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GIOVANNI GIOLITTI

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Nel 1898 c'è una rivolta popolare a Milano a causa del rincaro del pane. Il governo
ordina al generale Bava Beccaris di s

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Marco Lucchetti

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Sintesi

GIOVANNI GIOLITTI

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GIOVANNI GIOLITTI Nel 1898 c'è una rivolta popolare a Milano a causa del rincaro del pane. Il governo ordina al generale Bava Beccaris di sparare sulla folla dei dimostranti. Fu una strage che fu vendicata nel 1900 dall'anarchico Gaetano Bresci che uccise il re Umberto ritenuto responsabile della strage. In seguito alle proteste anche in sede parlamentare, il nuovo re Vittorio Emanuele III affidò il governo a Giuseppe Zanardelli, un liberale di sinistra che nominò Giovani Giolitti come ministro dell'interno. Giovanni Giolitti convinse la classe dirigente che per avere un progresso economico occorreva evitare conflitti e tensioni con la massa popolare per cui occorreva migliorarne le condizioni socio-economiche della classe lavoratrice, occorreva anche estendere la partecipazione dei cittadini alla vita politica e soprattutto in caso di conflitto tra operai e imprenditori, il governo doveva rimanere neutrale. Come ministro degli interni Giovanni Giolitti riconobbe il diritto di sciopero ai lavoratori e quello di associarsi tra loro, la forza pubblica doveva intervenire solo in casi di minacce alla sicurezza pubblica. Protetti da queste leggi, gli operai ripresero le loro proteste ed ottennero salari più alti. Si diffusero sempre più le Camere del Lavoro che erano associazioni di operai e le Leghe che erano associazioni di contadini. Sempre durante il governo di Zanardelli e di Giolitti come ministro degli interni, furono...

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emanate nuove norme in difesa del lavoro di donne e bambini, altre norme sull'assicurazione per la vecchiaia e per gli infortuni sul lavoro. Furono municipalizzati i servizi pubblici come elettricità, gas, trasporti. L'unica riforma che non riuscì ad essere approvata fu la riforma tributaria basata sulla tassazione progressiva. Ad un certo punto Zanardelli, molto ammalato si dimise ed il re Vittorio Emanuele III diede a Giovanni Giolitti l'incarico di formare il nuovo governo. Per formare il suo governo Giovanni Giolitti chiese a Filippo Turati, uno dei fondatori del partito socialista, di entrare nel suo governo. Nel partito socialista in quel periodo c'erano 2 tendenze, una riformista ed una rivoluzionaria ad un certo punto prevalse l'ala riformista che puntava ad un programma minimo cioè ad alcune riforme che tenessero in considerazione: • L'ampliamento del suffragio universale; Una migliore legislazione sociale; Il decentramento amministrativo; La riforma tributaria. Giovanni Giolitti voleva il capo del partito socialista, Filippo Turati, al governo con lui per frenare ed ostacolare l'ala rivoluzionaria del partito sociale italiano. Tuttavia Turati rifiutò perché sapeva che molti del suo partito non l'avrebbero seguito. A questo punto per formare il suo governo, Giovanni Giolitti ricorse al “trasformismo", adottato precedentemente anche da Agostino De Pretis: praticamente Giovanni Giolitti grazie al suo personale prestigio riuscì a realizzare una ampia aggregazione di deputati costruita di volta in volta a seconda della legge in discussione. Nonostante i buoni propositi, la politica di Giovanni Giolitti aveva un duplice volto perché da una parte fu protettivo nei confronti degli operai e delle loro rivendicazioni specialmente a Nord, mentre dall'altra parte non esitò a Reprimere le insurrezioni dei contadini del meridione. A questo proposito è da ricordare l'opuscolo scritto da Gaetano Salvemini intitolato: "Il Ministro della malavita", in cui l'autore accusava il ministro Giolitti di essere intervenuto nelle elezioni meridionali costringendo i cittadini a votare in favore del candidato da lui scelto, anche con mezzi violenti.

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