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PLATONE, FILOSOFIA e SCRITTURA, FILOSOFIA COME DIALOGO, I DIALOGHI E LA LORO CLASSIFICAZIONE, ETICA, LA TEORIA DELLE IDEE, MITO DELLA CAVERNA, PSICOLOGIA, MITO DI ER, MITO DELA BIGA ALATA e MITO DELL’ANDROGINO, MITO DELLA NASCITA DI EROS e POLITICA.

PLATONE, FILOSOFIA e SCRITTURA, FILOSOFIA COME DIALOGO, I DIALOGHI E LA LORO CLASSIFICAZIONE, ETICA, LA TEORIA DELLE IDEE, MITO DELLA CAVERNA, PSICOLOGIA, MITO DI ER, MITO DELA BIGA ALATA e MITO DELL’ANDROGINO, MITO DELLA NASCITA DI EROS e POLITICA.

 PLATONE
Nacque intorno al 427 a.C. da genitori entrambi appartenenti all'aristocrazia ateniese; fin da
ragazzo pensò di dedicarsi alla vita
 PLATONE
Nacque intorno al 427 a.C. da genitori entrambi appartenenti all'aristocrazia ateniese; fin da
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PLATONE, FILOSOFIA e SCRITTURA, FILOSOFIA COME DIALOGO, I DIALOGHI E LA LORO CLASSIFICAZIONE, ETICA, LA TEORIA DELLE IDEE, MITO DELLA CAVERNA, PSICOLOGIA, MITO DI ER, MITO DELA BIGA ALATA e MITO DELL’ANDROGINO, MITO DELLA NASCITA DI EROS e POLITICA.

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Sintesi

Appunti/Riassunti riguardanti PLATONE, SCRITTURA, FILOSOFIA , I DIALOGHI E LA LORO CLASSIFICAZIONE, ETICA, LA TEORIA DELLE IDEE, MITO DELLA CAVERNA, PSICOLOGIA, MITO DI ER, MITO DELA BIGA ALATA e MITO DELL’ANDROGINO, MITO DELLA NASCITA DI EROS e POLITICA.

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PLATONE Nacque intorno al 427 a.C. da genitori entrambi appartenenti all'aristocrazia ateniese; fin da ragazzo pensò di dedicarsi alla vita politica, ma questa convinzione entró in crisi in seguito alla sconfitta di Atene nella Guerra del Peloponneso: Platone racconta tale avvenimento in una lettera autobiografica che prende il nome di Lettera VII; non si sa con certezza se sia stato lui a scriverla, ma di sicuro è importante poiché fornisce molte informazioni sulla biografia di Platone, mostrando l'intreccio tra le tesi principali della sua filosofia e gli accadimenti più rilevanti della sua vita. Lettera VII: Platone racconta come la sconfitta nella Guerra del Peloponneso avesse portato un netto cambiamento nella politica ateniese, infatti da un governo democratico si passó ad una commissione di trenta magistrati con pieni poteri; Platone ripose fiducia in questo nuovo tipo di governo, ma la condotta corrotta e dispotica/si riveló assai deludente e rannica al di sotto delle aspettative suscitate. La situazione peggioró con la caduta dei Trenta tiranni e il ritorno alla democrazia; Platone assiste con rabbia e impotenza al processo contro il suo maestro Socrate e si rese conto di quanto la società ateniese fosse guasta e votata alla rovina. Platone, trovandosi di fronte a questa realtà, si convince che il modo migliore per rendersi utili alla propria comunità non consiste...

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nell'attività politica, ma nella filosofia; è convinto che la vita pubblica possa migliorare solo se in futuro ci saranno cittadini migliori, ma soprattutto governanti migliori e per far sì che questo accada c'è bisogno di educarli adeguatamente, cosa che solo la disciplina della filosofia è in grado di fornire; quindi Platone, partendo dall'insegnamento di Socrate, si propone di sviluppare questa filosofia che è la sola in grado di risanare la società. Dopo la morte di Socrate, Platone lascia Atene, visita Taranto ed in seguito Siracusa, dove frequenta la corte di Dionisio il Vecchio ed è in questa fase che comincia a scrivere le sue prime opere; nel 387 a.C. torna ad Atene dove fonda la sua scuola filosofica, l'Accademia e si dedica all'insegnamento, alla scrittura e alla ricerca filosofica. Nel 367 a.C. decide di tornare a Siracusa su invito di Dione che gli chiede di fornire un'educazione filosofica a Dionisio il Giovane, ma l'esito fu tutt'altro che positivo, il giovane risultò pigro e superficiale, inadeguato allo studio di questa disciplina, così Platone si arrese riprovandoci successivamente quattro anni dopo, ma l'esito si confermó essere lo stesso. Nel 360 a.C. Platone rientra definitivamente ad Atene dedicandosi all'insegnamento e alla ricerca nel contesto dell'Accademia; nel frattempo a Siracusa, Dione continua a perseguire l'ideale platonico di un governo di filosofi, riesce a deporre Dionisio il Giovane salendo stesso lui al potere, ma fu assassinato pochi mesi dopo durante una congiura; Platone rimpiange di non essere potuto accorrere in aiuto dell'amico, scrive una lettera in suo onore rivolta ai congiunti di Dione. Platone muore ad Atene pochi anni dopo, intorno al 347 a.C. FILOSOFIA E SCRITTURA Platone, al pari di Socrate, ritiene che la filosofia sia una disciplina basata sul dialogo, sulla discussione e sull'interazione diretta tra colui che insegna e colui che apprende; nel linguaggio parlato il maestro può produrre effetti immediati sull'allievo, guidandolo passo dopo passo nel processo dell'apprendimento; la scrittura, invece, mette a rischio questa procedura pedagogica poiché allontana le parole dal contesto in cui il maestro le esprime, rischiando così incomprensione ed equivoco. Nel Fedro, importante dialogo platonico, Socrate racconta la storia del sovrano egizio Thamus che rifiuta il dono della scrittura che Theut gli offre visto che è vero che la scrittura è utile perché permette di conservare le informazioni, ma in contemporanea indebolisce la memoria che non è più tenuta in esercizio essendo sostituita dalla "memoria esterna"; la scrittura, inoltre, può ingannarci dandoci l'impressione di possedere un sapere che in realtà non abbiamo. Dalla vicenda di Theuth, Socrate ricava la conclusione che il discorso benefico è quello che "è scritto con la scienza dell'anima di chi impara"; in conclusione, il testo scritto è soltanto un'imitazione perfetta del linguaggio parlato. FILOSOFIA COME DIALOGO A differenza di Socrate che rifiuta totalmente la scrittura, Platone anche se concorda con lui, adotta una strategia differente: egli rifiuta di scrivere testi filosofici come quelli che erano stati scritti fino a quel momento, ma non rifiuta totalmente la scrittura poiché crede essere un genere testuale in grado di approssimarsi in maniera soddisfacente alla discussione orale intesa come ideale della pratica filosofica: il dialogo. Platone, infatti, scrive soprattutto dialoghi, la maggior parte dei quali hanno Socrate per protagonista. I titoli dei dialoghi derivano quasi sempre dal nome del principale interlocutore di Socrate ad eccezione di qualcuno il cui titolo deriva dal principale oggetto discusso nel corso del dialogo; nel Simposio, invece, il nome prende il titolo dal contesto del dialogo. Sono state rinvenute te tredici lettere, anche se quasi tutte ritenute apocrife/non autentiche Il genere letterario del dialogo ha i tratti caratteristici della pratica filosofica che Platone ha appreso da Socrate: il rapido susseguirsi di domande e risposte; l'analisi dei ragionamenti passaggio per passaggio; le obiezioni taglienti e circostanziate; l'alternarsi di prospettive differenti su un medesimo tema. DeTaGuatel esaurieni Nel Fedro, Socrate paragona la scrittura ad un farmaco che cura il corpo, ma allo stesso tempo lo avvelena; la salute del corpo può richiedere aiuto ai farmaci esattamente come l'educazione dell'anima può farlo con la scrittura; questo spiega perché Platone, nonostante criticasse la scrittura come strumento educativo, scrive decine di dialoghi a fini educativi e informativi. Considera la scrittura uno strumento ausiliario poiché appunto, crede che la componente essenziale sia la discussione orale; alcuni studiosi credono che per comprendere il pensiero di Platone siano molto utili le "dottrine non scritte", una serie di testi tramandati a partire dalle testimonianze di allievi e frequentatori dell'accademia. DIALOGHI E LORO CLASSIFICAZIONE I dialoghi di Platone sono suddivisi in tre gruppi: 1. primo gruppo > "dialoghi giovanili o socratici", scritti da un giovane Platone negli anni successivi alla morte di Socrate con l'obiettivo di fornire un resoconto accurato della vita e della dottrina del suo maestro; Apologia di Socrate, compreso fra queste opere, non è propriamente un dialogo, ma il discorso che Socrate tiene in propria difesa di fronte al tribunale ateniese che lo condannerà a morte; 2. secondo gruppo > "dialoghi della maturità”, Platone (quaranta/settant'anni) li scrive nel ventennio trascorso ad Atene prima di recarsi a Siracusa per istruire Il principale protagonista delle discussioni rimane Socrate, ma in questo caso, Platone non si limita a riportarne solo il pensiero, ma invece a proporre una propria visione filosofica originale che si spinge oltre la visione del maestro. In questi dialoghi l'autore ricorre ai miti, racconti che spesso riguardano le vicende straordinarie di dei ed eroi o il destino ultraterreno delle anime; utilizza i miti per produrre effetti pedagogici, allo scopo di esprimere efficacemente e -EFFETTI Peragouici; persuasivamente una posizione filosofica: inoltre i miti sono impiegati con una -Funzione Divulgativa funzione divulgativa, per comunicare in modo più vivido e semplice dottrine •a SUPPORTO Della Ricerca Filosofica complesse; utilizzati inoltre per alludere a realtà che vanno ben oltre la MITI f Muziati: Dionisio il Giovane; comprende: la Repubblica, il Menone, il Fedone, il Simposio, il Fedro. comprensione razionale, quindi li utilizza a supporto della ricerca filosofica quando si spinge oltre i confini del pensabile; 3. terzo gruppo > "dialoghi della vecchiaia" o "dialoghi dialettici", in queste opere Platone, negli ultimi vent'anni della sua vita, sviluppa compiutamente la dialettica, cioè iLprocedimento razionale di cui si avvale l'indagine filosofica, volto alla ricerca della definizione delle cose; egli la utilizza per rivedere criticamente le dottrine esposte nelle precedenti opere e per affrontare le obiezioni che gli erano state INFluentano daw eleanISHO EDO PITAGORIA sollevate. I dialoghi dialettici risentono molto dell'influenza delle dottrine eleatiche e pitagoriche e la figura di Socrate perde progressivamente centralità fino a scomparire del tutto nell'ultimo scritto di Platone, le Leggi. Anche lo stile tende ad allontanarsi dal modello socratico: presenti lunghi interventi che sviluppano complessi argomenti filosofici che quindi non lasciano spazio al rapido susseguirsi di domande e risposte tipico del modo di discutere di Socrate. Una distinzione tra i tre gruppi di dialoghi è quella fra "dialoghi diretti" e "dialoghi indiretti": dialoghi diretti.> le battute del dialogo sono presentate come se si susseguissero nel presente della narrazione; DateTica: 7000 Procedimento Razionale che Ivocto aua Ricerca Della Definizione Deue cose • dialoghi indiretti, si ha una mediazione dialogica in cui alcuni personaggi rievocano un dialogo che ha avuto luogo in passato e che viene riferito da un narratore. La maggior parte dei dialoghi platonici sono diretti, anche se tra i dialoghi indiretti troviamo alcune opere di massima importanza filosofica come: il Protagora, il Simposio, il Fedone, la Repubblica ed il Parmenide. DIQLOGHI INDIRETTI :- ProTaGoRa; -SIMPOSIO; -FeDONE;" дерив виса; -PaRMeNiDe. LA CLASSIFICAZIONE DEI DIALOGHI PLATONICI 1. DIALOGHI GIOVANILI O SOCRATICI Apologia di Socrate Critone lone Eutifrone Carmide Lachete Liside Ippia maggiore Ippia minore Menesseno Protagora Gorgia 2. DIALOGHI DELLA MATURITÀ Menone Eutidemo Cratilo Fedone Repubblica Simposio Fedro 3. DIALOGHI DELLA VECCHIAIA O DIALETTICI Teeteto Filebo Parmenide Sofista Politico Timeo Crizia Leggi to edn Camscanner Sono contrasseganti dall'asterisco i dialoghi indiretti ritenuti più rilevanti nella produzione platonica. ETICA La virtù e sapere: x aare Bene Bisouna conoscere I PRINCIPI CHE TI Fomno DISTINGUere Il Bene Dal Hace. eDaLL' A So Gare Oemaine L'insegnamento di Socrate pone un problema di difficile risoluzione; da una parte egli sostiene che la virtù è sapere cioè che per agire bene bisogna conoscere i principi che permettono di distinguere ciò che è bene da ciò che è male; per lui, un'azione He Lascia virtuosa può essere compiuta solamente con piena convinzione e consapevolezza poiché sennó significherebbe essere una fortunata coincidenza; dall'altra parte, DISCEPO Socrate dimostra che i presunti sapienti in realtà non sanno nulla di virtù e infatti lui CHE ILUI Sapeva DI non sapere, in eredita O SUOI eniaHa epa Quesia arrer Mazione che Proerd stesso dichiara che il suo unico sapere era il sapere di non sapere. Il problema Della della conoscibilità della virtù è l'enigma che Socrate lascia in eredità ai suoi ConosuBiuta Contra PROSI Hione Deua Jiro.Ldiscepoli. Platone fa emergere chiaramente questa tensione tra l'affermazione della necessità del sapere e il rilevamento della mancanza di Socrate all'interno dei suoi dialoghi, molti da si basano sulla ricerca di una definizione che alla fine non viene trovata provando così che il sapere non è posseduto da chi invece proclama di detenerlo al massimo grado; ad esempio nel Liside Socrate vanifica il tentativo dei suoi interlocutori di definire la virtù dell'amicizia o nell'Eutifrone interroga il sacerdote chiedendogli di spiegare in che cosa consiste la virtù dell'essere devoto agli dei, ma le sue definizioni non reggono alle obiezioni del filosofo; dialoghi aporetici > dialoghi socratici in cui inizialmente si pone una domanda che alla fine rimane senza risposta; il lettore resta incantato dalla capacità di Socrate nel fare obiezioni e mettere in crisi i senta tentativi di definizione dei suoi interlocutori, ma alla fine si ha la sensazione che il sapere acquisito sia negativo quindi alla fine della discussione si ha ben chiaro quali siano le definizioni che non funzionano, ma comunque continua a mancare una definizione valida. DIALOGHI con DOMAND RISPOST Il problema della conoscibilità della virtù emerge particolarmente nel Protagora, nel Gorgia e nel Menone; si, HaX POTera inseanare occorre Passedere il sapere in cui essa consisie. ↑ 1. Protagora > si affronta la questione cruciale: si può insegnare la virtù?]<-! Protagora sostiene che sì, la virtù è insegnabile e lui ne è in grado, ma Socrate lo contesta dicendo che la virtù richiede sempre un sapere ben preciso; in definitiva, si deve arrivare ad ammettere che la virtù è sì insegnabile, ma soltanto se connessa al vero sapere. Platone approva le tesi sul pesso essenziale tra virtù e sapere e sull'insegnabilità della virtù proprio perché se la virtù è conoscibile, essa deve essere insegnabile, ma per poterla insegnare occorre possedere il sapere in cui essa consiste; 2. Gorgia > Socrate pone il problema della definizione della retorica] il sofista Gorgia, che la insegna agli ateniesi, gli risponde che si tratta dell'arte di costruire discorsi persuasivi aventi per oggetto quello che è giusto oppure ingiusto, Socrate però sostiene che se la retorica permette di sviluppare la capacità di persuasione tuttavia non insegna nulla relativamente a ciò che è giusto o ingiusto; dice anche che la retorica è una mera tecnica che fa apparire qualcosa giusto, ma non un sapere riguardo a quello che è realmente giusto. Paragona la retorica alla cosmetica: offre l'immagine di un corpo sano, ma per averlo realmente bisogna ricorrere alla ginnastica; di conseguenza afferma che questo tipo di tecniche sono tecniche di manipolazione delle apparenze che fanno leva su ignoranza e ingenuità, attribuendo a certe cose un valore che in realtà non possiedono. Come la ginnastica si contrappone alla cosmetica, anche la filosofia si contrappone alla retorica; quindi ginnastica e filosofia riguardano non quello che sembra giusto, ma quello che lo è realmente. La grandezza di Socrate sta nell'aver fatto della sua vita e della sua morte un esempio: metteva in atto quello in cui credeva mostrando cosa significasse vivere secondo virtù; ma Socrate stesso, in vari dialoghi, mette in evidenza il carattere limitato e insoddisfacente degli esempi. Si potrebbe concludere che la virtù non essendo osservabile, di per sé non esiste; la migliore opzione disponibile consiste nell'osservare le persone virtuose e cercare di imitarle, ma Platone rifiuta questa conclusione perché per lui la virtù è un valore morale che esiste indipendentemente dai singoli individui virtuosi; se guardandoci intorno non possiamo osservare la virtù, questo non vuol dire che la virtù non esiste, ma che quello che osserviamo con i nostri occhi non è ciò che esiste realmente, ma soltanto un insieme di apparenze. Per conoscere la vera realtà, occorre imparare a guardare oltre a queste apparenze. La novità della filosofia di Platone in rapporto al pensiero del suo maestro sta nel partire dalla tesi "la virtù coincide con il sapere" di Socrate per giungere ad una conclusione ontologica, concernente la struttura della realtà: se la virtù esiste ed è conoscibile, ma non è percepibile con i nostri sensi allora ci deve essere un livello di realtà situato al di là delle cose che percepiamo; questa conclusione sta a fondamento della principale teoria filosofica di Platone. ONTOLOGIA: LA TEORIA DELLE IDEE Guardandoci attorno possiamo osservare azioni più o meno virtuose, ma non possiamo osservare la "Virtù"; Platone trae una conseguenza: le osservazioni che effettuiamo con i nostri sensi non ci permettono di cogliere la vera realtà, ma soltanto un'apparenza di realtà, che Platone definisce mondo sensibile, cioè dove troviamo le cose concrete, delle quali facciamo quotidianamente esperienza tramite i nostri sensi che sono confiqurate e QUELLO CHE VEDIQHO con i sensi e sow apparenza, una realtà CHIQHaia MONDO Sensibile e le cose che ne fanno parte sono organizzate in Base ale iDee Che Fanno parte Del Mondo intelligibile, percepibile QTraverso VinTeletio PLATONE Nacque intorno al 427 a.C. da genitori entrambi appartenenti all'aristocrazia ateniese; fin da ragazzo pensò di dedicarsi alla vita politica, ma questa convinzione entró in crisi in seguito alla sconfitta di Atene nella Guerra del Peloponneso: Platone racconta tale avvenimento in una lettera autobiografica che prende il nome di Lettera VII; non si sa con certezza se sia stato lui a scriverla, ma di sicuro è importante poiché fornisce molte informazioni sulla biografia di Platone, mostrando l'intreccio tra le tesi principali della sua filosofia e gli accadimenti più rilevanti della sua vita. Lettera VII: Platone racconta come la sconfitta nella Guerra del Peloponneso avesse portato un netto cambiamento nella politica ateniese, infatti da un governo democratico si passó ad una commissione di trenta magistrati con pieni poteri; Platone ripose fiducia in questo nuovo tipo di governo, ma la condotta corrotta e dispotica si riveló assai deludente e al di sotto delle aspettative suscitate. La situazione peggioró con la caduta dei Trenta tiranni e il ritorno alla democrazia; Platone assiste con rabbia e impotenza al processo contro il suo maestro Socrate e si rese conto di quanto la società ateniese fosse guasta e votata alla rovina. Platone, trovandosi di fronte a questa realtà, si convince che il modo migliore per rendersi utili alla propria comunità non consiste nell'attività politica, ma nella filosofia; è convinto che la vita pubblica possa migliorare solo se in futuro ci saranno cittadini migliori, ma soprattutto governanti migliori e per far sì che questo accada c'è bisogno di educarli adeguatamente, cosa che solo la disciplina della filosofia è in grado di fornire; quindi Platone, partendo dall'insegnamento di Socrate, si propone di sviluppare questa filosofia che è la sola in grado di risanare la società. Dopo la morte di Socrate, Platone lascia Atene, visita Taranto ed in seguito Siracusa, dove frequenta la corte di Dionisio il Vecchio ed è in questa fase che comincia a scrivere le sue prime opere; nel 387 a.C. torna ad Atene dove fonda la sua scuola filosofica, l'Accademia e si dedica all'insegnamento, alla scrittura e alla ricerca filosofica. Nel 367 a.C. decide di tornare a Siracusa su invito di Dione che gli chiede di fornire un'educazione filosofica a Dionisio il Giovane, ma l'esito fu tutt'altro che positivo, il giovane risultò pigro e superficiale, inadeguato allo studio di questa disciplina, così Platone si arrese riprovandoci successivamente quattro anni dopo, ma l'esito si confermó essere lo stesso. Nel 360 a.C. Platone rientra definitivamente ad Atene dedicandosi all'insegnamento e alla ricerca nel contesto dell'Accademia; nel frattempo a Siracusa, Dione continua a perseguire l'ideale platonico di un governo di filosofi, riesce a deporre Dionisio il Giovane salendo stesso lui al potere, ma fu assassinato pochi mesi dopo durante una congiura; Platone rimpiange di non essere potuto accorrere in aiuto dell'amico, scrive una lettera in suo onore rivolta ai congiunti di Dione. Platone muore ad Atene pochi anni dopo, intorno al 347 a.C. FILOSOFIA E SCRITTURA Platone, al pari di Socrate, ritiene che la filosofia sia una disciplina basata sul dialogo, sulla discussione e sull'interazione diretta tra colui che insegna e colui che apprende; nel linguaggio parlato il maestro può produrre effetti immediati sull'allievo, guidandolo passo dopo passo nel processo dell'apprendimento; la scrittura, invece, mette a rischio questa procedura pedagogica poiché allontana le parole dal contesto cui il maestro le esprime, rischiando così incomprensione ed equivoco. Nel Fedro, importante dialogo platonico, Socrate racconta la storia del sovrano egizio Thamus che rifiuta il dono della scrittura che Theut gli offre visto che è vero che la scrittura è utile perché permette di conservare le informazioni, ma in contemporanea indebolisce la memoria che non è più tenuta in esercizio essendo sostituita dalla "memoria esterna”; la scrittura, inoltre, può ingannarci dandoci l'impressione di possedere un sapere che in realtà non abbiamo. Dalla vicenda di Theuth, Socrate ricava la conclusione che il discorso benefico è quello che "è scritto con la scienza dell'anima di chi impara"; in conclusione, il testo scritto è soltanto un'imitazione perfetta del linguaggio parlato. FILOSOFIA COME DIALOGO A differenza di Socrate che rifiuta totalmente la scrittura, Platone anche se concorda con lui, adotta una strategia differente: egli rifiuta di scrivere testi filosofici come quelli che erano stati scritti fino a quel momento, ma non rifiuta totalmente la scrittura poiché crede essere un genere testuale in grado di approssimarsi in maniera soddisfacente alla discussione orale intesa come ideale della pratica filosofica: il dialogo. Platone, infatti, scrive soprattutto dialoghi, la maggior parte dei quali hanno Socrate per protagonista. I titoli dei dialoghi derivano quasi sempre dal nome del principale interlocutore di Socrate ad eccezione di qualcuno il cui titolo deriva dal principale oggetto discusso nel corso del dialogo; nel Simposio, invece, il nome prende il titolo dal contesto del dialogo. Sono state rinvenute anche tredici lettere, anche se quasi tutte ritenute apocrife. Il genere letterario del dialogo ha i tratti caratteristici della pratica filosofica che Platone ha appreso da Socrate: il rapido susseguirsi di domande e risposte; l'analisi dei ragionamenti passaggio per passaggio; le obiezioni taglienti e circostanziate; l'alternarsi di prospettive differenti su un medesimo tema. Nel Fedro, Socrate paragona la scrittura ad un farmaco che cura il corpo, ma allo stesso tempo lo avvelena; la salute del corpo può richiedere aiuto ai farmaci esattamente come l'educazione dell'anima può farlo con la scrittura; questo spiega perché Platone, nonostante criticasse la scrittura come strumento educativo, scrive decine di dialoghi a fini educativi e informativi. Considera la scrittura uno strumento ausiliario poiché appunto, crede che la componente essenziale sia la discussione orale; alcuni studiosi credono che per comprendere il pensiero di Platone siano molto utili le “dottrine non scritte", una serie di testi tramandati a partire dalle testimonianze di allievi e frequentatori dell'accademia. I DIALOGHI E LA LORO CLASSIFICAZIONE I dialoghi di Platone sono suddivisi in tre gruppi: 1. primo gruppo > “dialoghi giovanili o socratici", scritti da un giovane Platone negli anni successivi alla morte di Socrate con l'obiettivo di fornire un resoconto accurato della vita e della dottrina del suo maestro; Apologia di Socrate, compreso fra queste opere, non è propriamente un dialogo, ma il discorso che Socrate tiene in propria difesa di fronte al tribunale ateniese che lo condannerà a morte; 2. secondo gruppo > "dialoghi della maturità”, Platone (quaranta/settant'anni) li scrive nel ventennio trascorso ad Atene prima di recarsi a Siracusa per istruire Dionisio il Giovane; comprende: la Repubblica, il Menone, il Fedone, il Simposio, il Fedro. Il principale protagonista delle discussioni rimane Socrate, ma in questo caso, Platone non si limita a riportarne solo il pensiero, ma invece a proporre una propria visione filosofica originale che si spinge oltre la visione del maestro. In questi dialoghi l'autore ricorre ai miti, racconti che spesso riguardano le vicende straordinarie di dei ed eroi o il destino ultraterreno delle anime; utilizza i miti per produrre effetti pedagogici, allo scopo di esprimere efficacemente e persuasivamente una posizione filosofica: inoltre i miti sono impiegati con una funzione divulgativa, per comunicare in modo più vivido e semplice dottrine complesse; utilizzati inoltre per alludere a realtà che vanno ben oltre la comprensione razionale, quindi li utilizza a supporto della ricerca filosofica quando si spinge oltre i confini del pensabile; 3. terzo gruppo > “dialoghi della vecchiaia" o "dialoghi dialettici", in queste opere Platone, negli ultimi vent'anni della sua vita, sviluppa compiutamente la dialettica, cioè il procedimento razionale di cui si avvale l'indagine filosofica, volto alla ricerca della definizione delle cose; egli la utilizza per rivedere criticamente le dottrine esposte nelle precedenti opere e per affrontare le obiezioni che gli erano state sollevate. I dialoghi dialettici risentono molto dell'influenza delle dottrine eleatiche e pitagoriche e la figura di Socrate perde progressivamente centralità fino a scomparire del tutto nell'ultimo scritto di Platone, le Leggi. Anche lo stile tende ad allontanarsi dal modello socratico: presenti lunghi interventi che sviluppano complessi argomenti filosofici che quindi non lasciano spazio al rapido susseguirsi di domande e risposte tipico del modo di discutere di Socrate. Una distinzione tra i tre gruppi di dialoghi è quella fra “dialoghi diretti” e “dialoghi indiretti”: • dialoghi diretti > le battute del dialogo sono presentate come se si susseguissero nel presente della narrazione; • dialoghi indiretti > si ha una mediazione dialogica in cui alcuni personaggi rievocano un dialogo che ha avuto luogo in passato e che viene riferito da un narratore. La maggior parte dei dialoghi platonici sono diretti, anche se tra i dialoghi indiretti troviamo alcune opere di massima importanza filosofica come: il Protagora, il Simposio, il Fedone, la Repubblica ed il Parmenide. LA CLASSIFICAZIONE DEI DIALOGHI PLATONICI 1. DIALOGHI GIOVANILI O SOCRATICI Apologia di Socrate Critone lone Eutifrone Carmide Lachete Liside Ippia maggiore Ippia minore Menesseno Protagora* Gorgia 2. DIALOGHI DELLA MATURITÀ Menone Eutidemo Cratilo Fedone* Repubblica Simposio Fedro 3. DIALOGHI DELLA VECCHIAIA O DIALETTICI Teeteto Filebo Parmenide Sofista Politico Timeo Crizia Leggi CScansionato-con-Camscanner Sono contrasseganti dall'asterisco i dialoghi indiretti ritenuti più rilevanti nella produzione platonica. ETICA L'insegnamento di Socrate pone un problema di difficile risoluzione; da una parte egli sostiene che la virtù è sapere cioè che per agire bene bisogna conoscere i principi che permettono di distinguere ciò che è bene da ciò che è male; per lui, un'azione virtuosa può essere compiuta solamente con piena convinzione e consapevolezza poiché sennó significherebbe essere una fortunata coincidenza; dall'altra parte, Socrate dimostra che i presunti sapienti in realtà non sanno nulla di virtù e infatti lui stesso dichiara che il suo unico sapere era il sapere di non sapere. Il problema della conoscibilità della virtù è l'enigma che Socrate lascia in eredità ai suoi discepoli. Platone fa emergere chiaramente questa tensione tra l'affermazione della necessità del sapere e il rilevamento della mancanza di Socrate all'interno dei suoi dialoghi, molti dei quali si basano sulla ricerca di una definizione che alla fine non viene trovata provando così che il sapere non è posseduto da chi invece proclama di detenerlo al massimo grado; ad esempio nel Liside Socrate vanifica il tentativo dei suoi interlocutori di definire la virtù dell'amicizia o nell'Eutifrone interroga il sacerdote chiedendogli di spiegare in che cosa consiste la virtù dell'essere devoto agli dei, ma le sue definizioni non reggono alle obiezioni del filosofo; dialoghi aporetici > dialoghi socratici in cui inizialmente si pone una domanda che alla fine rimane senza risposta; il lettore resta incantato dalla capacità di Socrate nel fare obiezioni e mettere in crisi i tentativi di definizione dei suoi interlocutori, ma alla fine si ha la sensazione che il sapere acquisito sia negativo quindi alla fine della discussione si ha ben chiaro quali siano le definizioni che non funzionano, ma comunque continua a mancare una definizione valida. Il problema della conoscibilità della virtù emerge particolarmente nel Protagora, nel Gorgia e nel Menone; 1. Protagora > si affronta la questione cruciale: si può insegnare la virtù? Protagora sostiene che sì, la virtù è insegnabile e lui ne è in grado, ma Socrate lo contesta dicendo che la virtù richiede sempre un sapere ben preciso; in definitiva, si deve arrivare ad ammettere che la virtù è sì insegnabile, ma soltanto se connessa al vero sapere. Platone approva le tesi sul nesso essenziale tra virtù e sapere e sull'insegnabilità della virtù proprio perché se la virtù è conoscibile, essa deve essere insegnabile, ma per poterla insegnare occorre possedere il sapere in cui essa consiste; 2. Gorgia > Socrate pone il problema della definizione della retorica, il sofista Gorgia, che la insegna agli ateniesi, gli risponde che si tratta dell'arte di costruire discorsi persuasivi aventi per oggetto quello che è giusto oppure ingiusto, Socrate però sostiene che se la retorica permette di sviluppare la capacità di persuasione tuttavia non insegna nulla relativamente a ciò che è giusto o ingiusto; dice anche che la retorica è una mera tecnica che fa apparire qualcosa giusto, ma non un sapere riguardo a quello che è realmente giusto. Paragona la retorica alla cosmetica: offre l'immagine di un corpo sano, ma per averlo realmente bisogna ricorrere alla ginnastica; di conseguenza afferma che questo tipo di tecniche sono tecniche di manipolazione delle apparenze che fanno leva su ignoranza e ingenuità, attribuendo a certe cose un valore che in realtà non possiedono. Come la ginnastica si contrappone alla cosmetica, anche la filosofia si contrappone alla retorica; quindi ginnastica e filosofia riguardano non quello che sembra giusto, ma quello che lo è realmente. La grandezza di Socrate sta nell'aver fatto della sua vita e della sua morte un esempio: metteva in atto quello in cui credeva mostrando cosa significasse vivere secondo virtù; ma Socrate stesso, in vari dialoghi, mette in evidenza il carattere limitato e insoddisfacente degli esempi. Si potrebbe concludere che la virtù non essendo osservabile, di per sé non esiste; la migliore opzione disponibile consiste nell'osservare le persone virtuose e cercare di imitarle, ma Platone rifiuta questa conclusione perché per lui la virtù è un valore morale che esiste indipendentemente dai singoli individui virtuosi; se guardandoci intorno non possiamo osservare la virtù, questo non vuol dire che la virtù non esiste, ma che quello che osserviamo con i nostri occhi non è ciò che esiste realmente, ma soltanto un insieme di apparenze. Per conoscere la vera realtà, occorre imparare a guardare oltre a queste apparenze. La novità della filosofia di Platone in rapporto al pensiero del suo maestro sta nel partire dalla tesi "la virtù coincide con il sapere" di Socrate per giungere ad una conclusione ontologica, concernente la struttura della realtà: se la virtù esiste ed è conoscibile, ma non è percepibile con i nostri sensi allora ci deve essere un livello di realtà situato al di là delle cose che percepiamo; questa conclusione sta a fondamento della principale teoria filosofica di Platone. ONTOLOGIA: LA TEORIA DELLE IDEE Guardandoci attorno possiamo osservare azioni più o meno virtuose, ma non possiamo osservare la "Virtù"; Platone trae una conseguenza: le osservazioni che effettuiamo con i nostri sensi non ci permettono di cogliere la vera realtà, ma soltanto un'apparenza di realtà, che Platone definisce mondo sensibile, cioè dove troviamo le cose concrete, delle quali facciamo quotidianamente esperienza tramite i nostri sensi che sono configurate e

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PLATONE, FILOSOFIA e SCRITTURA, FILOSOFIA COME DIALOGO, I DIALOGHI E LA LORO CLASSIFICAZIONE, ETICA, LA TEORIA DELLE IDEE, MITO DELLA CAVERNA, PSICOLOGIA, MITO DI ER, MITO DELA BIGA ALATA e MITO DELL’ANDROGINO, MITO DELLA NASCITA DI EROS e POLITICA.

PLATONE, FILOSOFIA e SCRITTURA, FILOSOFIA COME DIALOGO, I DIALOGHI E LA LORO CLASSIFICAZIONE, ETICA, LA TEORIA DELLE IDEE, MITO DELLA CAVERNA, PSICOLOGIA, MITO DI ER, MITO DELA BIGA ALATA e MITO DELL’ANDROGINO, MITO DELLA NASCITA DI EROS e POLITICA.

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PLATONE, FILOSOFIA e SCRITTURA, FILOSOFIA COME DIALOGO, I DIALOGHI E LA LORO CLASSIFICAZIONE, ETICA, LA TEORIA DELLE IDEE, MITO DELLA CAVERNA, PSICOLOGIA, MITO DI ER, MITO DELA BIGA ALATA e MITO DELL’ANDROGINO, MITO DELLA NASCITA DI EROS e POLITICA.

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 PLATONE
Nacque intorno al 427 a.C. da genitori entrambi appartenenti all'aristocrazia ateniese; fin da
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Un appunto così carino per la scuola 😍😍, è davvero utile!

Appunti/Riassunti riguardanti PLATONE, SCRITTURA, FILOSOFIA , I DIALOGHI E LA LORO CLASSIFICAZIONE, ETICA, LA TEORIA DELLE IDEE, MITO DELLA CAVERNA, PSICOLOGIA, MITO DI ER, MITO DELA BIGA ALATA e MITO DELL’ANDROGINO, MITO DELLA NASCITA DI EROS e POLITICA.

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PLATONE Nacque intorno al 427 a.C. da genitori entrambi appartenenti all'aristocrazia ateniese; fin da ragazzo pensò di dedicarsi alla vita politica, ma questa convinzione entró in crisi in seguito alla sconfitta di Atene nella Guerra del Peloponneso: Platone racconta tale avvenimento in una lettera autobiografica che prende il nome di Lettera VII; non si sa con certezza se sia stato lui a scriverla, ma di sicuro è importante poiché fornisce molte informazioni sulla biografia di Platone, mostrando l'intreccio tra le tesi principali della sua filosofia e gli accadimenti più rilevanti della sua vita. Lettera VII: Platone racconta come la sconfitta nella Guerra del Peloponneso avesse portato un netto cambiamento nella politica ateniese, infatti da un governo democratico si passó ad una commissione di trenta magistrati con pieni poteri; Platone ripose fiducia in questo nuovo tipo di governo, ma la condotta corrotta e dispotica/si riveló assai deludente e rannica al di sotto delle aspettative suscitate. La situazione peggioró con la caduta dei Trenta tiranni e il ritorno alla democrazia; Platone assiste con rabbia e impotenza al processo contro il suo maestro Socrate e si rese conto di quanto la società ateniese fosse guasta e votata alla rovina. Platone, trovandosi di fronte a questa realtà, si convince che il modo migliore per rendersi utili alla propria comunità non consiste...

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nell'attività politica, ma nella filosofia; è convinto che la vita pubblica possa migliorare solo se in futuro ci saranno cittadini migliori, ma soprattutto governanti migliori e per far sì che questo accada c'è bisogno di educarli adeguatamente, cosa che solo la disciplina della filosofia è in grado di fornire; quindi Platone, partendo dall'insegnamento di Socrate, si propone di sviluppare questa filosofia che è la sola in grado di risanare la società. Dopo la morte di Socrate, Platone lascia Atene, visita Taranto ed in seguito Siracusa, dove frequenta la corte di Dionisio il Vecchio ed è in questa fase che comincia a scrivere le sue prime opere; nel 387 a.C. torna ad Atene dove fonda la sua scuola filosofica, l'Accademia e si dedica all'insegnamento, alla scrittura e alla ricerca filosofica. Nel 367 a.C. decide di tornare a Siracusa su invito di Dione che gli chiede di fornire un'educazione filosofica a Dionisio il Giovane, ma l'esito fu tutt'altro che positivo, il giovane risultò pigro e superficiale, inadeguato allo studio di questa disciplina, così Platone si arrese riprovandoci successivamente quattro anni dopo, ma l'esito si confermó essere lo stesso. Nel 360 a.C. Platone rientra definitivamente ad Atene dedicandosi all'insegnamento e alla ricerca nel contesto dell'Accademia; nel frattempo a Siracusa, Dione continua a perseguire l'ideale platonico di un governo di filosofi, riesce a deporre Dionisio il Giovane salendo stesso lui al potere, ma fu assassinato pochi mesi dopo durante una congiura; Platone rimpiange di non essere potuto accorrere in aiuto dell'amico, scrive una lettera in suo onore rivolta ai congiunti di Dione. Platone muore ad Atene pochi anni dopo, intorno al 347 a.C. FILOSOFIA E SCRITTURA Platone, al pari di Socrate, ritiene che la filosofia sia una disciplina basata sul dialogo, sulla discussione e sull'interazione diretta tra colui che insegna e colui che apprende; nel linguaggio parlato il maestro può produrre effetti immediati sull'allievo, guidandolo passo dopo passo nel processo dell'apprendimento; la scrittura, invece, mette a rischio questa procedura pedagogica poiché allontana le parole dal contesto in cui il maestro le esprime, rischiando così incomprensione ed equivoco. Nel Fedro, importante dialogo platonico, Socrate racconta la storia del sovrano egizio Thamus che rifiuta il dono della scrittura che Theut gli offre visto che è vero che la scrittura è utile perché permette di conservare le informazioni, ma in contemporanea indebolisce la memoria che non è più tenuta in esercizio essendo sostituita dalla "memoria esterna"; la scrittura, inoltre, può ingannarci dandoci l'impressione di possedere un sapere che in realtà non abbiamo. Dalla vicenda di Theuth, Socrate ricava la conclusione che il discorso benefico è quello che "è scritto con la scienza dell'anima di chi impara"; in conclusione, il testo scritto è soltanto un'imitazione perfetta del linguaggio parlato. FILOSOFIA COME DIALOGO A differenza di Socrate che rifiuta totalmente la scrittura, Platone anche se concorda con lui, adotta una strategia differente: egli rifiuta di scrivere testi filosofici come quelli che erano stati scritti fino a quel momento, ma non rifiuta totalmente la scrittura poiché crede essere un genere testuale in grado di approssimarsi in maniera soddisfacente alla discussione orale intesa come ideale della pratica filosofica: il dialogo. Platone, infatti, scrive soprattutto dialoghi, la maggior parte dei quali hanno Socrate per protagonista. I titoli dei dialoghi derivano quasi sempre dal nome del principale interlocutore di Socrate ad eccezione di qualcuno il cui titolo deriva dal principale oggetto discusso nel corso del dialogo; nel Simposio, invece, il nome prende il titolo dal contesto del dialogo. Sono state rinvenute te tredici lettere, anche se quasi tutte ritenute apocrife/non autentiche Il genere letterario del dialogo ha i tratti caratteristici della pratica filosofica che Platone ha appreso da Socrate: il rapido susseguirsi di domande e risposte; l'analisi dei ragionamenti passaggio per passaggio; le obiezioni taglienti e circostanziate; l'alternarsi di prospettive differenti su un medesimo tema. DeTaGuatel esaurieni Nel Fedro, Socrate paragona la scrittura ad un farmaco che cura il corpo, ma allo stesso tempo lo avvelena; la salute del corpo può richiedere aiuto ai farmaci esattamente come l'educazione dell'anima può farlo con la scrittura; questo spiega perché Platone, nonostante criticasse la scrittura come strumento educativo, scrive decine di dialoghi a fini educativi e informativi. Considera la scrittura uno strumento ausiliario poiché appunto, crede che la componente essenziale sia la discussione orale; alcuni studiosi credono che per comprendere il pensiero di Platone siano molto utili le "dottrine non scritte", una serie di testi tramandati a partire dalle testimonianze di allievi e frequentatori dell'accademia. DIALOGHI E LORO CLASSIFICAZIONE I dialoghi di Platone sono suddivisi in tre gruppi: 1. primo gruppo > "dialoghi giovanili o socratici", scritti da un giovane Platone negli anni successivi alla morte di Socrate con l'obiettivo di fornire un resoconto accurato della vita e della dottrina del suo maestro; Apologia di Socrate, compreso fra queste opere, non è propriamente un dialogo, ma il discorso che Socrate tiene in propria difesa di fronte al tribunale ateniese che lo condannerà a morte; 2. secondo gruppo > "dialoghi della maturità”, Platone (quaranta/settant'anni) li scrive nel ventennio trascorso ad Atene prima di recarsi a Siracusa per istruire Il principale protagonista delle discussioni rimane Socrate, ma in questo caso, Platone non si limita a riportarne solo il pensiero, ma invece a proporre una propria visione filosofica originale che si spinge oltre la visione del maestro. In questi dialoghi l'autore ricorre ai miti, racconti che spesso riguardano le vicende straordinarie di dei ed eroi o il destino ultraterreno delle anime; utilizza i miti per produrre effetti pedagogici, allo scopo di esprimere efficacemente e -EFFETTI Peragouici; persuasivamente una posizione filosofica: inoltre i miti sono impiegati con una -Funzione Divulgativa funzione divulgativa, per comunicare in modo più vivido e semplice dottrine •a SUPPORTO Della Ricerca Filosofica complesse; utilizzati inoltre per alludere a realtà che vanno ben oltre la MITI f Muziati: Dionisio il Giovane; comprende: la Repubblica, il Menone, il Fedone, il Simposio, il Fedro. comprensione razionale, quindi li utilizza a supporto della ricerca filosofica quando si spinge oltre i confini del pensabile; 3. terzo gruppo > "dialoghi della vecchiaia" o "dialoghi dialettici", in queste opere Platone, negli ultimi vent'anni della sua vita, sviluppa compiutamente la dialettica, cioè iLprocedimento razionale di cui si avvale l'indagine filosofica, volto alla ricerca della definizione delle cose; egli la utilizza per rivedere criticamente le dottrine esposte nelle precedenti opere e per affrontare le obiezioni che gli erano state INFluentano daw eleanISHO EDO PITAGORIA sollevate. I dialoghi dialettici risentono molto dell'influenza delle dottrine eleatiche e pitagoriche e la figura di Socrate perde progressivamente centralità fino a scomparire del tutto nell'ultimo scritto di Platone, le Leggi. Anche lo stile tende ad allontanarsi dal modello socratico: presenti lunghi interventi che sviluppano complessi argomenti filosofici che quindi non lasciano spazio al rapido susseguirsi di domande e risposte tipico del modo di discutere di Socrate. Una distinzione tra i tre gruppi di dialoghi è quella fra "dialoghi diretti" e "dialoghi indiretti": dialoghi diretti.> le battute del dialogo sono presentate come se si susseguissero nel presente della narrazione; DateTica: 7000 Procedimento Razionale che Ivocto aua Ricerca Della Definizione Deue cose • dialoghi indiretti, si ha una mediazione dialogica in cui alcuni personaggi rievocano un dialogo che ha avuto luogo in passato e che viene riferito da un narratore. La maggior parte dei dialoghi platonici sono diretti, anche se tra i dialoghi indiretti troviamo alcune opere di massima importanza filosofica come: il Protagora, il Simposio, il Fedone, la Repubblica ed il Parmenide. DIQLOGHI INDIRETTI :- ProTaGoRa; -SIMPOSIO; -FeDONE;" дерив виса; -PaRMeNiDe. LA CLASSIFICAZIONE DEI DIALOGHI PLATONICI 1. DIALOGHI GIOVANILI O SOCRATICI Apologia di Socrate Critone lone Eutifrone Carmide Lachete Liside Ippia maggiore Ippia minore Menesseno Protagora Gorgia 2. DIALOGHI DELLA MATURITÀ Menone Eutidemo Cratilo Fedone Repubblica Simposio Fedro 3. DIALOGHI DELLA VECCHIAIA O DIALETTICI Teeteto Filebo Parmenide Sofista Politico Timeo Crizia Leggi to edn Camscanner Sono contrasseganti dall'asterisco i dialoghi indiretti ritenuti più rilevanti nella produzione platonica. ETICA La virtù e sapere: x aare Bene Bisouna conoscere I PRINCIPI CHE TI Fomno DISTINGUere Il Bene Dal Hace. eDaLL' A So Gare Oemaine L'insegnamento di Socrate pone un problema di difficile risoluzione; da una parte egli sostiene che la virtù è sapere cioè che per agire bene bisogna conoscere i principi che permettono di distinguere ciò che è bene da ciò che è male; per lui, un'azione He Lascia virtuosa può essere compiuta solamente con piena convinzione e consapevolezza poiché sennó significherebbe essere una fortunata coincidenza; dall'altra parte, DISCEPO Socrate dimostra che i presunti sapienti in realtà non sanno nulla di virtù e infatti lui CHE ILUI Sapeva DI non sapere, in eredita O SUOI eniaHa epa Quesia arrer Mazione che Proerd stesso dichiara che il suo unico sapere era il sapere di non sapere. Il problema Della della conoscibilità della virtù è l'enigma che Socrate lascia in eredità ai suoi ConosuBiuta Contra PROSI Hione Deua Jiro.Ldiscepoli. Platone fa emergere chiaramente questa tensione tra l'affermazione della necessità del sapere e il rilevamento della mancanza di Socrate all'interno dei suoi dialoghi, molti da si basano sulla ricerca di una definizione che alla fine non viene trovata provando così che il sapere non è posseduto da chi invece proclama di detenerlo al massimo grado; ad esempio nel Liside Socrate vanifica il tentativo dei suoi interlocutori di definire la virtù dell'amicizia o nell'Eutifrone interroga il sacerdote chiedendogli di spiegare in che cosa consiste la virtù dell'essere devoto agli dei, ma le sue definizioni non reggono alle obiezioni del filosofo; dialoghi aporetici > dialoghi socratici in cui inizialmente si pone una domanda che alla fine rimane senza risposta; il lettore resta incantato dalla capacità di Socrate nel fare obiezioni e mettere in crisi i senta tentativi di definizione dei suoi interlocutori, ma alla fine si ha la sensazione che il sapere acquisito sia negativo quindi alla fine della discussione si ha ben chiaro quali siano le definizioni che non funzionano, ma comunque continua a mancare una definizione valida. DIALOGHI con DOMAND RISPOST Il problema della conoscibilità della virtù emerge particolarmente nel Protagora, nel Gorgia e nel Menone; si, HaX POTera inseanare occorre Passedere il sapere in cui essa consisie. ↑ 1. Protagora > si affronta la questione cruciale: si può insegnare la virtù?]<-! Protagora sostiene che sì, la virtù è insegnabile e lui ne è in grado, ma Socrate lo contesta dicendo che la virtù richiede sempre un sapere ben preciso; in definitiva, si deve arrivare ad ammettere che la virtù è sì insegnabile, ma soltanto se connessa al vero sapere. Platone approva le tesi sul pesso essenziale tra virtù e sapere e sull'insegnabilità della virtù proprio perché se la virtù è conoscibile, essa deve essere insegnabile, ma per poterla insegnare occorre possedere il sapere in cui essa consiste; 2. Gorgia > Socrate pone il problema della definizione della retorica] il sofista Gorgia, che la insegna agli ateniesi, gli risponde che si tratta dell'arte di costruire discorsi persuasivi aventi per oggetto quello che è giusto oppure ingiusto, Socrate però sostiene che se la retorica permette di sviluppare la capacità di persuasione tuttavia non insegna nulla relativamente a ciò che è giusto o ingiusto; dice anche che la retorica è una mera tecnica che fa apparire qualcosa giusto, ma non un sapere riguardo a quello che è realmente giusto. Paragona la retorica alla cosmetica: offre l'immagine di un corpo sano, ma per averlo realmente bisogna ricorrere alla ginnastica; di conseguenza afferma che questo tipo di tecniche sono tecniche di manipolazione delle apparenze che fanno leva su ignoranza e ingenuità, attribuendo a certe cose un valore che in realtà non possiedono. Come la ginnastica si contrappone alla cosmetica, anche la filosofia si contrappone alla retorica; quindi ginnastica e filosofia riguardano non quello che sembra giusto, ma quello che lo è realmente. La grandezza di Socrate sta nell'aver fatto della sua vita e della sua morte un esempio: metteva in atto quello in cui credeva mostrando cosa significasse vivere secondo virtù; ma Socrate stesso, in vari dialoghi, mette in evidenza il carattere limitato e insoddisfacente degli esempi. Si potrebbe concludere che la virtù non essendo osservabile, di per sé non esiste; la migliore opzione disponibile consiste nell'osservare le persone virtuose e cercare di imitarle, ma Platone rifiuta questa conclusione perché per lui la virtù è un valore morale che esiste indipendentemente dai singoli individui virtuosi; se guardandoci intorno non possiamo osservare la virtù, questo non vuol dire che la virtù non esiste, ma che quello che osserviamo con i nostri occhi non è ciò che esiste realmente, ma soltanto un insieme di apparenze. Per conoscere la vera realtà, occorre imparare a guardare oltre a queste apparenze. La novità della filosofia di Platone in rapporto al pensiero del suo maestro sta nel partire dalla tesi "la virtù coincide con il sapere" di Socrate per giungere ad una conclusione ontologica, concernente la struttura della realtà: se la virtù esiste ed è conoscibile, ma non è percepibile con i nostri sensi allora ci deve essere un livello di realtà situato al di là delle cose che percepiamo; questa conclusione sta a fondamento della principale teoria filosofica di Platone. ONTOLOGIA: LA TEORIA DELLE IDEE Guardandoci attorno possiamo osservare azioni più o meno virtuose, ma non possiamo osservare la "Virtù"; Platone trae una conseguenza: le osservazioni che effettuiamo con i nostri sensi non ci permettono di cogliere la vera realtà, ma soltanto un'apparenza di realtà, che Platone definisce mondo sensibile, cioè dove troviamo le cose concrete, delle quali facciamo quotidianamente esperienza tramite i nostri sensi che sono confiqurate e QUELLO CHE VEDIQHO con i sensi e sow apparenza, una realtà CHIQHaia MONDO Sensibile e le cose che ne fanno parte sono organizzate in Base ale iDee Che Fanno parte Del Mondo intelligibile, percepibile QTraverso VinTeletio PLATONE Nacque intorno al 427 a.C. da genitori entrambi appartenenti all'aristocrazia ateniese; fin da ragazzo pensò di dedicarsi alla vita politica, ma questa convinzione entró in crisi in seguito alla sconfitta di Atene nella Guerra del Peloponneso: Platone racconta tale avvenimento in una lettera autobiografica che prende il nome di Lettera VII; non si sa con certezza se sia stato lui a scriverla, ma di sicuro è importante poiché fornisce molte informazioni sulla biografia di Platone, mostrando l'intreccio tra le tesi principali della sua filosofia e gli accadimenti più rilevanti della sua vita. Lettera VII: Platone racconta come la sconfitta nella Guerra del Peloponneso avesse portato un netto cambiamento nella politica ateniese, infatti da un governo democratico si passó ad una commissione di trenta magistrati con pieni poteri; Platone ripose fiducia in questo nuovo tipo di governo, ma la condotta corrotta e dispotica si riveló assai deludente e al di sotto delle aspettative suscitate. La situazione peggioró con la caduta dei Trenta tiranni e il ritorno alla democrazia; Platone assiste con rabbia e impotenza al processo contro il suo maestro Socrate e si rese conto di quanto la società ateniese fosse guasta e votata alla rovina. Platone, trovandosi di fronte a questa realtà, si convince che il modo migliore per rendersi utili alla propria comunità non consiste nell'attività politica, ma nella filosofia; è convinto che la vita pubblica possa migliorare solo se in futuro ci saranno cittadini migliori, ma soprattutto governanti migliori e per far sì che questo accada c'è bisogno di educarli adeguatamente, cosa che solo la disciplina della filosofia è in grado di fornire; quindi Platone, partendo dall'insegnamento di Socrate, si propone di sviluppare questa filosofia che è la sola in grado di risanare la società. Dopo la morte di Socrate, Platone lascia Atene, visita Taranto ed in seguito Siracusa, dove frequenta la corte di Dionisio il Vecchio ed è in questa fase che comincia a scrivere le sue prime opere; nel 387 a.C. torna ad Atene dove fonda la sua scuola filosofica, l'Accademia e si dedica all'insegnamento, alla scrittura e alla ricerca filosofica. Nel 367 a.C. decide di tornare a Siracusa su invito di Dione che gli chiede di fornire un'educazione filosofica a Dionisio il Giovane, ma l'esito fu tutt'altro che positivo, il giovane risultò pigro e superficiale, inadeguato allo studio di questa disciplina, così Platone si arrese riprovandoci successivamente quattro anni dopo, ma l'esito si confermó essere lo stesso. Nel 360 a.C. Platone rientra definitivamente ad Atene dedicandosi all'insegnamento e alla ricerca nel contesto dell'Accademia; nel frattempo a Siracusa, Dione continua a perseguire l'ideale platonico di un governo di filosofi, riesce a deporre Dionisio il Giovane salendo stesso lui al potere, ma fu assassinato pochi mesi dopo durante una congiura; Platone rimpiange di non essere potuto accorrere in aiuto dell'amico, scrive una lettera in suo onore rivolta ai congiunti di Dione. Platone muore ad Atene pochi anni dopo, intorno al 347 a.C. FILOSOFIA E SCRITTURA Platone, al pari di Socrate, ritiene che la filosofia sia una disciplina basata sul dialogo, sulla discussione e sull'interazione diretta tra colui che insegna e colui che apprende; nel linguaggio parlato il maestro può produrre effetti immediati sull'allievo, guidandolo passo dopo passo nel processo dell'apprendimento; la scrittura, invece, mette a rischio questa procedura pedagogica poiché allontana le parole dal contesto cui il maestro le esprime, rischiando così incomprensione ed equivoco. Nel Fedro, importante dialogo platonico, Socrate racconta la storia del sovrano egizio Thamus che rifiuta il dono della scrittura che Theut gli offre visto che è vero che la scrittura è utile perché permette di conservare le informazioni, ma in contemporanea indebolisce la memoria che non è più tenuta in esercizio essendo sostituita dalla "memoria esterna”; la scrittura, inoltre, può ingannarci dandoci l'impressione di possedere un sapere che in realtà non abbiamo. Dalla vicenda di Theuth, Socrate ricava la conclusione che il discorso benefico è quello che "è scritto con la scienza dell'anima di chi impara"; in conclusione, il testo scritto è soltanto un'imitazione perfetta del linguaggio parlato. FILOSOFIA COME DIALOGO A differenza di Socrate che rifiuta totalmente la scrittura, Platone anche se concorda con lui, adotta una strategia differente: egli rifiuta di scrivere testi filosofici come quelli che erano stati scritti fino a quel momento, ma non rifiuta totalmente la scrittura poiché crede essere un genere testuale in grado di approssimarsi in maniera soddisfacente alla discussione orale intesa come ideale della pratica filosofica: il dialogo. Platone, infatti, scrive soprattutto dialoghi, la maggior parte dei quali hanno Socrate per protagonista. I titoli dei dialoghi derivano quasi sempre dal nome del principale interlocutore di Socrate ad eccezione di qualcuno il cui titolo deriva dal principale oggetto discusso nel corso del dialogo; nel Simposio, invece, il nome prende il titolo dal contesto del dialogo. Sono state rinvenute anche tredici lettere, anche se quasi tutte ritenute apocrife. Il genere letterario del dialogo ha i tratti caratteristici della pratica filosofica che Platone ha appreso da Socrate: il rapido susseguirsi di domande e risposte; l'analisi dei ragionamenti passaggio per passaggio; le obiezioni taglienti e circostanziate; l'alternarsi di prospettive differenti su un medesimo tema. Nel Fedro, Socrate paragona la scrittura ad un farmaco che cura il corpo, ma allo stesso tempo lo avvelena; la salute del corpo può richiedere aiuto ai farmaci esattamente come l'educazione dell'anima può farlo con la scrittura; questo spiega perché Platone, nonostante criticasse la scrittura come strumento educativo, scrive decine di dialoghi a fini educativi e informativi. Considera la scrittura uno strumento ausiliario poiché appunto, crede che la componente essenziale sia la discussione orale; alcuni studiosi credono che per comprendere il pensiero di Platone siano molto utili le “dottrine non scritte", una serie di testi tramandati a partire dalle testimonianze di allievi e frequentatori dell'accademia. I DIALOGHI E LA LORO CLASSIFICAZIONE I dialoghi di Platone sono suddivisi in tre gruppi: 1. primo gruppo > “dialoghi giovanili o socratici", scritti da un giovane Platone negli anni successivi alla morte di Socrate con l'obiettivo di fornire un resoconto accurato della vita e della dottrina del suo maestro; Apologia di Socrate, compreso fra queste opere, non è propriamente un dialogo, ma il discorso che Socrate tiene in propria difesa di fronte al tribunale ateniese che lo condannerà a morte; 2. secondo gruppo > "dialoghi della maturità”, Platone (quaranta/settant'anni) li scrive nel ventennio trascorso ad Atene prima di recarsi a Siracusa per istruire Dionisio il Giovane; comprende: la Repubblica, il Menone, il Fedone, il Simposio, il Fedro. Il principale protagonista delle discussioni rimane Socrate, ma in questo caso, Platone non si limita a riportarne solo il pensiero, ma invece a proporre una propria visione filosofica originale che si spinge oltre la visione del maestro. In questi dialoghi l'autore ricorre ai miti, racconti che spesso riguardano le vicende straordinarie di dei ed eroi o il destino ultraterreno delle anime; utilizza i miti per produrre effetti pedagogici, allo scopo di esprimere efficacemente e persuasivamente una posizione filosofica: inoltre i miti sono impiegati con una funzione divulgativa, per comunicare in modo più vivido e semplice dottrine complesse; utilizzati inoltre per alludere a realtà che vanno ben oltre la comprensione razionale, quindi li utilizza a supporto della ricerca filosofica quando si spinge oltre i confini del pensabile; 3. terzo gruppo > “dialoghi della vecchiaia" o "dialoghi dialettici", in queste opere Platone, negli ultimi vent'anni della sua vita, sviluppa compiutamente la dialettica, cioè il procedimento razionale di cui si avvale l'indagine filosofica, volto alla ricerca della definizione delle cose; egli la utilizza per rivedere criticamente le dottrine esposte nelle precedenti opere e per affrontare le obiezioni che gli erano state sollevate. I dialoghi dialettici risentono molto dell'influenza delle dottrine eleatiche e pitagoriche e la figura di Socrate perde progressivamente centralità fino a scomparire del tutto nell'ultimo scritto di Platone, le Leggi. Anche lo stile tende ad allontanarsi dal modello socratico: presenti lunghi interventi che sviluppano complessi argomenti filosofici che quindi non lasciano spazio al rapido susseguirsi di domande e risposte tipico del modo di discutere di Socrate. Una distinzione tra i tre gruppi di dialoghi è quella fra “dialoghi diretti” e “dialoghi indiretti”: • dialoghi diretti > le battute del dialogo sono presentate come se si susseguissero nel presente della narrazione; • dialoghi indiretti > si ha una mediazione dialogica in cui alcuni personaggi rievocano un dialogo che ha avuto luogo in passato e che viene riferito da un narratore. La maggior parte dei dialoghi platonici sono diretti, anche se tra i dialoghi indiretti troviamo alcune opere di massima importanza filosofica come: il Protagora, il Simposio, il Fedone, la Repubblica ed il Parmenide. LA CLASSIFICAZIONE DEI DIALOGHI PLATONICI 1. DIALOGHI GIOVANILI O SOCRATICI Apologia di Socrate Critone lone Eutifrone Carmide Lachete Liside Ippia maggiore Ippia minore Menesseno Protagora* Gorgia 2. DIALOGHI DELLA MATURITÀ Menone Eutidemo Cratilo Fedone* Repubblica Simposio Fedro 3. DIALOGHI DELLA VECCHIAIA O DIALETTICI Teeteto Filebo Parmenide Sofista Politico Timeo Crizia Leggi CScansionato-con-Camscanner Sono contrasseganti dall'asterisco i dialoghi indiretti ritenuti più rilevanti nella produzione platonica. ETICA L'insegnamento di Socrate pone un problema di difficile risoluzione; da una parte egli sostiene che la virtù è sapere cioè che per agire bene bisogna conoscere i principi che permettono di distinguere ciò che è bene da ciò che è male; per lui, un'azione virtuosa può essere compiuta solamente con piena convinzione e consapevolezza poiché sennó significherebbe essere una fortunata coincidenza; dall'altra parte, Socrate dimostra che i presunti sapienti in realtà non sanno nulla di virtù e infatti lui stesso dichiara che il suo unico sapere era il sapere di non sapere. Il problema della conoscibilità della virtù è l'enigma che Socrate lascia in eredità ai suoi discepoli. Platone fa emergere chiaramente questa tensione tra l'affermazione della necessità del sapere e il rilevamento della mancanza di Socrate all'interno dei suoi dialoghi, molti dei quali si basano sulla ricerca di una definizione che alla fine non viene trovata provando così che il sapere non è posseduto da chi invece proclama di detenerlo al massimo grado; ad esempio nel Liside Socrate vanifica il tentativo dei suoi interlocutori di definire la virtù dell'amicizia o nell'Eutifrone interroga il sacerdote chiedendogli di spiegare in che cosa consiste la virtù dell'essere devoto agli dei, ma le sue definizioni non reggono alle obiezioni del filosofo; dialoghi aporetici > dialoghi socratici in cui inizialmente si pone una domanda che alla fine rimane senza risposta; il lettore resta incantato dalla capacità di Socrate nel fare obiezioni e mettere in crisi i tentativi di definizione dei suoi interlocutori, ma alla fine si ha la sensazione che il sapere acquisito sia negativo quindi alla fine della discussione si ha ben chiaro quali siano le definizioni che non funzionano, ma comunque continua a mancare una definizione valida. Il problema della conoscibilità della virtù emerge particolarmente nel Protagora, nel Gorgia e nel Menone; 1. Protagora > si affronta la questione cruciale: si può insegnare la virtù? Protagora sostiene che sì, la virtù è insegnabile e lui ne è in grado, ma Socrate lo contesta dicendo che la virtù richiede sempre un sapere ben preciso; in definitiva, si deve arrivare ad ammettere che la virtù è sì insegnabile, ma soltanto se connessa al vero sapere. Platone approva le tesi sul nesso essenziale tra virtù e sapere e sull'insegnabilità della virtù proprio perché se la virtù è conoscibile, essa deve essere insegnabile, ma per poterla insegnare occorre possedere il sapere in cui essa consiste; 2. Gorgia > Socrate pone il problema della definizione della retorica, il sofista Gorgia, che la insegna agli ateniesi, gli risponde che si tratta dell'arte di costruire discorsi persuasivi aventi per oggetto quello che è giusto oppure ingiusto, Socrate però sostiene che se la retorica permette di sviluppare la capacità di persuasione tuttavia non insegna nulla relativamente a ciò che è giusto o ingiusto; dice anche che la retorica è una mera tecnica che fa apparire qualcosa giusto, ma non un sapere riguardo a quello che è realmente giusto. Paragona la retorica alla cosmetica: offre l'immagine di un corpo sano, ma per averlo realmente bisogna ricorrere alla ginnastica; di conseguenza afferma che questo tipo di tecniche sono tecniche di manipolazione delle apparenze che fanno leva su ignoranza e ingenuità, attribuendo a certe cose un valore che in realtà non possiedono. Come la ginnastica si contrappone alla cosmetica, anche la filosofia si contrappone alla retorica; quindi ginnastica e filosofia riguardano non quello che sembra giusto, ma quello che lo è realmente. La grandezza di Socrate sta nell'aver fatto della sua vita e della sua morte un esempio: metteva in atto quello in cui credeva mostrando cosa significasse vivere secondo virtù; ma Socrate stesso, in vari dialoghi, mette in evidenza il carattere limitato e insoddisfacente degli esempi. Si potrebbe concludere che la virtù non essendo osservabile, di per sé non esiste; la migliore opzione disponibile consiste nell'osservare le persone virtuose e cercare di imitarle, ma Platone rifiuta questa conclusione perché per lui la virtù è un valore morale che esiste indipendentemente dai singoli individui virtuosi; se guardandoci intorno non possiamo osservare la virtù, questo non vuol dire che la virtù non esiste, ma che quello che osserviamo con i nostri occhi non è ciò che esiste realmente, ma soltanto un insieme di apparenze. Per conoscere la vera realtà, occorre imparare a guardare oltre a queste apparenze. La novità della filosofia di Platone in rapporto al pensiero del suo maestro sta nel partire dalla tesi "la virtù coincide con il sapere" di Socrate per giungere ad una conclusione ontologica, concernente la struttura della realtà: se la virtù esiste ed è conoscibile, ma non è percepibile con i nostri sensi allora ci deve essere un livello di realtà situato al di là delle cose che percepiamo; questa conclusione sta a fondamento della principale teoria filosofica di Platone. ONTOLOGIA: LA TEORIA DELLE IDEE Guardandoci attorno possiamo osservare azioni più o meno virtuose, ma non possiamo osservare la "Virtù"; Platone trae una conseguenza: le osservazioni che effettuiamo con i nostri sensi non ci permettono di cogliere la vera realtà, ma soltanto un'apparenza di realtà, che Platone definisce mondo sensibile, cioè dove troviamo le cose concrete, delle quali facciamo quotidianamente esperienza tramite i nostri sensi che sono configurate e