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Caio Giulio Cesare

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 CESARE
Cesare nacque nel 100 a.C. e apparteneva alla gens lulia. Crebbe educato da retori
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CESARE Cesare nacque nel 100 a.C. e apparteneva alla gens lulia. Crebbe educato da retori importanti ed esordì in politica opponendosi all'allora dittatore Silla. Il clima teso e sfavorevole alla sua parte gli consiglio però di allontanarsi da Roma e di rientrare dopo la morte del dittatore, solo allora iniziò la sua vera e propria carriera. Divenne questore nel 68 a.C. e pretore nel 62 a.C. A queste cariche si sommò la prestigiosa lezione a pontifex maximus nel 63 a.C. La brillante ascesa di Cesare era arrivata al culmine poiché la sua famiglia non apparteneva alla nobiltà consolare e dunque egli non avrebbe potuto ricoprire l'ultima carica rimasta, cioè quella di console. Nel 60 a.C. Pompeo, tornato vittorioso dall'oriente, chiedeva una distribuzione di terre per ricompensare i suoi veterani ma il Senato glielo negò. Pompeo accettò quindi un incontro con Cesare, che voleva accedere al consolato, e con Crasso. Si verificò allora un accordo privato, noto come primo triumvirato, che sostenne l'elezione di Cesare al consolato per il 59 a.C., carica in virtù della quale Cesare poté accordare le terre ai veterani di Pompeo e favorire gli affari di Crasso. nel 58 a.C. Cesare ottenne il proconsolato nella Gallia Cisalpina, sicuro di poter innescare da lì una guerra di conquista contro il popolo Gallico....

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La campagna militare che seguì fu rapida e geniale e si concluse nel 56 a.C. In quello stesso anno Cesare ottenne la proroga del proconsolato per altri cinque anni, tempo che gli servì per domare una vasta rivolta in Gallia, che mirava a recuperare l'indipendenza perduta. Nel frattempo, però, a Roma gli equilibri politici erano cambiati. Crasso era morto in oriente nel 53 a.C., nella campagna che aveva tentato contro i Parti, e Pompeo cominciava a percepire come pericoloso il potere di Cesare. La situazione precipitò al punto che Pompeo fece dichiarare dal senato Cesare nemico pubblico, lasciando intendere che egli non combatteva la guerra in Gallia per la gloria di Roma, ma per acquisire potere personale. Cesare così si trovò costretto a ritornare in Italia e non gli restò che entrare in armi. con questo atto si apriva la guerra civile. Pompeo, allora, lasciò l'Italia e si diresse verso Oriente. La sua strategia era quella di intrappolare Cesare tra la Spagna e l'Oriente. Tuttavia il piano non ebbe successo: in uno scontro diretto tra i due generali, a Farsalo nel 48 a.C., Cesare sconfisse Pompeo, che si rifugiò in Egitto. Qui il re Tolomeo XV lo uccise decapitandolo e consegnando nella testa Cesare. Indignato per l'atteggiamento arbitrario del re, Cesare lo detronizzò, sostituendolo con la sorella Cleopatra, di cui peraltro divenne amante. Tornato a Roma, Cesare venne eletto dittatore a vita e adottò un atteggiamento di clementia verso la parte politica avversa, per avviare un processo di pacificazione dello Stato da anni lacerato dalla guerra civile. Le forze politiche aristocratiche, tuttavia, preoccupate che Cesare volesse diventare re e modificare l'impianto di governo di Roma da repubblica a monarchia assoluta, organizzarono una congiura per eliminarlo. Il piano ebbe successo e Cesare fu ucciso a colpi di pugnale nel 44 a.C., alle idi marzo, durante una seduta in Senato. LE OPERE Gli interessi di Cesare sul piano culturale furono molti e differenti. Possiamo citare la sua esperienza nel campo dell'astronomia, le sue orazioni che tuttavia non possediamo più o i suoi studi di retorica, in cui era famoso per un trattato, il De analogia. Cesare, infatti, ha coltivato anche gli studi linguistici, giungendo a pubblicare quest'opera dedicata a Cicerone, di cui restano pochissimi frammenti. In questo lavoro Cesare prendeva una chiara posizione sui problemi legati alla lingua. Sappiamo che Cesare si dedicò alla poesia scrivendo un poema, le Laudas Herculis, e una tragedia, l'Oedipus. Egli quindi fu un uomo che seppe coniugare politica e cultura e che concepiva la vita come alternanza tra otium, cioè vita privata, e negozium, cioè servizio dello stato. due sono le opere maggiori di Cesare, i Commentarii sulla guerra gallica e sulla guerra civile. con essi intende offrire un resoconto di fatti accaduti senza interpretazioni né morali né religiose. Avevano per destinatario soprattutto il Senato, al quale egli doveva rendere conto della certezza del suo agire. Servivano a dimostrare attraverso i fatti che le sue azioni nell’una e nell'altra guerra erano state assolutamente corrette. nel caso della guerra in Gallia, Cesare tendeva a mostrare come ogni attacco fosse sempre stato conforme al diritto di guerra romano. Nel caso della guerra civile, faceva intendere come la sua posizione fosse sempre stata di difesa della repubblica e delle sue istituzioni, a differenza di Pompeo, che si presentava come un apparente difensore degli ideali tradizionali, ma in realtà voleva conquistare un potere personale. Quella di Cesare fu una storiografia di parte, scritta con qualche artificio che aumentasse la sua credibilità, come ad esempio la scelta di raccontare tutto in terza persona per conferire una maggiore oggettività alla narrazione, o di modificare cronologicamente alcuni avvenimenti per renderli legali secondo le prescrizioni del diritto romano. Insomma, la sua fu una sottile deformazione di alcuni eventi a fronte di una visione politica e bellica molto complessa. GLI ALTRI COMMENTARII Alcuni collaboratori di Cesare vollero dare un seguito alla sua produzione, componendo Commentarii che si collegano all'opera. L'insieme delle opere forma il cosiddetto Corpus Casearianum. Anzitutto, ricordiamo il già citato Aulo Irzio che, oltre a scrivere l'ottavo libro del De bello Gallico, è anche l'autore del Bellum Alexandrinum, opera che narra la guerra condotta da Cesare in Egitto contro Farnace. Di livello inferiore sono invece il Bellum Africum, che racconta la vittoria sui pompeiani a Tapso, e il Bellum Hispaniese. IL DE BELLO GALLICO È composto da otto libri, uno per ogni anno della guerra. Sette sono stati scritti da Cesare e l'ottavo è stato scritto da Aulo Irzo. Il racconto storico pone a confronto due civiltà, quella dei Romani e quella dei Galli, diverse per modalità di vita, di conoscenza, di espressione. Cesare descrive innanzitutto la guerra che li vede su fronti opposti. Nei Romani premia la dedizione e la fedeltà a Roma e a sé, in quanto loro generale. Descrive anche la differenza tra i due popoli, contrapponendo la prassi dell’assalto tipica dei Galli, che egli giudica poco razionale efficace, alle tecniche sofisticate dell'esercito romano educato da un lungo addestramento a muoversi soltanto seguendo gli ordini degli ufficiali e ad usare le armi. la narrazione serve principalmente per esaltare la forza bellica di Roma, che conquistò nell'arco di un secolo e mezzo tutte le terre affacciate sul Mediterraneo. Tuttavia, nella descrizione di questo conflitto, una lunga parentesi nel sesto libro propone uno sguardo attento ai popoli con cui Cesare combatteva: quello Gallico, ma anche quello dei Germani e dei Britanni. Ne descrive le abitudini, l’organizzazione sociale, i luoghi, le conoscenze. Questa descrizione ha una finalità precisa, quella di raccogliere e riportare informazioni sulla struttura sociale, sulle istituzioni militari e religiose, utili per sconfiggere militarmente quei popoli e per dominarli successivamente. Per capire meglio con quale mentalità Cesare descriveva quei popoli bisogna fare riferimento all'atteggiamento di Roma verso i popoli stranieri. Per un romano il mondo conosciuto si divideva in due parti, i Romani e i barbari. Questo coincideva con la distinzione tra civiltà e inciviltà. Roma, quindi, combatteva le sue guerre di conquista a partire da questa convinzione e sosteneva la legittimità della conquista, come se la guerra e la dominazione fossero strumenti di progresso civile, politico, culturale, tecnico per il popolo conquistato, che sarebbe passato così da una condizione di barbarie a una di civiltà. Questo pensiero è stato determinante nella conquista di Cartagine, della Grecia, dell'Oriente, della Gallia, della Germania e della Britannia. Conseguenza della guerra di conquista era la romanizzazione, ovvero l'imposizione al popolo conquistato del proprio sistema di governo, della società e del culto. Così si perdeva gran parte dell'originalità culturale dei popoli conquistati, costretti ad assimilarsi ai romani conquistatori. Opere come quella di Cesare ci permettono di ricostruire parzialmente la qualità culturale, sociale, religiosa dei popoli che Roma incontrò e sottomise prima che venissero trasformati dal dominio romano. Cesare voleva dimostrare quanto fossero barbari e quindi quanto fosse giusta la conquista. IL DE BELLO CIVILI L'opera è divisa in tre libri, che si riferiscono alla guerra combattuta tra il 48 a.C. il 47 a.C. tra Cesare e Pompeo. È chiaramente incompiuta, tanto che alcuni pensano che sia stata pubblicata dopo la morte di Cesare. Se nel De bello Gallico abbiamo visto prevalere l'aspetto bellico e l'abilità militare di Cesare, in questo invece è più importante l'aspetto politico. Cesare attraverso quest'opera mira a convincere l'opinione pubblica e quella del Senato di non avere portato il paese alla guerra civile per cercare di ottenere il potere per sè. Spiegando come il Senato fosse stato manipolato da Pompeo, dimostra che non gli è stato possibile agire in altro modo per riuscire a eliminare da Roma chi la stava corrompendo. La responsabilità della guerra civile, in questo modo, ricade interamente su Pompeo, che secondo le argomentazioni di Cesare aveva aperto la guerra per eliminare il suo oppositore e potersi poi ritrovare padrone assoluto di Roma. L’autore, quindi, vuole chiaramente svelare l'intenzione dei pompeiani di impadronirsi dello Stato. Cesare dimostra, in questo caso, di non avere il medesimo rispetto che aveva mostrato verso i Galli. I soldati pompeiani, a suo parere, non sono degni dello stesso trattamento poiché si macchiano di azioni indegne. Cesare alla fine del conflitto terrà un atteggiamento di clementia, ovvero di perdono e di reintegrazione. Un atteggiamento, tuttavia, ambiguo perché significava considerare gli avversari politici alla pari dei popoli nemici sconfitti e sottomessi. La clementia, infatti, si applicava ai nemici vinti, non ai Romani. Cesare ha indubbiamente falsato alcuni dati a suo favore, per dare alla propria posizione più credibilità e valore. Con quest'opera voleva convincere della sua fedeltà allo Stato, mostrando come sia stato trascinato nella guerra civile e come attraverso essa abbia però cercato di riportare lo Stato alla sua originaria forma. Cesare voleva rassicurare il ceto medio di Roma che la sua azione non voleva essere rivoluzionaria, come la propaganda a suo sfavore voleva far credere. LO STILE E LA LINGUA Cesare adotta la tesi analogista, secondo la quale ogni aspetto di un sistema linguistico deve essere sottoposto a regole precise e non modificabili. Sulla base delle teorie linguistiche e stilistiche cui ha aderito, Cesare ha costruito uno stile asciutto e di tono medio. Evita un registro basso, ma contemporaneamente rifiuta un lessico troppo aulico ed elevato. La sua prosa è quasi sempre rapida e sintetica, ricorre a un lessico selezionato di sobria e limpida eleganza, che non conta più di 1300 vocaboli. Egli optava, infatti, sempre per termini di uso comune. L'oratio obliqua, cioè il discorso indiretto, è molto frequente nei Commentarii, a testimoniare l'apparente oggettivo distacco dell'autore dei fatti narrati è la volontà di esprimere i concetti con la massima rapidità possibile.

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Un appunto così carino per la scuola 😍😍, è davvero utile!

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CESARE Cesare nacque nel 100 a.C. e apparteneva alla gens lulia. Crebbe educato da retori importanti ed esordì in politica opponendosi all'allora dittatore Silla. Il clima teso e sfavorevole alla sua parte gli consiglio però di allontanarsi da Roma e di rientrare dopo la morte del dittatore, solo allora iniziò la sua vera e propria carriera. Divenne questore nel 68 a.C. e pretore nel 62 a.C. A queste cariche si sommò la prestigiosa lezione a pontifex maximus nel 63 a.C. La brillante ascesa di Cesare era arrivata al culmine poiché la sua famiglia non apparteneva alla nobiltà consolare e dunque egli non avrebbe potuto ricoprire l'ultima carica rimasta, cioè quella di console. Nel 60 a.C. Pompeo, tornato vittorioso dall'oriente, chiedeva una distribuzione di terre per ricompensare i suoi veterani ma il Senato glielo negò. Pompeo accettò quindi un incontro con Cesare, che voleva accedere al consolato, e con Crasso. Si verificò allora un accordo privato, noto come primo triumvirato, che sostenne l'elezione di Cesare al consolato per il 59 a.C., carica in virtù della quale Cesare poté accordare le terre ai veterani di Pompeo e favorire gli affari di Crasso. nel 58 a.C. Cesare ottenne il proconsolato nella Gallia Cisalpina, sicuro di poter innescare da lì una guerra di conquista contro il popolo Gallico....

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La campagna militare che seguì fu rapida e geniale e si concluse nel 56 a.C. In quello stesso anno Cesare ottenne la proroga del proconsolato per altri cinque anni, tempo che gli servì per domare una vasta rivolta in Gallia, che mirava a recuperare l'indipendenza perduta. Nel frattempo, però, a Roma gli equilibri politici erano cambiati. Crasso era morto in oriente nel 53 a.C., nella campagna che aveva tentato contro i Parti, e Pompeo cominciava a percepire come pericoloso il potere di Cesare. La situazione precipitò al punto che Pompeo fece dichiarare dal senato Cesare nemico pubblico, lasciando intendere che egli non combatteva la guerra in Gallia per la gloria di Roma, ma per acquisire potere personale. Cesare così si trovò costretto a ritornare in Italia e non gli restò che entrare in armi. con questo atto si apriva la guerra civile. Pompeo, allora, lasciò l'Italia e si diresse verso Oriente. La sua strategia era quella di intrappolare Cesare tra la Spagna e l'Oriente. Tuttavia il piano non ebbe successo: in uno scontro diretto tra i due generali, a Farsalo nel 48 a.C., Cesare sconfisse Pompeo, che si rifugiò in Egitto. Qui il re Tolomeo XV lo uccise decapitandolo e consegnando nella testa Cesare. Indignato per l'atteggiamento arbitrario del re, Cesare lo detronizzò, sostituendolo con la sorella Cleopatra, di cui peraltro divenne amante. Tornato a Roma, Cesare venne eletto dittatore a vita e adottò un atteggiamento di clementia verso la parte politica avversa, per avviare un processo di pacificazione dello Stato da anni lacerato dalla guerra civile. Le forze politiche aristocratiche, tuttavia, preoccupate che Cesare volesse diventare re e modificare l'impianto di governo di Roma da repubblica a monarchia assoluta, organizzarono una congiura per eliminarlo. Il piano ebbe successo e Cesare fu ucciso a colpi di pugnale nel 44 a.C., alle idi marzo, durante una seduta in Senato. LE OPERE Gli interessi di Cesare sul piano culturale furono molti e differenti. Possiamo citare la sua esperienza nel campo dell'astronomia, le sue orazioni che tuttavia non possediamo più o i suoi studi di retorica, in cui era famoso per un trattato, il De analogia. Cesare, infatti, ha coltivato anche gli studi linguistici, giungendo a pubblicare quest'opera dedicata a Cicerone, di cui restano pochissimi frammenti. In questo lavoro Cesare prendeva una chiara posizione sui problemi legati alla lingua. Sappiamo che Cesare si dedicò alla poesia scrivendo un poema, le Laudas Herculis, e una tragedia, l'Oedipus. Egli quindi fu un uomo che seppe coniugare politica e cultura e che concepiva la vita come alternanza tra otium, cioè vita privata, e negozium, cioè servizio dello stato. due sono le opere maggiori di Cesare, i Commentarii sulla guerra gallica e sulla guerra civile. con essi intende offrire un resoconto di fatti accaduti senza interpretazioni né morali né religiose. Avevano per destinatario soprattutto il Senato, al quale egli doveva rendere conto della certezza del suo agire. Servivano a dimostrare attraverso i fatti che le sue azioni nell’una e nell'altra guerra erano state assolutamente corrette. nel caso della guerra in Gallia, Cesare tendeva a mostrare come ogni attacco fosse sempre stato conforme al diritto di guerra romano. Nel caso della guerra civile, faceva intendere come la sua posizione fosse sempre stata di difesa della repubblica e delle sue istituzioni, a differenza di Pompeo, che si presentava come un apparente difensore degli ideali tradizionali, ma in realtà voleva conquistare un potere personale. Quella di Cesare fu una storiografia di parte, scritta con qualche artificio che aumentasse la sua credibilità, come ad esempio la scelta di raccontare tutto in terza persona per conferire una maggiore oggettività alla narrazione, o di modificare cronologicamente alcuni avvenimenti per renderli legali secondo le prescrizioni del diritto romano. Insomma, la sua fu una sottile deformazione di alcuni eventi a fronte di una visione politica e bellica molto complessa. GLI ALTRI COMMENTARII Alcuni collaboratori di Cesare vollero dare un seguito alla sua produzione, componendo Commentarii che si collegano all'opera. L'insieme delle opere forma il cosiddetto Corpus Casearianum. Anzitutto, ricordiamo il già citato Aulo Irzio che, oltre a scrivere l'ottavo libro del De bello Gallico, è anche l'autore del Bellum Alexandrinum, opera che narra la guerra condotta da Cesare in Egitto contro Farnace. Di livello inferiore sono invece il Bellum Africum, che racconta la vittoria sui pompeiani a Tapso, e il Bellum Hispaniese. IL DE BELLO GALLICO È composto da otto libri, uno per ogni anno della guerra. Sette sono stati scritti da Cesare e l'ottavo è stato scritto da Aulo Irzo. Il racconto storico pone a confronto due civiltà, quella dei Romani e quella dei Galli, diverse per modalità di vita, di conoscenza, di espressione. Cesare descrive innanzitutto la guerra che li vede su fronti opposti. Nei Romani premia la dedizione e la fedeltà a Roma e a sé, in quanto loro generale. Descrive anche la differenza tra i due popoli, contrapponendo la prassi dell’assalto tipica dei Galli, che egli giudica poco razionale efficace, alle tecniche sofisticate dell'esercito romano educato da un lungo addestramento a muoversi soltanto seguendo gli ordini degli ufficiali e ad usare le armi. la narrazione serve principalmente per esaltare la forza bellica di Roma, che conquistò nell'arco di un secolo e mezzo tutte le terre affacciate sul Mediterraneo. Tuttavia, nella descrizione di questo conflitto, una lunga parentesi nel sesto libro propone uno sguardo attento ai popoli con cui Cesare combatteva: quello Gallico, ma anche quello dei Germani e dei Britanni. Ne descrive le abitudini, l’organizzazione sociale, i luoghi, le conoscenze. Questa descrizione ha una finalità precisa, quella di raccogliere e riportare informazioni sulla struttura sociale, sulle istituzioni militari e religiose, utili per sconfiggere militarmente quei popoli e per dominarli successivamente. Per capire meglio con quale mentalità Cesare descriveva quei popoli bisogna fare riferimento all'atteggiamento di Roma verso i popoli stranieri. Per un romano il mondo conosciuto si divideva in due parti, i Romani e i barbari. Questo coincideva con la distinzione tra civiltà e inciviltà. Roma, quindi, combatteva le sue guerre di conquista a partire da questa convinzione e sosteneva la legittimità della conquista, come se la guerra e la dominazione fossero strumenti di progresso civile, politico, culturale, tecnico per il popolo conquistato, che sarebbe passato così da una condizione di barbarie a una di civiltà. Questo pensiero è stato determinante nella conquista di Cartagine, della Grecia, dell'Oriente, della Gallia, della Germania e della Britannia. Conseguenza della guerra di conquista era la romanizzazione, ovvero l'imposizione al popolo conquistato del proprio sistema di governo, della società e del culto. Così si perdeva gran parte dell'originalità culturale dei popoli conquistati, costretti ad assimilarsi ai romani conquistatori. Opere come quella di Cesare ci permettono di ricostruire parzialmente la qualità culturale, sociale, religiosa dei popoli che Roma incontrò e sottomise prima che venissero trasformati dal dominio romano. Cesare voleva dimostrare quanto fossero barbari e quindi quanto fosse giusta la conquista. IL DE BELLO CIVILI L'opera è divisa in tre libri, che si riferiscono alla guerra combattuta tra il 48 a.C. il 47 a.C. tra Cesare e Pompeo. È chiaramente incompiuta, tanto che alcuni pensano che sia stata pubblicata dopo la morte di Cesare. Se nel De bello Gallico abbiamo visto prevalere l'aspetto bellico e l'abilità militare di Cesare, in questo invece è più importante l'aspetto politico. Cesare attraverso quest'opera mira a convincere l'opinione pubblica e quella del Senato di non avere portato il paese alla guerra civile per cercare di ottenere il potere per sè. Spiegando come il Senato fosse stato manipolato da Pompeo, dimostra che non gli è stato possibile agire in altro modo per riuscire a eliminare da Roma chi la stava corrompendo. La responsabilità della guerra civile, in questo modo, ricade interamente su Pompeo, che secondo le argomentazioni di Cesare aveva aperto la guerra per eliminare il suo oppositore e potersi poi ritrovare padrone assoluto di Roma. L’autore, quindi, vuole chiaramente svelare l'intenzione dei pompeiani di impadronirsi dello Stato. Cesare dimostra, in questo caso, di non avere il medesimo rispetto che aveva mostrato verso i Galli. I soldati pompeiani, a suo parere, non sono degni dello stesso trattamento poiché si macchiano di azioni indegne. Cesare alla fine del conflitto terrà un atteggiamento di clementia, ovvero di perdono e di reintegrazione. Un atteggiamento, tuttavia, ambiguo perché significava considerare gli avversari politici alla pari dei popoli nemici sconfitti e sottomessi. La clementia, infatti, si applicava ai nemici vinti, non ai Romani. Cesare ha indubbiamente falsato alcuni dati a suo favore, per dare alla propria posizione più credibilità e valore. Con quest'opera voleva convincere della sua fedeltà allo Stato, mostrando come sia stato trascinato nella guerra civile e come attraverso essa abbia però cercato di riportare lo Stato alla sua originaria forma. Cesare voleva rassicurare il ceto medio di Roma che la sua azione non voleva essere rivoluzionaria, come la propaganda a suo sfavore voleva far credere. LO STILE E LA LINGUA Cesare adotta la tesi analogista, secondo la quale ogni aspetto di un sistema linguistico deve essere sottoposto a regole precise e non modificabili. Sulla base delle teorie linguistiche e stilistiche cui ha aderito, Cesare ha costruito uno stile asciutto e di tono medio. Evita un registro basso, ma contemporaneamente rifiuta un lessico troppo aulico ed elevato. La sua prosa è quasi sempre rapida e sintetica, ricorre a un lessico selezionato di sobria e limpida eleganza, che non conta più di 1300 vocaboli. Egli optava, infatti, sempre per termini di uso comune. L'oratio obliqua, cioè il discorso indiretto, è molto frequente nei Commentarii, a testimoniare l'apparente oggettivo distacco dell'autore dei fatti narrati è la volontà di esprimere i concetti con la massima rapidità possibile.