e con essa si apre la poetica del VAGO E DELL'INDEFINITO: Per Leopardi non si può raggiungere l'infinito, quindi l'uomo per consolarsi fa scattare l'immaginazione. Secondo Leopardi, infatti, i suoni e le visioni che hanno un qualcosa di vago, e che quindi non sono precise, fanno scatenare l'immaginazione, che sopperisce dove l'idea non è completa. Varie sono poi le tematiche che si riscontrano in Leopardi. In particolare la Felicità e la Solitudine, analizzate nel dettaglio con "Il Passero Solitario" e il “Dialogo tra un venditore di almanacchi e un passeggere", e il Progresso, che si riscontra nel "Dialogo tra la natura e un islandese". Leopardi non sarà l'unico a parlare di felicità. A lui si uniranno, infatti, Montale, che paragonerà la felicità ad un bambino che gioca con la propria palla, affermando che la felicità non è il possedere qualcosa, bensì desiderarla. D'Annunzio, il quale afferma che la felicità risiede nel bello. Ma già nell'antichità ne aveva 3 parlato Seneca, il quale diceva che la felicità risiede nella ragione, e che quindi è un qualcosa di già esistente nell'uomo, il quale deve solo scoprirla. Stesso è il discorso per quanto riguarda il progresso. I Futuristi affermeranno che tutto ciò che è antico va eliminato, elogiando tutto ciò che riguarda il progresso. D'Annunzio vedrà il progresso come un qualcosa che induce a superare i limiti dell'umanità. Pirandello traduce, invece, il progresso in una totale perdita dell'umanità. Orwell, come una perdita della libertà, immaginando l'uomo come controllato da un'infinità di telecamere. Teoria del piacere Tutta l'opera leopardiana si fonda su un sistema di idee continuamente mediate e sviluppate. Leopardi identifica la felicità con il piacere, sensibile e materiale. Ma l'uomo non desidera un piacere generico, bensì un piacere che sia infinito per estensione e per durata. Pertanto siccome nessuno dei piaceri particolari dell'uomo può soddisfare questa esigenza, si crea un senso di insoddisfazione, un vuoto incolmabile dell'anima. Da qui nasce per Leopardi il senso di nullità di tutte le cose. Il conseguimento di un oggetto di desiderio non spegne il desiderio del piacere, in quanto risponde con qualcosa di finito a una richiesta infinita; Soltanto l'immaginazione può soddisfare il desiderio del piacere - desiderio che è infinito - perché soltanto l'immaginazione può creare oggetti infiniti per numero, per durata e per estensione; l'uomo sperimenta una condizione di felicità quando può soddisfare la propria infinita sete di piacere con questi oggetti infiniti illusori, creati dalla sua facoltà immaginativa; 4 L'infinito L'infinito è sicuramente la poesia più famosa di Leopardi. Composta nel 1819 apre la strada ad un nucleo tematico che diventerà il centro della poetica leopardiana: quella del vago e dell'indefinito. Il poeta sostiene che particolari sensazioni visive o uditive, per il loro carattere vago ed indefinito, inducono l'uomo a crearsi con l'immaginazione quell'infinito a cui aspira, e che è irraggiungibile, poiché la realtà non offre nient'altro che piaceri finiti, e perciò deludenti. L'infinito è proprio la rappresentazione di uno di quei momenti in cui l'immaginazione strappa la mente al reale, che è il brutto, e lo immerge nell'infinito, che è il bello. La poesia si apre con un avverbio, sempre, proprio per specificare che Leopardi spesso si reca sull'ermo colle, probabilmente il Monte Tabor, dove si trova la famosa siepe che gli impedisce la vista totale dell'orizzonte. Ed è proprio intorno alla siepe che va ad articolarsi la prima parte della poesia. In questa prima parte l'avvio è dato quindi da una sensazione visiva, o meglio, dall'impossibilità di poter guardare oltre la siepe. La siepe esclude il reale, e fa subentrare il fantastico. Si va quindi a costruire l'idea di un infinito spaziale, ovvero, senza limiti. La siepe è quindi quella cosa che va a trasformare il finito in infinito. Nel secondo momento, invece, l'immaginazione prende l'avvio da una sensazione uditiva, ovvero, lo stormire del vento tra le piante. Viene così in mente al poeta l'idea di un infinito temporale (l'eterno). Questa volta è quindi il vento quella cosa che va a trasformare il finito in infinito. Tra i due passaggi vi si trova anche un momento psicologico: l'io lirico dinanzi a questo tale infinito spaziale prova un senso di sgomento (il cor non si spaura), mentre nel secondo momento, l'io annega all'interno di questo infinito fino a perdere la sua stessa identità. Vi sono poi due importanti termini che il poeta utilizza: “mirando" e "fingo". Il primo, mirando, in questo caso riprende la sua valenza latina: quella della contemplazione. Significa che a questo punto il poeta ha iniziato a guardare con gli occhi interiori dando libertà all'immaginazione, come va a confermare più avanti con l'utilizzo del termine figo. Anche questo secondo termine, in questo caso, ha valenza latina. Significa appunto plasmare. Si capisce così che Leopardi è arrivato a questo punto ad interiorizzare il concetto di infinito, che da esterno è diventato interno. Si nota poi che Leopardi fa un uso ricorrente degli aggettivi dimostrativi questo e quello. Il primo lo utilizza per sottolineare ciò che è finito, e quindi vicino a lui. Il secondo per evidenziare l'infinito, e quindi ciò che è lontano da lui. 5 A Silvia A Silvia è una delle opere composta da Leopardi a Pisa nell'aprile del 1828, e pubblicato per la prima volta nell'edizione fiorentina dei canti. Tratta le tematiche del ricordo e della memoria poetica, ma in particolare della disillusione, e quindi, dei sogni infranti. Innanzitutto, secondo alcuni, Silvia è uno pseudonimo dietro la quale si nasconderebbe Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi. Essa diventa il simbolo delle speranze giovanili irrealizzate poiché muore veramente giovane e con la sua morte muoiono anche tutte le sue speranze e i suoi sogni. La lirica non propone una vicenda d'amore o un preciso rapporto sentimentale tra i due giovani. La situazione è lasciata nel vago e nell'indeterminato: ciò che unisce Silvia e il poeta, senza che tra loro vi sia alcun contatto, è solo il parallelismo tra due condizioni: fanciulla del popolo e il giovane poeta aristocratico sono associati, quindi, solo dalla condizione giovanile, dalle sue speranze e dai suoi sogni, poi dalla loro delusione. Tutta la lirica è caratterizzata dalla cifra della vaghezza. Leopardi di non ci dà una descrizione fisica di Silvia, ma la figura della giovane ragazza vive solo di due particolari, uno fisico, gli occhi ridenti e fuggitivi, i quali sono il simbolo della giovinezza fuggitiva, e uno psicologico, l'atteggiamento "lieto e pensoso", con cui la giovane si avvia a varcare la soglia della giovinezza. Ancor più vaga è la raffigurazione del mondo esterno: il paesaggio primaverile è poverissimo di indicazioni sensibili e concrete. Non vi sono descrizioni, ma solo pochi aggettivi estremamente sobri e quasi spogli. Questa sobrietà della raffigurazione e questa estrema vaghezza però non sono casuali: corrispondono alla tendenza al vago e indefinito. La poesia si basa poi su diversi filtri: 1. Filtro fisico: il mondo esterno è percepito da Leopardi attraverso la finestra del paterno ostello, che lo allontana e lo separa dal mondo, impedendo il contatto immediato con la realtà. Leopardi percepisce sempre il mondo dal chiuso della propria stanza, e quindi dal chiuso del proprio mondo interiore: la finestra è come il confine simbolico che mette in contatto i due mondi, l'interiore e l'esteriore, l'immaginario e il reale. La sua funzione è simile a quella della siepe dell'Infinito, che limitando il contatto diretto col reale, stimola l'immaginazione. 2. Filtro dell'immaginazione: Il secondo filtro è costituito proprio dalle operazioni dell'immaginazione. Il dato fisico del canto della figlia del cocchiere non è tanto percepito con i sensi, quanto, trasfigurato attraverso l'immaginazione. 3. Filtro della memoria: la memoria richiama un particolare del passato, in questo caso il canto della fanciulla, trasfigurandolo. Ma quel particolare del mondo esterno era stato già, a quel tempo, trasfigurato dall'immaginazione, dalla «doppia visione». Non si ha quindi solo una memoria, ma la memoria di un'illusione. 4. Filtro letterario: quello letterario consiste nel ricordo di alcuni suoni e immagini di passi poetici che avevano contribuito alla formazione del poeta, ad esempio "A Silvia" ricorda il canto di Circe nell'Odissea. 5. Filtro filosofico: l'illusione recuperata dalla memoria non può più essere vissuta immediatamente, come negli anni giovanili. Nel tempo che si è frapposto vi è stata la presa di coscienza filosofica del 6 vero. L'illusione risorge comunque, prepotentemente ma, a differenza degli anni della giovinezza, è sempre accompagnata dalla consapevolezza del vero, dell'«infinita vanità del tutto»>. Confronto tra A Silvia e La sera del dì di festa In entrambe le opere leopardiane è presente una figura femminile, solo che, mentre in a Silvia viene sottolineato il destino comune tra Leopardi e la giovane ragazza, nella seconda vi è una contrapposizione. Nella prima infatti, la morte della giovane Silvia segna la morte di ogni speranza e la delusione di tutte le illusioni, cosa comune anche Leopardi che come Silvia vede la negazione della propria gioventù. Nella sera del dì di festa invece le cose cambiano. Si parla di una donna priva di preoccupazioni che riesce a lasciarsi andare nel cosiddetto "agevol sonno", mentre l'autore è costretto ad una condizione di infelicità ed esclusione dalla vita. Tra le due poesie intercorre poi un periodo di grandi cambiamenti durante il quale Leopardi prende consapevolezza del vero, e passa al pessimismo assoluto. Questo si nota anche dal fatto che a Silvia è caratterizzata dalla presenza di una serie di filtri (fisico, letterario, dell'immaginazione...) che vanno a riflettere la reale condizione dell'uomo. Inoltre, il poeta rievoca continuamente immagini della vita e della gioia come protesta alla natura che le annegate all'uomo. Dal punto di vista stilistico, invece, entrambe le poesie esprimono la ricerca del vago e dell'indefinito, e vi è un riferimento ad alcuni autori classici: nella sera dì di festa, il notturno lunare fa riferimento ad un'immagine dell'lliade di Omero, mentre in a Silvia sia un richiamo al canto di Circe. Infine, in a Silvia vi è una grande libertà metrica che non troviamo nell'altro componimento. 7 La quiete dopo la tempesta Il canto si apre con la descrizione della vita del borgo, che dopo un forte temporale torna alle semplici attività quotidiane. La poesia è nettamente divisa in due parti: la prima descrittiva e idilliaca, ovvero la prima strofa, la seconda riflessiva, ovvero le strofe due e tre. La descrizione iniziale offre una serie di aspetti del piccolo mondo del villaggio, che è un paesaggio tutto costruito sulla suggestione dei suoni che giungono da lontano. La descrizione è quindi chiaramente ispirata alla poetica del vago e dell'indefinito, il che significa che non si tratta di una scena oggettiva, ma tutta interiorizzata, filtrata e trasfigurata dall'immaginazione soggettiva. La seconda parte è filosofica. Il concetto centrale è che il piacere è figlio d'affanno, poiché nasce dalla cessazione di un dolore o di un timore. Questa cessazione di dolore però è effimera poiché un altro dolore è sempre pronto a subentrare. Quindi il piacere è quella cosa che si trova a cavallo tra due dolori. La natura in questo contesto appare nemica, dispensatrice crudele di affanni, e anche il piacere è ormai considerato vano è inesistente. La poesia, come già a Silvia, si fonda sull'opposizione di illusione e consapevolezza del vero, ma anche sul vagheggiamento della vita e della gioia verso la contemplazione del dolore e del nulla. La prima parte della poesia presenta movimenti sintattici limpidi e scorrevoli, fatti di frasi brevi e piane. La seconda parte invece è più tesa e drammatica. Lo stesso andamento si ha sul piano metrico: nella prima parte si crea una trama quasi musicale, di rime e di assonanze, che però sono meno presenti nella seconda parte, dove i versi appaiono più amari e desolati. Nella quiete dopo la tempesta si riflette a pieno la concezione filosofica di Leopardi fondata su un pessimismo assoluto. 8 Il sabato del villaggio Il quadro paesano si apre con due figure femminili contrapposte, la donzelletta che immagina la gioia del giorno festivo a venire, e la vecchierella che ricorda la gioia delle feste della sua giovinezza. Le due figure rappresentano emblematicamente la speranza giovanile e la memoria, che nel sistema leopardiano sono strettamente congiunte. Se la speranza è una speranza nel futuro, allora il compito della memoria è quello di addolcire il presente. La speranza e la giovinezza si collegano col tema della festa e della primavera (come nella Sera del dì di festa e in A Silvia). Speranza giovanile e primavera si concretano poi nel simbolo del «mazzolin di rose e di viole», che si oppone al «fascio dell'erba», che rappresenta al contrario la realtà quotidiana col suo peso di fatiche, assumendo quindi la stessa funzione della «faticosa tela» di Silvia. La figura della donzelletta rimanda poi ad una serie di figure letterarie di grandi autori come Dante, mentre le ombre rimandano a Petrarca, che a sua volta rimanda a Virgilio, molto caro a Leopardi. Ma la poesia stessa rimanda ad un' altra opera di Leopardi: La sera del dì di festa. A differenza di quest'ultima però nel Sabato del Villaggio vi è l'attesa per il giorno futuro, e quindi il piacere in se è proprio l'attesa, mentre nella Sera del dì di festa ciò che resta è la delusione. A differenza della Quiete, la parte riflessiva che segue il quadro idillico non segna un brusco stacco, non è amara, sarcastica, o drammaticamente tesa nello stile. La riflessione che mira a negare la possibilità del piacere occupa solo cinque versi, ed è pacata e sobria. La conclusione filosofica, poi, è affidata ad un colloquio affettuoso con il «garzoncello», il quale è un invito a non spingere lo sguardo oltre i confini dell'illusione giovanile e a godersi, appunto, la gioventù. Anche sul piano stilistico, non vi è quell'opposizione tra le due parti che si instaurava nella Quiete, e il lessico dell'ultima strofa rimanda prevalentemente al linguaggio dell'«<immaginar», e non a quello del <vero». 9 Il passero solitario Il Passero Solitario è una poesia che si trova nei piccoli idilli, anche se andrebbe collocata nei grandi idilli sia per quanto riguarda le tematiche, sia per quanto riguarda la metrica. Questa è la poesia che maggiormente riflette le tematiche di Felicità e Solitudine. Leopardi è solito fare spesso delle contrapposizioni. In A Silvia, ad esempio, si va a contrapporre alla figura della giovane ragazza poiché entrambi hanno visto la fine delle proprie speranze. Nel Passero Solitario, invece, si contrappone al Passero che vive in solitario non partecipando alle gioie degli altri uccelli. Anche Leopardi vive come il passero, in maniera riservata non prendendo parte alle Gioie Giovanili. Vi è una grande differenza però tra i due: mentre il passero è un animale, e quindi non è capace di comprendere la sua situazione, Leopardi è un uomo, e perciò ha piena consapevolezza della sua condizione, e per questo motivo ci sta male. Il canto ha una struttura simmetrica: La prima strofa descrive il passero e la sua condizione di solitudine, la seconda la condizione di Leopardi. Dialogo tra un venditore di Almanacchi e un Passeggere In questa opera si vede un venditore di almanacchi che si accinge a chiedere al passeggere se necessita di un almanacco. Si apre così una discussione tra i due, durante la quale il passeggere fa notare al venditore che lui è stato scontento dell'anno appena passato, e che ripone grandi speranze nell'anno a venire. Ogni anno però è sempre la stessa storia. Ciò significa che si è infelici ogni anno per tutta la vita. Si vede sempre il lato negativo perché l'uomo è infelice. Alla fine dell'opera il venditore continua a voler vendere almanacchi poiché spera in un anno migliore. È importane ricordare poi che il venditore è la rappresentazione di un uomo comune, il passeggere è invece l'incarnazione di Leopardi stesso. 10 Dialogo tra la Natura e un Islandese Questa è l'opera che va ad esplicitare il pessimismo cosmico di Leopardi, ma soprattutto quella che segna il passaggio dal pessimismo storico a quello cosmico. Viene naturale chiedersi, però, per quale motivo Leopardi abbia scelto proprio un islandese: Molto probabilmente si pensa che quest'opera si ispiri alla storia di Voltaire, Genny, la quale descrive la pessima condizione in cui vivevano gli islandesi, quindi questo sarebbe il motivo della scelta di Leopardi. Il Dialogo di un Islandese e della Natura è la più importante delle Operette Morali poiché rappresenta una critica aspra alla Natura, che si mostra totalmente indifferente alla sofferenza dell'uomo. L'opera inizia con l'islandese che si appella alla natura elencando tutti i mali del mondo. La natura gli risponde dicendogli che non gli importa dell'uomo, ma solo della sopravvivenza della specie. A questo punto l'islandese controbatte portando l'esempio di un ospite. Quando si ha un ospite si fa di tutto pur di fare una buona impressione rendendo conviviale l'ambiente, ma l'islandese accusa la natura di aver invitato l'uomo in un mondo pieno di mali e che non è affatto felice. Ma lo scopo della natura è ben chiaro. Sempre e solo la sopravvivenza della specie. Questo brano si conclude con un duplice finale, appositamente voluto da Leopardi per incuriosire il lettore, in modo che attribuisse al Dialogo il finale che ritiene più opportuno. Infatti, l'Islandese viene divorato da due leoni oppure una tempesta ricopre l'Islandese di sabbia, rendendolo una mummia che sarà successivamente portata in un museo per essere analizzata. Qualsiasi finale il lettore attribuisce all'Operetta, si giunge alla conclusione che l'uomo è considerato un elemento di un ciclo universale di produzione e distruzione. La domanda che Leopardi si pone è quindi chiara: a che serve il progresso se alla fine si deve morire? 11 La Ginestra Questa è l'ultima opera scritta da Leopardi nel suo periodo napoletano. Quando la scrive si trova, infatti, a Torre del Greco e imposta come ambientazione il Vesuvio. La poesia è composta da 317 versi, e si apre con una frase in greco: “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”, chiaro riferimento al progresso. Le tenebre infatti per Leopardi rappresentano il progresso. Non a caso nella prima strofa Leopardi va ad inserire una polemica contro chi esalta il progresso. La prima strofa, che insieme alla terza è la più importante, parla della desolazione del Vesuvio e della città di Roma. Le rovine di Roma, infatti, ricordano una magnificenza che ormai non c'è più, ed è proprio da qui che nasce la desolazione. Agli scavi di Pompei ed Ercolano, invece, a causare desolazione sono i resti di una vita che da un momento all'altro si è ritrovata spazzata via. A questa desolazione Leopardi va a contrapporre la Ginestra, un piccolo fiorellino che ha visto sia a Roma, sia ai piedi del Vesuvio. La Ginestra viene inoltre descritta come colei che porta bellezza, colei che abbellisce tutto ciò che la circonda. La seconda strofa continua l'invettiva contro il progresso e si parla di Secol superbo e sciocco. Questo può essere visto in due modi: il primo fa riferimento al romanticismo e alle idee della spiritualità, mentre l'altro fa riferimento alle idee progressiste che portano al nulla. Nella quarta e nella quinta strofa si ha un proseguire della desolazione incontrata nella prima strofa. Nella sesta viene mostrata Pompei con un attenzione particolare a porre la differenza tra il tempo degli uomini, che è mutabile, e quello della natura, che invece eterno. Ed infine nella settima e ultima strofa ritorna protagonista la Ginestra, vista come simbolo della Dignità umana. Difronte al deserto e all'aridità la ginestra non si piega, rimane sempre a testa alta, che è ciò che alla fine dovrebbe fare l'uomo. 12